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Archive for settembre 2018

Sono passati circa dieci anni da quando mi recavo due volte al mese a Treviso per diffondere la cultura del Nurturing Touch nelle case di riposo del territorio, e avevo un piacevolissimo ricordo della vita in quella città cosi a “dimensione di uomo”.

Ecco perché ci sono tornata così volentieri qualche giorno fa, per tenere ancora una volta un workshop sul “tocco che nutre”, nell’ambito di un Master in psico-oncologia.

Una magnifica sede per il corso, presso il Centro Studi Lorenzon dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ospitato in una villa d’epoca circondata da un grande giardino.

Erano proprio tanti i partecipanti ma tutti sono stati così presi dal clima intenso subito creatosi, che il lavoro si è – mi viene da dire “srotolato” – facilmente, come un tappeto prezioso che svela tutta la sua bellezza man mano che viene srotolato.

Sebbene in partenza fossi un po’ preoccupata dal numero elevato dei partecipanti – in rapporto alle condizioni della mia schiena reduce da una terribile sciatica – mi sono sentita sempre serena e rilassata mentre…zompettavo da un lato all’altro della grande sala osservando le modalità di contatto praticate dai discenti per stabilire una comunicazione affettiva con i loro partner. E la schiena si è comportata benissimo!

Il tempo è volato e ci siamo ritrovati troppo presto alla condivisione finale, nella quale è stata ripetuta più volte la parola “strumento” . E’ qui che abbiamo iniziato a lavorare sulle parole. E’ vero infatti che durante il corso si è acquisito un importante strumento di comunicazione con l’altro, ma chi lo adopera deve suonarlo utilizzando tutti i propri sensi, fino a divenire egli stesso strumento.

Per concludere la giornata ho quindi chiesto ad ognuno di esprimere in una sola parola che cosa si portasse via dall’esperienza vissuta. Eccone alcune: calore, arcobaleno, emozione, leggerezza, profondità, vibrazione, ponte, tenerezza….

Queste sono le “parole del Nurturing Touc” che, meglio di ogni mia riflessione, possono forse trasmettere la potenza e la profondità del contatto affettivo.

E ora, per concludere, non posso fare a meno di riportare una frase di Santa Teresa, citata proprio quello stesso giorno, nel post quotidiano di Nicoletta Cinotti. Eccola: “Le parole conducono ai fatti (….) Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza.”

Marinella

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Ieri ho terminato di leggere il libro di Marie de Hennezel di cui al titolo. L’ho chiuso, e poi ho chiuso gli occhi e l’ho visto scorrere di nuovo nella mia mente. “Mente”, anche questa potrebbe essere una traduzione della parola esprit, ma sarebbe molto riduttiva perché leggendo ho capito che in questo testo esprit significa molto di più: anima, interiorità, spiritualità, curiosità di sapere e ancora altro.

Il libro racconta la lunga amicizia – e non solo – della psicologa francese, pioniera nel campo dell’accompagnamento dei  morenti nelle cure palliative, e François Mitterand. Il tempo della sua lunga malattia, vissuta nel segreto della  carica di Presidente della Repubblica Francese.

Ho avuto la fortuna di conoscere Marie de ennezel frequentando  a Marostica circa 20 anni fa un suo seminario intensivo di Aptonomia (la scienza dell’affettività trasmessa attraverso il contatto) e poi incontrandola nuovamente a Roma molti anni più tardi, quando avevo già letto il suo famoso libro “La morte Amica” e numerosi altri.

Così, quando in Agosto mi è stato regalato questo libro, ho deciso di farlo passare avanti a tutti gli altri nella “lista di attesa” dei  libri che mi aspettano sul ripiano centrale  della libreria.

Era il 6 Novembre 1984 quando la de Hennezel e Mitterand si sono casualmente conosciuti e, per volere del Presidente, da quel giorno ha avuto inizio lo straordinario viaggio compiuto insieme. Un viaggio che attraversa diverse stagioni della malattia di Mitterand: cure, remissioni e, nella primavera del 1995, l’aggravamento finale.

