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Archive for gennaio 2012

COSI’ E’ LA VITA

“…anche io come Carmen e Olimpia sono sicura che le persone che ci hanno lasciato siano nelle cose che ci hanno insegnato, nei loro pensieri da finire di pensare, nei gesti che ripetiamo ogni giorno quando prepariamo il pranzo e curiamo i fiori, nella capacità di dire di no quando serve e di restare integri anche in loro nome. Altro che nuvole, andiamo.  Non siamo mica bambini. E’ il momento di cominciare a raccontare daccapo la vita com’è.

Così scrive Concita De Gregorio nel suo interessante e particolare libro “Così è la vita”, e ha proprio ragione. 

A 11 anni dalla morte di mio marito mi rendo sempre più conto che Sergio è nelle cose che mi ha insegnato: non mi ha lasciato sola e la sua integrità morale è penetrata dentro di me durante i nostri 35 anni di matrimonio ed è divenuta mio patrimonio e mia caratteristica. 

Ancora Concita De Gregorio scrive “…non è una colpa essere di nuovo felici dopo la morte della persona amata, l’amore rimane vivo. La luce dentro rimane anche se è spenta, basta accenderla”. 

E’ stato emozionante, man mano che scorrevo  le pagine confrontarmi con le emozioni di Concita: mi viene istintivo chiamarla solo con il nome di battesimo per averla vista più volte in televisione, e sentita ancora più spesso a Prima Pagina di Radio 3, ma soprattutto per aver trovato tante affinità nei sentimenti che  entrambe nutriamo verso la …solitamente innominata  m o r t e.  Ed è stato anche piacevole ricordare i film e i libri citati nel testo,  che hanno fatto in qualche modo parte della mia formazione. 

Penso che la maggior parte dei lettori di questo blog sia interessata al tema trattato e ve ne  consiglio la lettura

Marinella

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LA…GEOMETRIA DEI DATTERI

Non è certo la perfezione geometrica delle piramidi di datteri che ho visto infinite volte e in ogni luogo nel mio brevissimo viaggio in Marocco, la cosa che mi ha colpito di più. Però la precisione con cui ogni dattero,  e non solo i datteri ma anche gli aranci e le mele, sono posizionati sino a formare una perfetta e alta piramide, merita almeno un accenno come …nota di colore!

Non voglio certo fare qui un resoconto turistico del mio soggiorno marocchino ma solamente riportare qualche flash e qualche considerazione:

Tra i flash sicuramente c’è la necropoli di Rabat dove, immersi in un’atmosfera quasi mistica, si scopre il rifugio di un gran numero di cicogne che lì nidificano con  i maschi che corteggiano le femmine aprendo e chiudendo il becco in  un continuo e clamoroso clap-clap;

la grandiosità e gli spazi immensi dei palazzi reali che in ogni grande città costituiscono una città nella città dotata di ospedale, scuole, ecc.;;

la magnificenza delle grandi porte che si alternano lungo le antiche mura delle città: una per tutte e forse la più splendida, Bab-el-Mansour di Meknès (40 km. di mura);

le scuole coraniche, straordinari gioielli  ricchi di preziose decorazioni, dove venivano istruiti notai, giudici, e in generale uomini di legge;

la Medina di Fès dove la luce del sole penetra ben poco e dove in una frenesia di colori, odori, suoni, si trovano ancora praticate antiche professioni come quelle dei tintori e dei conciatori.

Le considerazioni invece riguardano soprattutto  il mio sconcerto nel vedere un divario così forte, anzi fortissimo, nella stessa città, tra lo sviluppo  della zona moderna dove l’opulenza e la ricchezza sono evidenti e l’incredibile povertà, ristrettezza (non solo economica ma anche di spazi, di luce, di aria) dove vive e mercanteggia una moltitudine di persone.

Una sensazione di sgomento ho provato anche quando, lasciata l’autostrada (attraversata da pedoni e animali), ci siamo inoltrati in piccole città sparse qua e là. Mi è sembrato di trovarmi al mercato di Resina (Na) dopo la guerra, quando su banchetti improvvisati o per terra, si vendeva di tutto in un guazzabuglio incredibile. Anche qui,  scarpe, vestiti, stracci, oggetti, prevalentemente made in China, erano esposti sui marciapiedi sterrati e sciami di donne velate e uomini in djellaba contrattavano gli acquisti.

I marocchini sono contenti del loro Re che considerano generoso e giusto ma le condizioni di vita sono per la maggior parte della popolazione ancora molto precarie ed arretrate. Tuttavia si ha una  sensazione di grande gentilezza d’animo, senso dell’accoglienza”e benessere spirituale. Probabilmente la grande devozione religiosa aiuta ad accettare condizioni di vita ancora inique ma la ricchezza del territorio, le bellezze naturali e una buona amministrazione probabilmente presto porteranno il Marocco a migliori condizioni di vita per tutti.

Marinella

 

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IL FOGLIO BIANCO

Stamane mi sono svegliata come al solito troppo presto per alzarmi e il mio pensiero è andato a domani: giorno in cui sarò di turno in hospice. Preparandomi all’incontro con nuovi degenti mi sono domandata “ma come mi sento quando entro in una stanza per la prima volta”? E immediatamente ho visualizzato un… foglio bianco. Un foglio sul quale una mano non ancora nota lascerà dei segni: segni leggeri che dopo breve tempo sbiadiranno, segni più incisivi che manterranno  tutto il loro significato per lungo tempo e segni così marcati che sembra abbiano inciso il foglio e che non scompariranno mai.

