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Archive for maggio 2008

Sono terminati ieri i corsi di Nurturing Touch che anche quest’anno Peggy Dawson ha tenuto a Roma presso la Fondazione Lefebvre. Per i tre livelli di corso è stato un rinnovarsi di quella che io considero quasi una magia. La scoperta nel primo livello e poi l’approfondimento nei livelli successivi, delle potenzialità racchiuse nelle nostre mani.

 La mia amica Silvana Bencivenga dice che così come le mani della levatrice ci accolgono al momento della nascita, le mani di chi ci accompagna nel momento del trapasso ci consegnano a chi ci attende al di là del ponte: quel ponte raffigurato nell’immagine di apertura di questo blog  che così bene esprime il senso del nostro volontariato. Ed è proprio la preziosità di tutto ciò che le nostre mani possono comunicare al malato e al morente, la scoperta magica. Una comunicazione che va molto oltre le parole e che costituisce una carezza per l’anima.

Marinella

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Ieri ero all’Ospedale Gemelli di Roma ed ho vissuto intensamente la sentita celebrazione della Giornata del Sollievo. Malati, familiari, operatori sanitari, tutti si sono sentiti uniti in uin’atmosfera di vera partecipazione corale. Personaggi del mondo della comunicazione e dello spettacolo hanno testimoniato la loro sensibilità ai problemi di coloro che soffrono e si sono “messi in gioco” condividendo esperienze personali. I bambini delle scuole che hanno vinto alcuni premi partecipando al concorso sul tema del Sollievo, hanno contribuito a dare significato alla celebrazione.  La giornata si è conclusa con una Messa solenne e, per me, il momento più forte di tutta la manifestazione è stato quando il Celebrante, nel corso di una breve e sentita omelia, ha esortato, con voce molto ferma,  medici, operatori e suore, non solo a curare con professionalità e amore i ricoverati ma ad “inginocchiarsi” accanto ad essi in considerazione della sacralità della loro sofferenza.

Ecco, mi piacerebbe che quesa  esortazione oltrepassasse le mura dell’Ospedale Gemelli e si diffondesse, a onde successive, fino ad arrivare al più lontabno e isolato centro di cura del nostro Paese.

Marinella

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Mi chiamo Carla e sono una volontaria che presta il suo piccolo aiuto presso un hospice….Ieri parlavo di questo con una mia carissima amica che mi ha posto una domanda: “ma come fai a stare dentro ad un luogo di morte?”

La mia risposta è stata “e’ un posto di vita , non di morte”.E’ vero che la mia risposta puo’ lasciare sbalorditi, ma è ciò che realmente penso.Gli amici che si trovano nell’hospice ricoverati, rappresentano , per me, un altro momento della vita, nessun essere umano inoltre pensa davvero fino all’ultimo respiro che sarà proprio l’ultimo.Sono pochi mesi che mi trovo in questa realtà, ma sono bastati per farmi apprezzare le cose quotidiane, che diamo ogni giorno per scontato; quelle persone tra l’altro danno molto piu’a me di quanto io dia o possa dare a loro……Certo ogni volta che realizzo che un mio “amico” non lo ritroverò me ne dispiaccio, ma nello stesso tempo, non essendoci una soluzione diversa, ho la consapevolezza che nell’altra “dimensione” sono felici……trattasi di Fede?Questo non sono in grado di dirlo, una cosa pero’ l’ho notata e cioe’ che ogni persona che trapassa ha un sorriso particolare in volto….non so trovare un aggettivo appropriato….solo molto particolare…una certa situazione quasi di benessere.Io ad oggi sono fra i fortunati, cioe’ fra coloro che entrano come volontari e non come ricoverati, per cui con la mia presenza cerco di ringraziare , forse, per il privilegio che ho.Non penso che chi faccia questo tipo di volontariato sia migliore di un altro, penso che ogni essere umano che riesca a dare solo un sorriso, anche ad un passante, già sia una persona ricca dentro che merita di veder ricambiato quel sorriso.Io non posso che ringraziare chi mi ha dato la possibilità di ESSERCI, perchè solo questo e’ veramente importante…..GRAZIE !!!!!

