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Archive for gennaio 2013

PINOCCHIO

Un uomo grasso e grosso che indossa solo un paio di bermuda a vita bassa e un lungo naso da Pinocchio. E’ così che apre lo “spettacolo” Pinocchio portato in scena al Palladium di Roma dalla compagnia Babilonia Teatri insieme al Laboratorio Teatrale “Gli amici di Luca – Casa dei Risvegli”.

La metafora del burattino Pinocchio interpreta pienamente la vita post-coma dei tre interpreti: burattini, fantasmi che fanno paura, una vita che nulla ha a che vedere con quella ante-coma. Tutto questo emerge in maniera alternativamente drammatica, spiritosa, dolorosa, ironica e profondamente problematica dei tre bravissimi interpreti.
Tre uomini di età diverse che a causa di incidenti sono stati a lungo in coma. Tutti si mostrano nella loro nudità, non solo fisica, indossando bermuda o un costume da bagno. Una voce fuori campo pone domande e le loro risposte giungono alle volte come rabbiose pistolettate, alle volte come dolorosi mormorii o ironiche battute.

Uno spettacolo,(ma può chiamarsi spettacolo?) forte, intenso ed esplicito nella sua metafora, che ha suscitato anche molte risate in una parte del pubblico (forse una forma di difesa dalla drammaticità delle situazioni?) e che mi ha fatto stare abbastanza male. Ho vissuto da vicino un evento simile accaduto ad amici cari ed è stato un rivivere i giorni ed i mesi di angosce di circa tre anni fa. Ma è uno “spettacolo” da vedere per condividere e… capire meglio.
Marinella

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LE SA SEADAS

Oggi i miei programmi sono cambiati all’improvviso e mi sono trovata un po’ di tempo libero che ho dedicato al “parziale” riordino delle mie disordinatissime carte.
Dal mucchio è all’improvviso emersa una fotografia di Maria: una piccola donna straordinaria che ha “lasciato il segno” nella nostra Associazione e ci ha insegnato come si possa “morire vivendo” senza rinunciare a piccoli momenti di vera gioia.

Maria era piccolina, sarda, aveva fatto la cameriera per tutta la vita ed era venuta “a servizio” sul continente quando aveva solo 9 anni. Le due famiglie presso le quali aveva lavorato per tanti anni erano ancora legatissime a lei e la sua gioia, nei sempre più rari momenti di tregua lasciatile dalla malattia, era poter andare ancora a cucinare per loro.

Quando siamo arrivati noi volontari Maria ha voluto dimostrarci il suo affetto cucinando per noi: gnocchi, tagliatelle e le famose e squisite Sa Seadas.
Conserviamo con tenerezza le foto dei nostri incontri “culinari” e quando nominiamo le Sa Seadas, con gli occhi e le orecchi del ricordo, rivediamo la nostra piccola, indimenticabile Maria e sentiamo la sua voce dire “ciao bbella”!

Maria cara, a distanza di dieci anni dalla tua morte sei sempre nei nostri cuori e ho voluto ricordarti facendo conoscere ai lettori di questo blog la tua forza, la tua energia indomabile e infine la tua serena accettazione. Grazie ancora e sempre.
Marinella

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METAFORE

Mi piacciono molto le metafore e le utilizzo volentieri soprattutto quando mi servono per illustrare meglio concetti “sottili” per i quali mi è difficile trovare le parole idonee a spiegarne il significato.

La metafora è una figura retorica che implica un trasferimento di significato, come riportano solitamente i vocabolari. Per me non è così. Io vedo la metafora come un vestito scintillante che esalta l’essenza di chi lo indossa, rendendola più leggibile.