Lo scrivano, anzi le scrivane saranno  le emozioni che proverò all’incontro e nella nuova relazione con lo sconosciuto/a che sta dietro la porta di una stanza dove fino a qualche giorno, o qualche ora prima, c’era un’altra persona con un’altra storia di vita, di malattia e di morte con la quale ho condiviso la fase ultima della sua esistenza.

Impossibile prevedere quanti segni e di che tipo  saranno sul mio foglio bianco domani sera quando tornerò a casa e quali saranno le emozioni che avranno sentito l’urgenza di lasciare traccia del loro passaggio. Sono tuttavia abbastanza sicura che ci saranno la pietas, la com-passione, la gioia e la tenerezza. Può sembrare strano poter provare gioia e tenerezza in hospice e invece sono emozioni molto frequenti:  gioia per aver saputo “sollevare” almeno qualcuno, dalla solitudine e dall’isolamento, tenerezza perché una persona in fin di vita desta  la stessa tenerezza che si prova accanto a un  neonato. Sono i due momenti fondamentali del ciclo vitale e  il morente è inerme e totalmente dipendente come un neonato. Come non provare tenerezza, pietas e com-passione?

Ci sono tante, tantissime pagine già scritte nel mio cassetto dei ricordi, tanti fogli bianchi che sono stati variamente riempiti e che  sono per me unio scrigno prezioso che nessun ladro potrà mai rubarmi.

Marinella

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LA VOCE TERAPEUTICA

“Signora, la sua è una voce che cura” mi ha detto lunedì  un familiare della signora ospitata nella stanza 26 dell’hospice. “Davvero”? ho risposto io. “Si, lei dovrebbe parlare molto con i malati perché la sua voce nutre e cura”.

Lì per lì mi ha fatto piacere sapere di avere uno “strumento” in più per tentare di offrire un po’ di sollievo ai malati,e poi non ci ho più pensato.

Stamane avevo la  radio accesa poco prima delle 06.00 (come tutte le persone anziane mi sveglio presto al mattino e accendo la radio) e, nella trasmissione “Area di Servizio”, sento un’intervista a una didatta sulla …“Voce Terapeutica”. L’esempio portato è quello dell’effetto che fa la fiaba  sui bambini irrequieti: li calma e riesce a stimolare la loro capacità di concentrazione, e sui bambini dall’addormentamento difficile: li porta gradualmente al sonno. E l’efficacia della fiaba  non è tanto dovuta al tema della storia che viene raccontata, quanto al timbro della voce narrante. La voce può essere una …carezza per l’anima  dice l’intervistata ed io,  ché uso sempre quest’espressione riferita al “tocco” per quanto attiene al Nurturing Touch, mi sento tutta emozionata!

D’ora in avanti, quando possibile e opportuno, utilizzerò tutti e due questi strumenti unendoli in un’unica …modalità terapeutica ma, non solo io, questo blog serve anche a diffondere e far circolare informazioni e notizie che possono essere utili per tutti.

Marinella

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LA SPERANZA

Al passato, grazie: al futuro, si!” Questo è lo slogan che le monache  Agostiniane del monastero dei Santi Quattro Incoronati hanno offerto quest’anno a quanti condividevano la veglia del 31 Dicembre 2011 in attesa dell’Anno Nuovo.

Una veglia dedicata a una riflessione sulla Speranza, la “virtù” che salvaguarda dallo scoraggiamento, sostiene nei momenti di abbandono, preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità. Eppure sperare non è facile: è un’arte. E’ l’arte di imparare a capire in chi o in che cosa sperare. E’  imparare a distinguere la speranza vera dal suo contrario, che non è la disperazione ma la speranza nelle cose vane che illudono di dare la vita e la felicità e invece non ne sono capaci.

Molte sono le speranze che ci permettono di guardare al futuro, di camminare, di vivere. La speranza di un amore, dell’arrivo di un figlio, di superare una crisi o una malattia. Di tutte queste piccole e grandi speranze abbiamo bisogno per vivere …e di molte altre ancora.  S. Agostino definì la Speranza come un “amore affamato”  che ama quel che non è ancora e che sarà.

I canti celestiali delle monache hanno intervallato le letture e la preghiera e man mano avevo la sensazione che  il mio “sentire” in questi giorni ammantato dal grigiore dell’atmosfera pesante che quotidianamente i media ci trasmettono, venisse ripulito, consolato  e risanato dalla soavità e dalla purezza che mi circondava. Una sensazione straordinariamente benefica che si è rafforzata quando, aprendo il bigliettino con il mio Santo protettore per il 2012 che le suore hanno consegnato ad ogni presente seguendo un’antica  tradizione monastica, era S. Giuseppe Moscati! Un caso? Forse uno di quei casi che non succedono  mai per caso! Quest’anno avrò quindi come  compagno di viaggio e maestro di speranza, un Santo che potrà ben guidarmi e sostenermi  nel mio tanto amato volontariato.

Marinella

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