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Peggy Dawson a Roma

Hello friends from Marinella’s Blog. It is wonderful to be back in Rome again for the 7th year.

            Each year I come to teach groups of nurses, doctors, psychologists, massage therapists, hospital volunteers, Physio-therapists and caregivers, appropriate, skilled, nurturing, compassionate touch, to take back into their particular communities.

           As well as learning about the non-verbal language of love through nurturing touch, we address the Emotional Impact of Working with the ill and the dying patient.

           I have noticed that my trainings attract the most caring and dedicated caregivers, many of whom are exhausted and very close to ‘BURNOUT’. Throughout the 5 days of training, these caregivers receive nurturing touch from each other and learn much about the importance of caring for, and listening to their own needs, and learning to keep healthy boundaries in order to prevent ‘BURNOUT’.

          In New Zealand I have been aware that some Hospice nurses have used my trainings as a time of retreat, and as a time for rest and rejuvenation. I am aware, as I teach this work around the world, that many organisations continue to cut down on their nursing staff, and are perhaps neglectful of the importance of listening to, and supporting the needs of the devoted nurses who remain.

         In New Zealand I have people come through my trainings who, maybe some years ago have ‘lost’ a loved one in Hospice, and have decided they would like to ‘give something back’ to Hospice by volunteering their time to give nurturing touch to patients, as well as staff.

         Very often I use the 5th day of a Training to take students into a Home for the elderly to practise their new skills on staff and residents. The nursing staff tell me that residents talk about the joy that nurturing touch has brought them for weeks after. Also, the staff are aware of how much they are in need of nurturing.

         For the last 7 years it has been a privilege for me to bring this work to Italy through the Lefebvre Foundation. I would never have been able to have managed to do this without the skilled translation of Marinella who has this work “at heart” because of her involvement with Hospice. Translation takes no time at all, because we work ‘as one’. Thank you Marinella for your sincere heart and loving intention.

        We both pray, friends, that you might spread the word of ‘nurturing touch’ in order to bring peace and love to our dying patients as we help ‘midwife’ them into “new life”.

                       With love and gratitude Marinella,   from Peggy in New Zealand.

Traduzione in sintesi per coloro che hanno qualche problema a leggere l’inglese

:Sono a Roma per il settimo anno per insegnare il Nurturing Touch agli operatori sanitari affinché lo possano applicare nei loro luoghi di lavoro, e per trattare il tema dell’impatto emotivo provato da coloro che lavorano accanto ai malati e ai morenti.

Questo perché ho notato che gli operatori sanitari sono spesso  molto vicini al burn-out e il corso di Nurturing Touch costituisce un’ottima “cura” per loro in quanto  imparano a proteggersi e ad  ascoltare i propri bisogni.

In Nuova Zelanda alcuni infermieri di hospice utilizzano il mio corso quasi come un momento di ritiro spirituale e come un tempo dedicato a loro stessi per “ricaricarsi”.

Nei diversi Paesi del mondo dove insegno il Nurturing Touch ho notato che c’è una diffusa tendenza alla riduzione del personale, con conseguente disattenzione ai bisogni degli operatori.  In Nuova Zelanda vi sono numerosi volontari che offrono il Nurturing Touch sia ai degenti che al personale sanitario. Spesso nell’ultima giornata di corso porto gli studenti a praticare nelle case di riposo con ospiti e personale;  so che gli anziani ne parlano per settimane e il personale prende coscienza dei propri bisogni

Sono molto grata alla Fondazione Lefebvre che mi ha consentito di venire in Italia e a Marinella che, avendo questo lavoro nel cuore e per la sua esperienza in hospice, provvede efficacemente alla traduzione consecutiva.

Pregherò perché i miei allievi possano diffondere nel mondo un messaggio d’amore attraverso il Nurturing Touch, al fine di portare pace e sollievo ai pazienti che stanno terminando la loro esistenza terrena, accompagnandoli verso la “nuova vita”.     P.D.