Pensavo a tutto questo martedì sera mentre ero su un autobus (per fortuna seduta perché il tragitto è durato un’ora) tornando a casa dopo una visita a un mio anziano amico: persona speciale che ha illuminato per molti anni il percorso di noi volontari del Progetto Città della Vita.
Cieravamo confrontati sul suo sentirsi “tramite” e il mio sentirmi “strumento” nel nostro volontariato e in questo ambito lui mi ha riportato una bellissima metafora che mi ha tanto emozionato e che voglio condividere con voi, cari lettori di questo blog:

“Noi siamo come le foglie che danno voce al vento che le muove

Marinella

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NAVIGARE A VELA

Andare a vele, non a motore! Non la indiscussa potenza di un trascinatore ma la forza di lavorare insieme per raggiungere un obiettivo.
Così
apre la presentazione di Navigare a Vela – Incontri per la Medicina di Palliazione.

Un luogo di incontro sul web dove far affluire il sapere, l’esperienza, le conoscenze, gli interrogativi di ogni componente della società civile sul tema della medicina palliativa.

Mi viene in mente la “Comunità di prattica” (post del 1 Aprile 2012) e penso che questo luogo di incontro realizzerà appieno l’idea appunto della “Comunità di pratica”. Più esperienze e saperi saranno comunicati e riempiranno lo scafo di questa ideale barca a vela , migliore sarà il servizio reso alla comunità.

Mi sembra importante divulgare questa bella iniziativa non solo nel mondo degli addetti ai lavori, per utilizzarla anche come mezzo di diffusione sulla cultura delle cure palliative, o di sostegno come si preferisce oggi definirle. C’è infatti ancora troppa ignoranza in merito a questa importante disciplina e un numero molto elevato di persone, anche di ottimo livello culturale, ritiene che si tratti di cure che…non fanno niente, nella comune accezione del termine palliativo.

La barca salperà a vele spiegate il 15 Gennaio per iniziare un viaggio tranquillo spinta dalle brezze che la condurranno di porto in porto dove caricare nuove conoscenze e scaricare i suoi saperi dovunque sia necessario. E’ questo il mio augurio!
Marinella

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Forse sembrerà un po’ inusuale iniziare l’anno con una riflessione sulla tenerezza ma da parte mia c’è una certa intenzionalità.
E’ parecchio tempo infatti che sento sempre più urgente il bisogno di condividere con i miei amici e colleghi quel sentimento di tenerezza che provo per le persone che si trovano in uno stato di fragilità e soprattutto per i malati giunti vicino alla fine del loro percorso di vita.

E’ una tenerezza simile a quella che provo per i neonati che dipendono totalmente dalle cure della loro mamma. Così il morente dipende dalle cure del proprio caregiver ma la differenza è nel fatto che mentre il neonato si nutre delle cure materne, perché anche il morente possa nutrirsi delle cure del caregiver è non subirle, è necessario che queste siano colorate ed avvolte dalla tenerezza.
Anche il gesto più banale dell’accudimento quotidiano può trasformarsi in un gesto di amore nutriente se accompagnato da un sentimento di tenerezza che lo trasforma da puro atto meccanico a gesto di cura e di amore.

Come dicevo, tutto questo frulla nelle mie viscere da un bel po’ ma una riflessione natalizia di Monsignor Ravasi citata nella trasmissione “prima pagina” di Radio-3 proprio la mattina di Natale, mi ha spinto a scriverne.
Trascrivo qui alcune parole di Monsignor Ravasi così aderenti a ciò che provo da emozionarmi “ Vorremmo tutti parlare di una virtù un po’ in declino nei nostri giorni così sguaiati, la tenerezza, che ha un suo corteo di ancelle come la dolcezza, la delicatezza, l’affettuosità, la mitezza e che si colloca all’ombra dell’amore”

Cosa ne pensate? Vogliamo proporci di riscoprire questa virtù ed esprimerla magari anche nei rapporti interpersonali con persone non necessariamente fragili? Io penso che gentilezza e tenerezza, con il loro corteo di “ancelle”, migliorerebbero la qualità della nostra vita.

Marinella

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