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Archive for agosto 2012

PENSIERI

Ieri, approfittando di questo scorcio di settimana un po’ “sospeso nel tempo” come è di solito nei giorni di Ferragosto, mi sono concessa una lunga giornata di piscina per prendermi cura delle mie ginocchia così acciaccate per le ripetute cadute.

Nuoto, idromassaggio sfruttando le bocche d’acqua della piscina, molto riposo, sole, un buon libro e tanti pensieri che, trovando via libera,si affacciavano alla mia mente.

Il pensiero della prossima partenza per l’Austria, le varie organizzazioni collegate a questi ultimi 10 giorni di assenza da Roma ma anche, dominante, il pensiero dei malati che lascio in hospice e per i quali non so se domenica, quando andrò a salutarli, sarà un addio o un arrivederci.

Ma soprattutto ho pensato a E.  alla quale sto praticando il Nurturing Touch in una forma opportunamente modificata e compatibile con la sua patologia.

E. trae grande giovamento da ogni trattamento, mi aspetta con ansia e nel timore che io possa mancare all’appuntamento perché, mi dice, prova un grande sollievo, sente come se qualcosa scivolasse via dalle gambe (trattiamo gli arti inferiori) e si rilassa fino quasi all’addormentamento.

Spiego sempre ai malati che il Nurturing Touch non ha nulla a che vedere con la fisioterapia e che mira a procurare  uno stato di  benessere che può avere effetti co-terapeutici. Ma in effetti ogni volta io stessa mi emoziono per la diminuzione e talvolta cessazione del dolore, per la trasformazione che  vedo man mano apparire sui lineamenti della  persona trattata, per la comunicazione intima e  intensa che si stabilisce  con il malato.

Ecco perché  un velo di rammarico appanna l’’entusiasmo con il quale  sempre mi preparo a quest’ultima vacanza montana: vacanza che prevede anche  momenti importanti dedicati  alla riflessione e alla spiritualità ma che comunque mi   impone di interrompere i trattamenti di Nurturing Touch a E.  Trattamenti che danno tanto sollievo a lei e tanta gioia a me.

Marinella

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Adele Archetti, la volontaria della nostra Associazione che sta trascorrendo due mesi in Australia per conoscere il suo primo nipotino Isaac, mi ha scritto le sue impressioni e sensazioni su questo territorio così lontano da noi. Leggendo, mi è sembrato di essere tornata in Nuova Zelanda dove tutto mi era apparso così straordinariamente lussureggiante, ordinato e…deserto!

Condivido volentieri con tutti voi lo scritto di Adele che, a occhi chiusi, ci fa sembrare di essere….dall’altra parte del mondo!              Marinella

Completamente agli antipodi delle nostre terre, in una realta’ di giorni capovolti, da quasi un mese ormai, vivo in questo paese “nuovissimo”come recitano gli atlanti geografici e del nuovissimo vado cercando i segni. Non posso dire “in Australia”, perche’ i miei orizzonti si limitano a Sydney e dintorni,  ma certamente in questa terra che conosco tanto poco alcuni aspetti li scopro ogni giorno, altri li riconosco.

Scopro la grandezza immensa della natura, dai tramonti a North Heath, alle spiagge di Manly o di Bondi che accolgono le onde nervose dell’Oceano, alle piante gigantesche di ibiscus che con sfumature pastello crescono con grande naturalezza nei giardini condominiali  e si affacciano fin nelle finestre dei primi piani, ai cespugli che spruzzano il giallo e l’arancione di mille “creste di gallo” come fuochi d’artificio nel verde dei giardini privati come lungo le strade che scendono da Kingswhy a PittwaterRoad a North di Sydney.

Riconosco come nostrane le foglie lobate dei nostri gerani e quelle piu’ angolose dei pelargoni, le piante domestiche nel giardino dei miei consuoceri e tutto e’ fuori misura. Enormi macchie di basilico ed il profumo e’ quello di casa; rosmarino, salvia, prezzemolo , menta nostrana in un pezzo di terra che sa di nostalgia e di scommessa vinta.

I gridi degli uccelli mi lasciano interdetta; non sono garruli  e sembra non appartenere a volatili ma a umani; ricordano i miagolii delle nostri gatti in amore, sembrano articolare vocali ma la maniera e’ meno sinuosa di quella dei nostri felini. Il loro e’  un richiamo  che va in giro per il cielo e si confonde nei rami di tutto questo verde di cui la citta’ e’ ricca soprattutto nella periferia.

Le mie passeggiate mi portano con un libro sottobraccio verso la spiaggia di DeeWhy che e’ il nostro quartiere. Sono passeggiate solitarie che hanno il merito di farmi concentrare sulla realta’ del quartiere all’intorno.