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Ricordo quando più di sette anni fa il Ministero della Salute, in collaborazione con la Fondazione Gigi Ghirotti, progettava la 1^ Giornata Nazionale del Sollievo. Quest’anno siamo alla 7^ edizione e ogni anno di più la “cultura del sollievo” ha messo radici nell’ambiente sanitario italiano. I fiori e i frutti si annunciano per il prossimo futuro e li vedremo crescere rigogliosi man mano che si susseguiranno le manifestazioni che si tengono appunto per celebrare la Giornata del Sollievo nell’Ospedale Gemelli di Roma.

 

Riflettevo in questi giorni sul “sollievo” che i volontari della Città della Vita possono offire alle famiglie nelle quali entrano in punta di piedi, senza sapere se, come e quale tipo di aiuto potranno offrire.

 

Certo è che nel momento della confusione, della paura, del “non saper che fare”, quando la malattia diventa ogni giorno più debilitante, trovare un cuore aperto, un orecchio attento e anche una mano disponibile laddove l’aiuto materiale può attenuare un momento di crisi, è già un sentirsi sollevato. La consapevolezza di non essere più solo, o anche soli, costituisce una rassicurazione, un raggio di luce in una notte buia, un filo di speranza che può promettere un domani meno pauroso. E poi un’amicizia che nasce dalla condivisione di momenti difficili, quando la vita appare cattiva: un’amicizia che rimane nel tempo anche quando l’assistenza è terminata, che lega volontari ed assistiti con un filo d’argento indistruttibile è un dono reciproco. Ecco: lo scambio di gioia: non c’è chi dà e chi riceve ma semplicemente un momento in cui i percorsi di vita di due o più persone si incrociano e formano un… nodo d’amore.

 

Il nodo è quest’anno il simbolo della 7^ Giornata del Sollievo e lo spot della Fondazione Gigi Ghirotti recita “un nodo da solo non forma una rete ma un insieme di nodi forma la rete del sollievo”.

 

Marinella

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L’angelo che è in te

Dal Centro di Cure Palliative Martinnsbrun di Merano mi è giunta, tradotta dal tedesco,  questa bella testimonianza di F.K. Barth. La voglio condividere con i lettori di questo blog.

Quando sarà quel momento per me, avrò bisogno dell’angelo che è in te.

Resta in silenzio accanto a me nella stanza e caccia via l’incubo che mi spaventa nel sogno; canta la canzone che mi piaceva tanto e raccontami della vita passata insieme.

Accendi una luce che spazzi via tutte le paure e bagnami le labbra secche di arsura, puliscimi lacrime e sudore dal viso, e il mio deperimento non ti spaventi.  Tieni forte il mio corpo che sussulta, e tieni fermo quello che il mio spirito immagina, senti il battito pesante che tuona in me e senti il gemito di vita che se ne va.

Quando sarà quel momento per me, avrò bisogno dell’angelo che è in te.

Marinella

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Le tue “parole” Sandro, mi hanno fatto pensare a tutte le parole non verbalizzate che ci arrivano attraverso i silenzi dei nostri malati. Quale intensa e profonda comunicaziobne si può stabilire attraverso il silenzio, attraverso un contatto visivo o una mano abbandonata, oppure afferrata e che non vorrebbe mai lasciarti andare. Anche stamane sono stata in hospice, di nuovo da sola dopo quasi due mesi nei quali ero stata impegnata con i tirocini. Ho sperimentato tutta la diversità della relazione che si crea “uno a uno” rispetto a quella “uno a due”: una diversità a doppio senso perché in effetti anche io mi sentivo più…libera di esprimermi. Nei nuovi incontri di solito si dicono più parole ma quando già ci si conosce, anche solo una mano appoggiata su un braccio, una carezza, o un buffetto, al viso come mi è venuto spontaneo di fare con una dolce anziana signora, stabiliscono una comunicazione che va diretta al cuore. Che dire poi di tutto ciò che possiamo  trasmettere utilizzando il Nurturing Touch quando non è più possibile comunicare verbalmente? Si tratta allora di una comunicazione che va oltre le parole, di una carezza per l’anima!  

Marinella

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