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C’è una bella storia dietro la benedizione della Madonna del Monte Greco.

La Signora Concetta, francese di dorigine italiana, dopo l’improvvisa perdita  della  sua bimba di 6 anni, ha avuto numerose visioni e apparizioni nelle quali le si chiedeva di portare fiori alla Madonna del Monte Greco.

Sempre più pressata  da tanti eventi soprannaturali, la Signora ha cercato su internet in quale parte del mondo fosse il Monte Greco ed ha scoperto che l’unico esistente è quello che si erige alle spalle dell’Aremogna di Roccaraso.

Preso contatto con le Autorità locali, è arrivata a Roccaraso e ha scoperto che sul Monte Greco non c’era nessuna statua della Madonna. Trovata  grande e commossa accoglienza dalla popolazione di Roccaraso, dall’Associazione Alpini e dalla Società SIFATT, proprietaria degli impianti sciistici, nel 2014 è stata posta una statua dellaMadonna  sulle pendici del Monte Greco. La statua è protetta da una teca in ferro battuto e cristallo e in questi quattro anni nevicate e bufere l’hanno sommersa più volte Ma ad ogni disgelo la Madonna riappare a proteggere  le montagne circostanti

Siamo nel 2018, a quota 2000 mt., ai piedi del grande masso sul quale è posizionata la statua, sorge ora un altare in pietra con alle spalle un Crocifisso in bronzo i cu bracci sono sono costituiti da due sci.  Il Vescovo di Sulmona benedice la Madonna e tutti i presenti in un’atmosfera intensa e suggestiva nonostante il cielo plumbeo e anche un po’ di pioggia.

pereiraAl termine della celebrazione  la Signora Concetta, emozionantissima, racconta la sua storia, gli alpini recitano la loro bella preghiera e un rappresentante delle autorità traccia nelle grandi linee la storia di Roccaraso. Prima della guerra stazione sciistica molto amata dai Savoia, poi la distruzione totale per mano dei tedeschi e infine la ricostruzione  realizzata caparbiamente e con infinita fatica dalla popolazione locale rientrata dopo lo sfollamento.

Nell’occasione è stata scoperta e benedetta una targa in memoria di Calisto e Claudio del Castello pionieri e promotori del comprensorio sciistico Aremogna Monte Pratello.

Una giornata indimenticabile. Io c’ero!

Marinella

 

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CON MOLTA CURA

CON MOLTA CURA di Severino Cesari, Ed. Rizzoli, è un libro decisamente unico.La vita, l’amore, la chemioterapia a km. zero. Un diario 2015-2017 non è un sottotitolo ma apre la quinta di copertina ed è, in sole tre parole, il “concentrato” di tutto il libro.

Mi è stato regalato per Natale da una carissima amica che ben conosce le letture che preferisco. Me lo sono centellinato per lunghi mesi perché ogni post ha meritato adeguata metabolizzazione. Si tratta infatti di una raccolta dei post scritti su FB da Severino – Seve per gli amici – nel tempo della sua ultima malattia. Perché “ultima”? Perché prima ce ne erano state altre due molto gravi che era riuscito con tanto impegno a superare.
Pur essendo stata per alcuni anni sua vicina di quartier non lo conoscevo: Piazza Vittorio/Esquilino è un po’ come un paese dove se non conosci una persona, conosci almeno i suoi amici o gli amici degli amici. In realtà ho poi scoperto che condividevamo i carissimi ortolani Fausto e Anna, il bravissimo farmacista Sebastiano della farmacia Longo (che se non ci fosse a Piazza Vittorio ci sarebbe un buco nero, scrive Seve) e l’ottima trattoria Monti con i suoi famosi sformatini di verdure. E poi, tutti e due immigrati recentemente a piazza Vittorio e innamorati delle due facce di questo ambiente così problematico e affascinante. Come rimpiango di non averlo mai conosciuto personalmente!

Ma al di là di queste che definirei “note di colore” rispetto a quanto ha scritto quest’uomo, editor ed editore,scrittore. scopritore di talenti letterari, coltissimo e umanissimo, sono stata conquistata dalla sua umiltà e generosità nel donarsi ai suoi lettori senza schermi, in una nudità di umane emozioni e di apertura totale di pensieri e di parole. Tante le metafore e le conversazioni importanti con il “Pino” che occhieggiava alla finestra della sua camera nella clinica dove “LA CURA” veniva somministrata. Quella Cura che era diventata parte integrante di lui!

L’avermi permesso attraverso i suoi scritti, di condividere la sua visione della vita, della malattia e della morte mi ha anche molto aiutata a superare un inverno abbastanza pesante per quanto riguarda la mia salute. Gli sono grata anche per avermi insegnato molto.

