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Archive for agosto 2013

L’ascolto è sempre stato una componente importante nel mio vivere quotidiano e l’ascolto di tante storie di vita mi ha fatto capire che il perdono aiuta sempre il perdonante e spesso, quando si è vittime di un’offesa, costituisce anche la miglior…vendetta. E più è grave l’offesa più il perdono è in un certo senso gratificante!

Ieri per caso (ma è mai un caso?)mentre ero in montagna in Alto Adige, mi è capitato di leggere sull’Unità del 20 Agosto un interessante articolo di Pietro Greco sul libro “Teoria e Clinica del Perdono” Ed. Cortina, di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini. Gli autori, entrambi psicologi, affermano che perdonare migliora la salute non solo psichica ma anche fisica. Su questa affermazione sono completamente d’accordo per quanto risulta dalla mia esperienza sul campo!

Barcaccia e Mancini considerano varie categorie di perdono ma io mi limito a soffermarmi solo sui vari aspetti del perdono interpersonale.

Perdonare non è semplicemente giustificare, dimenticare, riconciliarsi ma è un processo che in base agli studi compiuti prevede quattro fasi:

la prima è riconoscere l’offesa, grave o lieve che sia;

la seconda è decidere di perdonare, il che non avviene in un istante ma è a sua volta un processo. Bisogna superare il desiderio di vendetta, la rabbia e la tentazione di…metterci una pietra sopra. Per riuscire a perdonare veramente bisogna tenere ben presente l’offesa ricevuta e valutarne la gravità. Solo così ci si può impegnare seriamente nel processo del perdono;

la terza è lavorare su se stessi per riuscire a perdonare: entrare in una situazione di empatia con chi ha offeso, valutare le condizioni che l’hanno portato ad offendere, comprendere che il perdono è un’azione unilaterale e che chi ha offeso potrebbe anche non chiedere mai scusa e non richiedere il perdono;

la quarta fase è raggiungere il perdono vero e proprio valutandone le conseguenze, ben consapevoli che sarà necessario non abbassare mai la guardia perché la persona perdonata potrebbe anche ripetere l’offesa. Basta pensare alle donne che subiscono ripetutamente percosse e violenze dai loro compagni di vita!

Ma il più difficile dei perdoni è il perdono di sé per colpe vere o talvolta solo immaginarie: una situazione che può portare a stati psicotici anche gravi.

Ovviamente ogni essere umano è una persona diversa e non si può schematizzare un processo così unico e personale per ognuno di noi. Ma si può riflettere su quanto affermato dagli autori e metabolizzarne la conoscenza e il significato.

Quello che è certo è che chi perdona ne ricava un beneficio psico-fisico in quanto evita di rimuginare continuamente sull’offesa ricevuta, di farsi venire mal di fegato pensando a quale raffinata vendetta può mettere in atto, di perdere l’appetito e il sonno e di abbassare così le proprie difese immunitarie.

Come ho già detto, nella mia oramai lunga vita ho avuto modo di verificare come esattamente rispondente alla realtà quanto affermato dagli autori di questo libro che per la prima volta in Italia tratta del perdono dal punto di vista della psicologia scientifica.
Marinella

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IL MIO FERRAGOSTO

pranzo_ferragosto

Vi ricordate Il pranzo di Ferragosto? Quel delizioso film del 2008 nel quale un uomo di mezza età che vive ancora con madre despota, insomma un bamboccione di oggi, si trova intrappolato a passare con la madre ed alcune vecchie signore la giornata di Ferragosto? Una sequenza di situazioni tra il divertente e l’allucinante!

Di solito io mi trovo a Roma per Ferragosto e anni fa, prima di vedere quel film, avevo preso l’abitudine di invitare a pranzo alcuni amici anziani più o meno soli. Insomma un modo di non sentire la solitudine in una giornata solitamente dedicata alle gite e al divertimento.

Altri amici giovani, che avevano visto il film, hanno iniziato presto a stuzzicarmi sul fatto che io organizzavo il “pranzo di Ferragosto”. Ma volete sapere invece come sono andate le cose negli anni? Il mio pranzo di Ferragosto è diventato sempre più piacevole e ora è frequentato anche da giovani e giovanissimi!

Una bella giornata davvero che organizzo sempre con molto entusiasmo e che mi dà la gioia di cucinare per amici cari, passando poi delle belle ore in simpatica allegria. Ma che bello il Ferragosto in città!

Marinella

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Ieri è morto un nostro carissimo volontario e per uno di quei casi che non sono mai un…caso, qualche giorno fa una mia amica mi ha segnalato una significativa poesia di Vincenzo Cardarelli “Alla Morte”.

Nei suoi versi ho ritrovato echi dei desideri di F. e di quella signora vestita di bianco che non è venuta repentinamente a ghermirlo ma a prenderlo da invocata amica.

E’ per ricordare il nostro indimenticabile amico e volontario che trascrivo su questo nostro blog la poesia di Cardarelli.

Marinella

ALLA MORTE
Morire si,
Non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
Come quando si contano i minuti dell’orologio della stazione
E ognuno vale un secolo.
Poiche la morte è la sposa fedele
Che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
Né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo senza commiato
Sul punto di varcare in un attimo il tempo,
Quando pur la memoria di noi si involerà,
Lasciaci o Morte dire al mondo addio,
Concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia precipitoso.
Al pensier della morte repentina
Il sangue mi si gela.
Morte non mi ghermire
Ma da lontano annunciati
E da amica mi prendi
Come l’estrema delle mie abitudini.

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Stamane mentre mi dirigevo verso l’hospice dopo un mese di assenza sentivo nella “pancia” una certa inquietudine. Era il pensiero di non ritrovare nessuno dei miei amici e di dover incontrare tante persone nuove con le loro storie di vita, di malattia e di sofferenza. Non sapevo se ero “pronta” per tutto questo.

E invece appena entrata nell’atrio e salutato qualche operatore, mi sono sentita subito a mio agio, tranquilla e sicuramente “pronta”.

E’ in questo stato d’animo che sono entrata nella stanza 1 al piano terra. Sono stata fortunata perché la signora aveva una gamba gonfia e mi ha chiesto di farle… qualcosa. Le ho praticato un leggerissimo massaggio/sfioramento e toccandola si è subito stabilito un bel canale di comunicazione. Abbiamo chiacchierato semplicemente come due persone che si conoscono da tempo, le ho offerto un the e alla fine salutandomi mi ha detto che ero un…amore! Ottimo primo impatto.

E così è andata avanti la mattinata con incontri non sempre facili ma comunque significativi e man mano che passavano le ore percepivo sempre di più quanto mi era mancato l’hospice in questo mese, quanto questa “frequentazione” oramai decennale faccia parte della mia vita e quanto “nutrimento” io riceva da questo volontariato.
Parlando con la paziente della stanza 18 dicevo ppunto che per me non esiste gioia più pura di quella di poter dare qualche momento di sollievo a una persona che non è legata a me da vincoli di parentela o amicizia e che, in sostanza, non avevo mai conosciuto prima.

A metà mattinata mentre scendevo le scale per incontrare la psicologa ho riprovato quella sensazione che anni fa mi aveva fatto dire che “in hospice io ci sto come un topo nel formaggio” e quando sono uscita per tornare a casa nella canicola le gambe erano gonfie pesanti ma il cuore era leggero e pieno di gioia.

Marinella

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