E’ solo dopo 20 anni che la de Hennezel si è sentita libera di scriverne per far conoscere ai francesi ed al mondo l’aspetto nascosto  di questo grande Capo  di Stato, nella sua dimensione umana, sensibile, spirituale, assetata di misticismo e dei misteri esistenziali.

Un percorso durante il quale Mitterand ha costantemente interrogato la psicologa sulle sue esperienze di accompagnamento dei morenti, quasi a volersi preparare alla propria morte attraverso le esperienze vissute da chi lo aveva preceduto.

La de Hennezel, come lei stessa dichiara, ha tratto grandi vantaggi dalla stima di cui il Presidente la onorava e la fortuna del libro “La Morte Amica” è anche dovuta alla prefazione scritta da Mitterand.

Oggi me la sono andata a rileggere quella prefazione e, sapendo quanto a lungo l’autrice l’avesse attesa, quante volte avesse visto il suo manoscritto sul comodino del Presidente e quanto, quando l’ha scritta  Mitterand fosse vicino alla sua  fine (7 Gennaio 1996), l’ho recepita con emozioni, comprensione e sensibilità tutte diverse.

Anche questa volta leggendo la de Hennezel ho  avuto alcune conferme e ho imparato ancora molto, sia per quanto riguarda l’accompagnamento dei  morenti che per la preparazione alla mia morte, quando arriverà!

Marinella

 

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INFORMARE E INFORMARSI

E’ già capitato più di una volta che un articolo pubblicato dal Notiziario di FILE mi abbia fatto riflettere sulla tematica esposta e trarne delle considerazioni che poi ho condiviso con voi che mi leggete.

Questa volta mi riferisco al redazionale apparso sul numero 50 di questo mese, dal titolo “Conoscere per Cambiare”, che si riferisce alla ancora troppo scarsa conoscenza dell’esistenza e diffusione delle cure palliative.
Sono senza dubbio perfettamente d’accordo su questo tema e leggere che il 63% dei cittadini ancora ignora i contenuti della Legge 38/2010 mi procura un profondo senso di angoscia.

La mia riflessione però riguarda un particolare aspetto di questo problema e cioè la quasi totale ignoranza della cittadinanza in merito al fatto che oggi le cure palliative non vengono più erogate esclusivamente ai malati oncologici.
I malati terminali di SLA, di sclerosi multipla, di Alzheimer, di demenza senile,di Parkinson,di patologie cardiache e molte altre,hanno diritto alle cure palliative sia in hospice che in assistenza domiciliare.

Mi sento male se penso alle famiglie dei malati terminali per tali patologie che, già stremate dalla lunga assistenza,si trovano sole ad affrontare il drammatico peggioramento finale con tutti i suoi problemi materiali e anche morali! Sono tremendi il senso di impotenza e di incapacità ad assicurare al morente la migliore assistenza possibile: in parole povere “il non saper che fare”. Insistere per farlo mangiare anche forzandolo? Cambiargli posizione anche se urla o meglio lasciarlo tranquillo? Quanto deve bere? E poi ci sono…le piaghe!
E’ di pochi giorni fa la vicinanza ad un carissimo amico affetto da demenza senile avanzata e giunto molto vicino al suo traguardo terreno. La pratica di richiesta di assistenza domiciliare è stata un po’ più complessa e lunga rispetto ai casi di malattia oncologica ma quando è arrivata l’équipe l’intera unità sofferente ha provato un immenso sollievo. Il morente è stato accompagnato e accudito come meglio non si sarebbe potuto e il trapasso è poi o in un clima di serena accettazione azione.

Alla luce di tutto questo il problema dell’informazione diventa ancora più allargato e richiederebbe un maggior impegno da parte delle Istituzioni.

Tuttavia, bisogna anche considerare che ancora oggi non tutti gli hospice sul territorio italiano erogano cure palliative ai malati non oncologici!
E allora ecco che risolto apparentemente un problema se ne crea subito un altro e intanto i morenti e i loro familiari vivono enormi sofferenze.

Nessuno di noi pensa di poter fare nulla singolarmente in merito a problemi così grandi ma forse ognuno di noi può dare il suo piccolo contributo parlandone e diffondendo la conoscenza di ciò che Stato e Regioni attualmente offrono. Ci proviamo?

Marinella

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