Lungo la spiaggia giovani e anziani, non e’ importante l’eta’, guardano l’oceano, persi nello spettacolo del mare e dietro i loro pensieri. Fuori e dentro il proprio  mondo un’attenzione, un ricordo, un progetto chissa’, …l’unico aspetto che li accomuna e’ la solitudine. Seduti sulle panchine o accocolati sulla sabbia e’ la loro una solitudine che non sa di abbandono e non desta malinconia. E’ semplicemente, forse a volte, una scelta.

Cosi’ mi accocolo pure io sulla sabbia, come altri lontani da me, quasi aderenti alle rocce che scendono al mare. Apro il mio libro e leggo.

Ogni tanto il mare sfidato dai surf mormora e il mormorio cresce fino a spegnersi lungo la spiaggia; e si dilata sulla rena che  lo assorbe e lo rilancia. All’orizzonte  gli abitanti locali con la tavola da surf sottobraccio, come fosse da noi il quotidiano, camminano lungo la riva e poi entrano nell’acqua e si allontanano cavalcando le onde.

Strani questi australiani. Io giro intabarrata nel mio impermeabile, maglioni e sciarpa e scarpe invernali – perche’ qui adesso e’ inverno – e loro passeggiano anche per la citta’ spesso in bermuda e infradito. Quando non sono in costume. Saro’ vecchia, penso. Beati loro.

Un altro aspetto mi colpisce  per la differenza abissale dalla nostra realta’ europea. E’ l’estremo ordine del traffico che scivola  via lungo arterie organizzate e non si ingolfa neanche nella city, regolare com’e’ ogni arrivo di autobus alla fermata dell’itinerario prestabilito, al momento giusto nell’area adibita allo scorrimento dei mezzi pubblici.

Il traffico non e’ eccezionale ma lo e’ la viabilita’ che obbedisce a regole precise, e la larghezza delle strade e la modernita’ delle superstrade e delle circonvallazioni che tagliano o aggirano la city, in alcuni tratti affiancate dal mare a destra e a sinistra .

Se cerco intorno quella patina di antico che tanto amo di Roma e che sono poi i colori della sua storia che nessuno eguaglia e che nessuno ci toglie, lo sguardo si rflette sulla luminosita’ degli edifici ultramoderni che nulla mi raccontano e nulla mi possono rammentare.

Solo nella zona de The Rocks le immagini e le sensazioni si fanno concrete, raccontano un’epoca lontana in cui l’Australia era solo l’ultimo anello di una catena che si perdeva nel Pacifico, a condanna eterrna di chi a lei era destinato.

Per il resto e’ luce, cristallo, acciaio; spesso le mura  ripetono il disegno tipico che tante piccole apparenti maioliche color nocciola e marrone piu’ intenso inventano sulle pareti delle case.

Nelle periferie, secondo il modello inglese, si affiancano, ad un unico piano, una all’altra estremamente curate, difese e ad un tempo offerte allo sguardo come fossero le case delle favole in miniatura, con fiori e rampicanti sui muri, esplosioni di colori nel breve spazio verde e tendine alle finestre.

E la gente. E’ tutto meno che affannata, cammina non corre. E forse perche’ in tutta l’Australia si contano circa 22 milioni di abitanti contro i 60 miloni del vecchio Continente,  le persone  si incontrano, non si scontrano.

Ed e’ uncontinuo sussurare tra loro sorry!   Se chiedono di passare o superare il tuo passo sui marciapiedi, quando entrano in un negozio prima di te, se ti incrociano agli angoli della strada.E’ una delle poche parole che mi raggiunge chiaramente anche se pronunciata tra i denti o a mezza voce. Per me che vengo e vivo a Roma e’ quasi una stonatura. Di fronte a tanta gentilezza mi sento ruspante.

E siamo ai semafori, alle segnalazioni acustiche per i non-vedenti, che durano accellerate solo pochi secondi. Deduco che i ciechi australiani sono ciechi-corridori.Al segnale convenuto all’inizio della mia permanenza attraversavo sempra dal lato sbagliato, mi riprendevo all’ultimo momento per non essere investita a ragione, perche’ qui come in Inghilterra la guida di tutti gli autoveicoli osserva la mano sinistra.

Torno nella periferia a Dee Why e il traffico e’ scomparso. Dove vivono i ragazzi c’e’ solo pace tranquillita’ e tanto verde. Lo stradone di Pittwater Road e’ affiancato da negozi tipo  far west, bassi e caotici; ma e’ lontano.

Qui non ci sono voci, niente altro che poche luci la sera che tradiscono vita all’interno delle case; la vita pedonale quasi scompare. Resta solo il via vai delle macchine e poi silenzio. Uno strillo di uccelli e’ il saluto serale.

Questo mi manca del mio paese. Le voci, la vita all’intorno, anche se caciarone e indiscrete. E’ il rumore della mia vita quotidiana.

 

 

 

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