Credo che questo libro sia interessante per tutti coloro che leggono i miei post e concludo riportando le parole scritte da Michele Rossi in una nota al termine del libro. Poche parole che sanno dire molto meglio di me quello che io ho provato durante la lettura:
“Questo diario esiste come una sfida, prendere il male e renderlo Cura, prendere la paura più grande e renderla luce, in modo generoso, esposto, disponibile a tutti e allo stesso tempo privatissimo., Intimo.”

Marinella

LUCCIOLE

No, no, non voglio parlare di quelle lucciole che passeggiano sui marciapiedi di tutte le città del mondo.
Mi riferisco alle lucciole vere: quelle piccole sorgenti luminose che durante le scorribande dopo cena nel buio delle serate estive, noi bambini rincorrevamo nella speranza di acchiapparne una per ammirare da vicino il miracolo della loro luminosità.
Ricordo che a Viareggio una sera mio fratello Danilo riuscì a catturarne una e trionfante la mise in un vasetto di vetro: che tristezza constatare che la lucciola aveva… spento la luce per sempre!
Poche sera fa qui a Roccaraso, dopo una pizza in compagnia di due care amiche, siamo salite all’Aremogna per ammirare lo skyline delle montagne nelle mille sfumature dell’ultima luce e poi, con una piccola deviazione dalla strada di casa, siamo risalite alla Punta Rossa dove – loro lo sapevano ma io no – si possono incontrare le lucciole.
Che salto indietro nel tempo e che spettacolo rivedere le lucciole che occhieggiavano tra gli alberi del bosco, poi scendevano veloci fino al livello stradale e si sparpagliavano ovunque. Guarda qui, guarda là, mi dicevano le amiche, e io non sapevo più dove guardare perché a destra, a sinistra, sopra di nuovo nel bosco, era tutto un ammiccamento luminoso!
In quel momento mi è venuta in mente la definizione di “piccole “sorgenti luminose”, che Marie De Henezel, nel suo famoso e temo introvabile libro “La morte amica”, ha dato ai gesti amorevoli dell’accudimento e dell’accompagnamento dei malati terminali.
E’ stato per me inevitabile paragonare la sensazione di energia e di luce che mi procurava lo spettacolo delle lucciole, con quello che significa per una persona sofferente un gesto di tenerezza, una presenza vera, l’accoglienza e la comprensione dei suoi problemi e delle sue paure.
Non avrei mai pensato alla metafora delle lucciole ma saper offrire a chi soffre e non solo fisicamente, piccole e semplici “sorgenti luminose” nel corso della sua giornata, ci renderebbe tutti più umani!
Marinella

LA PRIMA MESSA

La Chiesa Parrocchiale di Roccaraso è stata distrutta dai tedeschi durante la guerra come tutti gli edifici del paese. Ricordo sempre quando sono andata per la prima volta a Roccaraso nel 1948, l’immagine di quell’ altare rimasto perfettamente intatto in mezzo al cumulo di macerie tutto intorno. Sembrava un miracolo!
Ebbene domenica 1 Luglio, in quella Chiesa a suo tempo ricostruita e che nel frattempo ha visto la celebrazione di infiniti matrimoni, funerali e battesimi, è entrato un figlio di Roccaraso: Fratel Alberto, per celebrare la sua Prima Messa dopo l’ordinazione sacerdotale.
Quando sono arrivata su alla rocca dove sorge la chiesa, Fra Alberto, attorniato dal Parroco Don Domenico – definito scherzosamente da Fra Alberto Orso Bruno in un indirizzo di ringraziamento al termine della celebrazione – da altri sacerdoti, diaconi e chierichetti, si apprestava a salire la scalinata per entrare solennemente nella chiesa dove era stato bambino, comunicato e cresimato. E’ stato accolto da un caldissimo applauso da parte dei compaesani e poi una bella Messa cantata celebrata con grande commozione sua e partecipazione di tutti i presenti.
Era una giornata stupenda e al termine della funzione religiosa i roccolani avevano preparato sul sagrato un grande gazebo che ospitava un tavolo imbandito con le varie specialità locali cucinate con amore per festeggiare il loro figlio e fratello che ha intrapreso una strada di vita così unica ed impegnativa.
Auguri Fra Alberto!
Marinella

Un Master in Cure Palliative del Policlinico Agostino Gemelli di Roma è certamente prestigioso e mi sono sentita onorata quando, in tale ambito,  mi è stato chiesto di tenere tre ore di lezione a  medici e infermieri su due specifici argomenti:

  • il massaggio come via di relazione che passa attraverso il corpo;
  • come dare sollievo al malato in fase terminale.

Due temi strettamente attinenti al Nurturing Touch e quindi “pane per i miei denti” ma per me è stata ugualmente una sfida in quanto  dovevo riuscire – nel corso di una lezione e non di un laboratorio esperienziale  di almeno 8 ore – a far raggiungere ai discenti la consapevolezza del valore delle proprie mani e di ciò che attraverso  le nostre mani possiamo comunicare all’altro.

