Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for ottobre 2016

TORGGELEN

Il Torggelen è il pasto tipico che i contadini dell’Alto Adige mangiano per celebrare la fine del raccolto. Sabato scorso l’occasione non era quella ma i miei amici bolzanini, a conclusione di altri due importanti impegni, hanno pensato di farmi vivere l’esperienza del Torggelen in uno storico maso di   Lajen.

La giornata splendida, l’aria tiepida e la luce autunnale erano la cornice ideale per ritrovarci nel maso Oberfinser risalente   al 1280. La struttura conserva intatto il fascino del passato con la sua grande stufa all’interno sormontata da un giaciglio per i bambini, e il forno per il pane all’esterno ma con accesso dalla cucina. Un tuffo in un’atmosfera quasi irreale per me che vivo a Roma e la bella sorpresa di scoprire che almeno qualcuno vive ancora una vita legata ai ritmi delle stagioni e ai lavori della terra : una vita sicuramente faticosa ma con tanti aspetti molto positivi. Bello, buono e grazie ai miei amici!

In realtà, come accennavo sopra, il Torggelen è stato solo un piacevole mezzo ma mi trovavo a Bolzano per altri motivi. L’occasione era la presentazione ufficiale, al termine del periodo sperimentale, del servizio di Nurturing Touch offerto dalla Caritas agli ospiti della Casa di Riposo Firmian. Un esperimento che ha dato risultati così buoni da richiederne, se possibile, l’incremento.

Una bella soddisfazione per le volontarie che con tanta passione e dedizione si sono impegnate in questo servizio, e i rapporti stabiliti con i tanti ospiti è il ringraziamento più bello che le volontarie possano desiderare.

Inoltre quella stessa sera la Caritas ha invitato i familiari delle persone decedute a ricordare i loro cari con la celebrazione della “Notte del lutto e del conforto” organizzata dai volontari nella   cornice veramente unica del complesso di “Maria Heim” risalente al 1600: un’oasi di pace contornata dal verde dei vigneti, nel cuore di Bolzano.

Il complesso che si presenta possente e molto ben conservato nonché utilizzato, comprende anche tre cappelle il cui ampio vestibolo è stato decorato intorno al 1672 con scene sulla vita di Gesù dal pittore Niclas Schiechl di Bressanone.

La cerimonia del ricordo dei defunti suggestiva e ricca di simbolismi, è stata organizzata con molta sensibilità e creatività dai volontari e seguita dalla distribuzione di un piatto di zuppa calda (conforto).

Sono rimasta affascinata e ammirata per la cura, l’impegno e la dedizione che il volontariato Caritas offre alla cittadinanza e anche attraverso questo blog voglio dire a tutti loro BRAVI, BRAVISSIMI e grazie per avermi invitato!

Marinella

Annunci

Read Full Post »

ANTENATI TRA NOI

Che titolo intrigante mi sono detta quando ho ricevuto l’invito a questo seminario organizzato dalla Scuola COIRAG, sede di Roma. Che io sono una curiosa lo sapete già e allora  – fatta una piccola indagine presso amici del settore – sebbene mi sentissi inadeguata nel contesto di una scuola di specializzazione per psicologi, mi sono coraggiosamente iscritta.

Fantasmi, anime, sogni, lutto e legami, simbolismi, su tutto questo si è indagato  nel seminario magistralmente condotto da Vittorio Cigoli professore emerito dell’Università Cattolica di Milano dove per molti anni   ha diretto l’Alta Scuola di Psicologia. Cigoli ha fondato un Modello Relazionale Simbolico basato sull’attenzione ai legami tra generazioni e sullo scambio simbolico tra viventi e trapassati.

Ecco dunque la discussione su casi clinici di pazienti che hanno raccontato i loro sogni nel corso della terapia e dal singolo caso l’estensione ad altri simbolismi. In particolare i sogni di L. paziente del Dr. Aprea, che insieme al Dr. Ferraro ha portato sogni di persone in terapia, sono stati oggetto di attenta disamina per i tanti chiari simbolismi contenuti.

E poi ancora spezzoni di film importanti che rappresentano situazioni di lutto, cordoglio, consolazione, dialogo con le anime, eventualmente in determinati luoghi (perché ci sono anime nei luoghi e anime dei luoghi), tanta spunti per ampliare la discussione.

Con mia sorpresa nel pomeriggio il Prof. Cigoli, con il quale avevo scambiato appena due parole nell’intervallo, mi ha chiesto di raccontare qualcosa della mia esperienza accanto ai morenti. E’ così che una volta di più ho potuto parlare della difficoltà che si trova sempre nell’aiutare i familiari del morente ad accettarne la fine imminente:  paura,  rifiuto, negazione.

Quando ho occasione di parlarne la mia speranza è sempre  che almeno qualcuno rifletta su questa problematica così importante per la qualità della morte di chi se ne va e per la qualità della vita di chi resta, ma…chissà?

Insomma per me una giornata molto interessante ed anche emozionante perché davvero, in un contesto nel quale mi sentivo quasi un’intrusa, non mi aspettavo certo di essere invitata a parlare. Che sorpresa!

