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Archive for agosto 2008

Lermoos,  Alpi Bavaresi, Austria: montagne spettacolari, paesaggi mozzafiato, camminate che non avrei mai pensato di saper affrontare, compagnia stimolante, sistemazione logistica ottima. Tutto questo sembra già più che sufficiente per assicurare una bella vacanza ma in realtà l’ingrediente che ha reso il tutto così “speciale” è stato l’incanto di trovarmi in un luogo dove la bellezza e la purezza della natura mi hanno profondamente commosso. La voce dell’acqua che scorre nei truscelli e nei torrenti, il canto solitario di un uccello, la coda di uno scoiattolo che scompare con la velocità di un fulmine, i riflessi del sole negli innumerevoli laghi e laghetti, ma soprattutto le ombre lunghe e la luce  obliqua del tramonto quando la roccia delle montagne diventa rosa/violetto e l’unico rumore che si sente è lo scampanio di qualche mucca che torna all’alpeggio. Mi sono venute le lacrime agli occhi l’ultima sera e mi sono resa conto che mi sentivo come se fosse stata la prima volta che riuscivo a vedere veramente la bellezza straordinaria e la perfezione della nostra Terra: un contatto con l’Assoluto come non avevo mai provato prima.

Forse ho vissuto questa esperienza che per me è stata così straordinaria grazie  al clima di spiritualità nel quale viveva il nostro gruppo, forse per la mia  costante “frequentazione” con la morte, forse per la mia età “avanzata”, non lo so ma l’importante è che mi sembra di aver ricevuto un “regalo speciale” del quale sono molto grata.

marinella

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Parole chiave

Anche la medicina narrativa, o narrative, ha ascoltatori ed estimatori nel nostro Paese. Personalmente ho avuto occasione di accostarmi a questa metodologia di lavoro sostenendo le fatiche di una collega che sta stendendo la sua tesi di laurea specialistica.

Non sono ovviamente all’altezza di ascoltare accuratamente, né di interpretare correttamente: per tutto questo è necessaria una profonda formazione. Tuttavia, ho iniziato a riflettere sul potenziale formativo che questo blog possiede proprio tramite la narrazione delle nostre esperienze.

Ci sono alcune parole chiave che ci attraggono, che ci “inchiodano” all’articolo pubblicato, o ad un commento, esattamente come succede accanto alla persona di cui ci prendiamo cura.

Una delle parole che attirano maggiormente la mia attenzione è progetti.

E’ ovvio che i progetti significano molto per me, altrimenti non avrei dato a questa parola un tale potere d’attrazione. Sarà una faccenda sulla quale dovrò riflettere ulteriormente in supervisione. L’ho scoperto proprio ieri, al letto di Franca, durante un tentativo di farle muovere la mano, ora che il suo tumore le ha invaso i centri nervosi che ne comandano il movimento. Il trattamento non è finalizzato alla riabilitazione motoria, è bene specificarlo. Si tratta di un modo per sollevarla dal dolore che l’immobilità comporta, e che va ad aggiungersi a quello provocato dalla lesione nervosa. Si tratta naturalmente di un intervento molto cauto per il quale Franca è molto motivata. In questi momenti il tempo scorre lento e Franca parla molto, ora che ci conosciamo meglio. E’ stato durante una di queste occasioni che lei ha pronunciato quella parola: “ Avevo tanti progetti e non ho potuto realizzarne nessuno. Avevo bisogno di un altro paio di occhiali. Volevo scendere al paese per comprarli. Volevo salutare alcune vecchie amiche. Nessuno viene più a trovarmi  da quando sanno che ho un tumore.”

Credo che una delle molle che mi spingono a svolgere il mio lavoro sia proprio questa: la possibilità di tentare, il desiderio di aiutare le persone a realizzare i loro ultimi progetti. Qualche volta ci riesco, qualche volta no. E’ così e posso tollerarlo. In quanto a quello che pensano le persone di cui mi prendo cura, e che non riescono a portare a compimento un loro progetto, è difficile capire. A volte sembra che questo sia il segnale che la fine si sta avvicinando e ne prendono coscienza. Altre volte si fermano prima della frustrazione data dall’evidenza di ciò che è divenuto impossibile. Cerco sempre di stare al passo, di non spingere, di aspettare, di proporre solo ciò che in quel momento è raggiungibile. Faccio molti errori. Ho imparato tanto ma devo fare di meglio. Ascolto molto, ma non basta. Bisogna saperlo fare.

Patrizia

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In partenza…

Cari lettori di questo blog, sono di nuovo in partenza e questa volta per dieci giorni a scarpinare sulle montagne dell’Austria. Avete capito che sono una “montanara” vero? I miei amici e colleghi manterranno attivo il nostro blog mentre non ci sono ma mi piace salutarvi con una frase di André Malraux che ho sentito molti anni fa in occasione di un convegno e che mi è rimasta impressa  nella mente e nel cuore:

Ho imparato che una vita non vale nulla e che nulla vale una vita!