Penso di esserci riuscita perché alcuni corsisti – tutti già operativi in hospice o sul territorio – mi hanno chiesto se ero disponibile a recarmi nelle loro città e strutture di appartenenza, per diffondervi la cultura della comunicazione attraverso il contatto, e dei suoi benefici.

Si è parlato di come un semplice contatto, connotato dalla calma e dalla  purezza dell’intenzione dell’operatore, possa procurare sollievo ed avere anche un benefico effetto sul dolore, sull’ accompagnamento del morente e sull’importanza del sostegno ai familiari nel “tempo del morire”, sul valore di questa metodica come strumento indispensabile per migliorare la qualità della cura già erogata nelle cure palliative.

E ancora  di molto altro si è parlato proprio perché con i corsisti, già attivi in questo settore della medicina così difficile e così importante, c’è stato un intenso e fruttuoso scambio di esperienze.

Ogni volta che riesco a trasmettere ai più giovani ciò che ho avuto la fortuna di imparare e sperimentare, mi sembra che quel giorno la mia vita abbia avuto più significato ed è con questo stato d’animo che martedì 12 Giugno sono tornata a casa.

Marinella

In quest’ultimo inverno ho avuto spesso l’occasione di riflettere sull’’argomento di cui al titolo di questo post: come è più facile aiutare che… lasciarsi aiutare!

Chi ha il  cuore aperto alla solidarietà trova facilissimo e bellissimo aiutare. Infatti aiutare fa stare bene chi riceve l’aiuto e anche chi aiuta. Fa sentire di essere inseriti nella società umana, fa gioire nello sperimentare la dimensione del “dono”, consente di mettere alla sera la testa sul cuscino in pace con sé stessi.

Non è necessario fare grandi cose: basta – non solo all’ esterno ma  anche in ambito familiare – essere disponibili ad accogliere, condividere, sostenere, accompagnare chi in quel momento ha bisogno di sostegno, materiale o morale che sia.

Quanto è più difficile invece “lasciarsi aiutare”. Molti di noi hanno speriimentato la situazione in cui un genitore o anche due, molto anziani e con salute precaria, rifiutano la presenza in casa di una persona che possa dare un aiuto.

Io stessa ho vissuto una situazione del genere con mio papà che, pur fragilissimo, ha rifiutato anche la sola presenza di  una dama di compagnia, fino all’ultimo istante. E poi è caduto di notte, si è rotto il femore ed è morto durante l’intervento chirurgico. Sono stati anni di tentativi di persuasione alternati a litigi, e di mia enorme preoccupazione ma non c’è stato nulla da fare!

Oggi la mia vista sempre più precaria mi porta spesso a pensare che prima o poi dovrò probabilmente accettare la presenza di un aiuto e solo al pensiero mi…sento male! Ecco, oggi capisco tutte le resistenze di mio padre e, proprio per questo, sto facendo un lavoro su me stessa per prepararmi ad arrendermi quando sarà il momento. Ne sarò capace? Non lo so ma ce la sto mettendo tutta e spero di riuscirci, accettando man mano i cambiamenti.

Marinella

Che una Buona Formazione, di base e permanente, sia conditio sine qua non affinché i professionisti della salute possano offrire una Buona Cura ai loro pazienti, credo sia cosa sulla quale sono tutti d’accordo.

Al giorno d’oggi, tempo in cui le conquiste scientifiche hanno condizionato enormemente la professionalità dei sanitari, è ancora più importante che si dia forma ad una formazione a 360° per impedire che il malato sia un oggetto anziché un soggetto di cura.

E’ proprio in quest’ ottica di “umanizzazione della cura” che la Carithas di Bolzano e la Casa di Riposo Firmian hanno voluto offrire un workshop di Nurturing Touch  a figure professionali e volontari operanti sia nella struttura per anziani che in hospice. Si è trattato di un corso ECM che ha destato molto interesse e che ha portato il numero dei partecipanti a 20. Davvero tanti numericamente e gruppo molto composito organicamente.

Lo scambio di esperienze ed esigenze professionali diverse  ha arricchito il lavoro svolo sia durante le esercitazioni pratiche che nella condivisione finale e le partecipanti – tutte appartenenti al gentil sesso – hanno dato il massimo dell’attenzione senza “cedere” neanche per un attimo. E’ stata una giornata intensa e faticosa, conclusasi con molta soddisfazione ed entusiasmo da parte di tutti.

Brave ragazze, il vostro impegno è stato la migliore ricompensa per me. Ieri sera sono tornata a Roma portandomi nel cuore la gioia per avervi trasmesso la consapevolezza del valore delle vostre mani, e di tutto ciò che possono comunicare. Vi abbraccio tutte.

Marinella