Marinella

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L’Associazione A.d.V.I.S (volontariato ospedaliero) di Castel di Sangro, come ogni anno ha organizzato il 13 Agosto una, oramai famosa, “sagra della solidarietà” nella piazza grande trasformata in un salotto dai volontari che sin dall’alba  hanno lavorato per addobbarla e decorarla. Si tratta di una grande festa mangereccia nel corso della quale si possono gustare tutte le specialità della zona cucinate con mani amorose dalla comunità femminile, ma anche maschile. L’ “isola dei dolci” fa sempre venire l’acquolina in bocca solo a guardarla e il successo è ogni anno  strepitoso. Ma la festa non finisce qui perché il clou è costituito da una grande lotteria con magnifici premi, offerti anche questi dai commercianti e dalla cittadinanza.

Ma perché “festa della solidarietà”? Perché il ricavato viene dedicato interamente a progetti di aiuto a persone svantaggiate sia in Italia che all’estero. L’anima dell’organizzazione è Irma ma ciò che è soprendente è vedere come tutta la cittadinanza si impegna in questa vera e propria gara di solidarietà La nostra Associazione Progetto Città della Vita ha avuto occasione di collaborare con l’AdVIS per la formazione dei volontari  e si è stabilita una reciproca corrente di simpatia e di stima perché accomunati da identiche motivazioni. E’ quindi con gioia che, anche se da lontano, abbiamo partecipato a questa entusiasmante kermesse con tutta l’ammirazione che desta il vedere un’intera comunità che si mobilita con tanta generosità in favore di chi ha bisogno di essere aiutato. Bravi! E a te Irma buon “riposo della guerriera!

Marinella

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Hospice

Stamane sono andata in hospice, a soli due giorni di distanza dall’ultima visita. Già avvicinandomi e vedendo alcuni capannelli di meste persone sul marciapiede, ho capito che la “signora morte” aveva fatto più di una …capatina. Appena entrata ho subito sentito la sua presenza aleggiare nei corridoi, dove tutte le porte delle camere erano rigorosamente chiuse. Di solito invece, tranne che nei momenti delle medicazioni e dell’accudimento quotidiano, le porte sono aperte perché sembra che i malati desiderino “assorbire vita” dagli andirivieni che si avvicendano nei corridoi: passi frettolosi degli operatori sanitari, chiacchiere dei familiari che si confrontano e si incoraggiano a vicenda, rumore di carrelli, commenti anche scherzosi di persone che si incontrano, suono di campanelli, voci di televisori. Insomma:vita,  

Man mano che venivo aggiornata sulla situazione odierna, scoprivo che in meno di due giorni molte persone avevano affrontato quell’attraversamento che fa tanta paura. Quando ho sentito che la signora del numero 11, degente da molti mesi, alla quale eravamo tutti molto affezionati e con la quale avevo fatto una lunga chiacchierata sabato mattina, se n’era appena andata, non ho potuto trattenere un “oh, no!”. Il caposala allora mi ha detto “non ti sei ancora abituata?”.  No, non posso “abituarmi”, posso accettare, posso anche sentirmi sollevata perché quella persona non soffre più ma non posso abituarmi.

Ho fatto una certa fatica a ritrovare la mia consueta calma e serenità prima di iniziare la mia visita ma subito dopo il contatto con la prima malata, mi sono “recuperata”. Tornando a casa riflettevo sull’insieme della mattinata, sulle mie emozioni e sensazioni, sulla mia tristezza per aver perso una persona così cara e ho capito che non solo non posso  ma non voglio abituarmi. Se subentrasse l’abitudine diventerei insensibile, mi sembrerebbe di fare la volontaria in un “mortificio” e non in un luogo dove invece ci si prende cura della persona morente nella sua interezza e la si accompagna con affetto verso quel “salto nel buio” che è e resterà un mistero. Voglio sentire il dispiacere per le perdite, essere triste o sollevata, voglio continuare ad amare le persone che incontro in hospice e condividere ciò che mi comunicano. Solo così la mia presenza di volontaria ha un “senso”.

Marinella

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Ricevo questo appello dalla Sardegna e volentieri lo pubblico perché forse qualcuno dei nostri lettori potrà dare un’utile indicazione. Io ho suggerito di rivolgersi all’assistente sociale dell’ospedale perché forse ci sono stati altri casi simili, e alla Parrocchia limitrofa dove mi risulta ci sia un bel gruppo Caritas. Grazie per la collaborazione. Marinella

Salve,
chiedo il vostro aiuto per un signore Sardo di circa 60 anni,
affetto da una rara forma tumorale che dovrà essere assistito
per un particolare trattamento a San Pietro Fatebenefratelli
a Roma.
Dovrà trasferirsi in questi giorni e stare per circa 2 mesi
Cerca disperatamente un posto dove poter stare dopo aver fatto
il trattamento. E’ accompagnato dalla moglie.
Sapete indicarmi un punto di accoglienza e/o un associazione
nei pressi dove possano essere ospitati in cambio di un offerta
che gli consenta di potersi permettere questo indispensabile trattamento
per la sua sopravivenza??
 
Vi sono grata per quanto potrete segnalarmi
 
cari saluti
Emanuela


“Una risposta è il tratto di una strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre”.

Emanuela Serra
Coordinamento Generale
Associazione Sindrome di Crisponi e Malattie Rare
C.f. 90034520958
3476743189 0783 093936
www.sindromedicrisponi.it

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Poche sere fa ero a cena con una giovanissima amica: Silvia, oggi studentessa universitaria. C’erano ahche altre persone e, come talvolta accade, il discorso è scivolato sul mio volontariato. Parlando della necessità di accettare il fatto che la morte è parte della vita, Silvia mi ha racontato di aver fatto un tema sull’argomento quando era al liceo. L’aveva ancora sul computer e, leggendolo, ho pensato che sarebbe stato interessante condividerlo con i nostri lettori. Eccolo:

L’AUTUNNO ARRIVERA’ PER TUTTI

TESI: la morte non come sofferenza ma come evento obbligato e naturale

 

“presi dalla follia di vivere in fretta possiamo forse preoccuparci della morte? La morte ci coglie stupefatti, beffardi o urlanti di paura” sono queste le parole del Morand ne “L’art de mourir”.

Non è forse vero? Ci siamo mai fermati a riflettere su cosa sia davvero la morte? No, mai. Al solo udir la parola cominciano gli scongiuri. Ma ce ne è forse bisogno?

La morte è un atto naturale, biologico, come il nascere. Ogni essere vivente nasce e poi irrimediabilmente muore. Davanti alla vita, al quotidiano scorrere dei giorni ci mostriamo immortali, eterni. I mass media che ci bombardano ogni giorno con continui bollettini di morte da tutto il mondo, ci scuotono, sì, ma il pensiero di tutti è: è toccato ad un altro e non a me. Chiediamo aiuto al sillogismo aristotelico come fa Tolstoj ne “La morte di Ivan Il’ic” : “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale” tutto ciò ci sembra vero in relazione a Caio ma non a noi stessi. Viviamo freneticamente la vita senza pensare che prima o poi arriverà quel fatidico giorno. Non sappiamo come lo affronteremo, se con rabbia, rassegnazione. Quando quel giorno arriverà saremo urlanti di paura, invocheremo il nome di quel Dio che non abbiamo mai invocato nella vita: lo supplicheremo di salvarci ma ogni parola sarà, a quel punto, inutile. Non servirà più aver paura. Il buon cristiano sarà fedele, guarderà verso il paradiso, lo scettico si porrà delle domande, l’ateo sarà ansioso. Ognuno di noi avrà un atteggiamento diverso di fronte a quell’evento  cui assistiamo ogni giorno, sì, ogni giorno: non è forse morte l’inizio di un nuovo giorno? Si, è la morte del giorno precedente. Non è morte un frutto? È morte del fiore che lo ha preceduto. Non è morte la gioventù? Si, è la morte della fanciullezza.

Seneca scrive “quando cresciamo, la vita va diminuendo”; l’avanzare dei giorni, dei mesi, degli anni è il cammino verso la morte. “tutti viviamo come se fossimo certi avere sempre a vivere” dice Guicciardini. Toccherà a tutti morire, e lo faremo con la gioia di aver vissuto o con il rimpianto di non averlo fatto troppo a lungo?

Solo ad un passo dalla bara capiremo che quel sillogismo del quale parlava Tolstoj era universale, vero per tutti. Tutti compresi noi che ci ritenevamo immortali. Non serve far scorrere i giorni pensando a quello in cui moriremo, ma dobbiamo mostrarci anche realisti e rassegnati. “anche il  fiume muore sfociando nel mare” dice Oriana Fallaci; ed è così: tutte le cose hanno un inizio ed una fine e così anche l’essere umano. Non deve esistere timore o sgomento, solo razionalità. La nascita è gioia, la morte non è dolore, è solo fine d quella gioia, una fine irrimediabile e naturale.

Piangeremo per la morte dei nostri amici, dei nostri parenti, dei nostri cari; ma non saranno poi gli altri a piangere anche noi?

È autunno e guardo fuori dalla finestra: dagli alberi cadono le foglie ormai morte. Ne nasceranno di nuove, ma moriranno anch’esse. La vita è un ciclo di stagioni. Ognuno avrà, come quelle foglie, il proprio autunno.

Tenendo presente che si tratta di un compito scolastico e che è stato scritto quando Silvia aveva 17 anni, ho pensato che la “lucidità” di Silvia sul tema era abbastanza notevole. Voi che ne pensate?

Marinella

 

 

                                   

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