Marinella

Read Full Post »

Qualche giorno fa all’inizio del mio turno in hospice, durante il briefing mattutino, si è parlato ancora animatamente del paziente deceduto nel pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. E’ riemerso anche il tema della difficoltà dei familiari ad accettare il passaggio dalle cure attive a quelle palliative .

Sulla base della mia esperienza io ritengo che ciò   sia dovuto non solo ad un’informazione insufficiente ma anche, e forse soprattutto, alla difficoltà di riuscire a considerare la morte come una realtà che fa parte della nostra vita, che non tocca solo agli altri ma anche a noi e ai nostri cari.

Nel mio volontariato ho vissuto un’infinità di volte un mio penoso limite:quello di riuscire solo raramente a trasmettere ai familiari che incontro, la capacità di “fare la pace con la morte, propria e delle persone care”.

Anche per me non è stato certo un traguardo immediato,ci sono arrivata nel tempo impegnandomi in un percorso fortemente voluto e che ha modificato le mie prospettive di vita donandomi una particolare pace interiore.

Nella mia attività di volontaria invece trovo quasi sempre chiusure totali che non lasciano aperto nessun pertugio attraverso il quale tentare un approccio all’argomento.

Poco fa leggevo un pensiero annotato sul diario di Etty Hillesum e “mi è risuonato” così chiaro e semplice che voglio condividerlo con voi:

“Con aver chiuso i conti con la vita voglio dire he la possibilità della morte è perfettamente integrata nella mia vita; questa è come resa più ampia da quella, dall’accettare ed affrontare la fine come parte di sé. E dunque non si tratta, per così dire, di offrire un pezzetto di vita alla morte perché si teme o si rifiuta quest’ultima: la vita che ci rimarrebbe, allora, sarebbe ridotta a un ben misero frammento. Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima”.

Ogni mia altra considerazione sull’argomento sarebbe…di troppo!

Marinella

Read Full Post »

Se n’è parlato parecchio in quest’ultima settimana ma in un’ottica alquanto unilaterale. In generale non se ne parla abbastanza anche se bisogna ammettere che alcune iniziative sono state prese.

Mi riferisco a quel povero malato terminale che è morto dopo 56 ore di attesa nel prono soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma.

Menzionavo l’ottica unilaterale perché l’attenzione di tutti è stata polarizzata sullo stato del prono soccorso dove non   era stato possibile neanche ottenere una tenda per separare la lettiga del morente dalla baraonda circostante.

Lo stato dei nosocomi italiani, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, è noto a tutti e non sta certo a me – che sono solo una volontaria – parlarne, ma la mia domanda è “dove erano il suo medico di base e la sua oncologa”?

E’ inconcepibile che la sua oncologa non lo abbia indirizzato alle cure palliative al momento giusto. E se qualche scusante si può forse trovare per il medico di famiglia (disinformazione, scarsa attenzione ecc. ), l’accaduto non è giustificabile per l’oncologa, sempreché le dichiarazioni del figlio siano esattamente rispondenti a verità. Sappiamo bene infatti quanto i familiari siano riluttanti ad accettare la sconfitta e a perdere l’ultima speranza di guarigione per il loro caro. Questo è umano ma è aggravato dalla mancanza di informazione.

Quando sono venuta a conoscenza dell’accaduto ascoltano il giornalista Manfellotto a “Prima Pagina” di radio 3, ho provato rabbia, dispiacere e scoramento! Ma come è possibile che a Roma, la capitale d’Italia e non uno sperduto paesino di montagna, possano accadere cose simili?

E poi ancora, il figlio riporta come rivoltosi alla fine ad una struttura di cure palliative, gli sia stato risposto che ci volevano 15 giorni per istruire la pratica! Ma dove siamo? Anche la struttura meno eccellente , se si presenta un caso grave nel giro di 24-48 ore al massimo attiva per lo meno l’assistenza domiciliare!

Ecco perché non se ne parla abbastanza. Spesso mi capita di sentire persone anche di elevata cultura che non sanno assolutamente cosa siano le cure palliative e tanto meno gli hospice.

Una campagna stampa martellante, ma soprattutto televisiva perché non tutti leggono i giornali, un’informazione chiara, semplice (fatta bene) e che sdrammatizzi il tabù della morte informando come sia possibile i accompagnare il morente con dignità e amorevole cura, potrebbe forse essere vincente nella diffusione delle cure palliative. Non lo so ma è certo che dobbiamo tutti parlarne e impegnarci in ogni modo possibile affinché questi eventi non si debbano mai più ripetere.

Marinella

P.S. Scusate lo sfogo ma sono proprio arrabbiata!

Read Full Post »

1996 – 2016

Ma davvero sono passati 20 anni da quel giorno dell’Ottobre 1996 quando, insieme al Prof. Aldo Barduagni e all’amico psicologo Vito Ferri, abbiamo fondato l’Associazione Progetto Città della Vita per il sostegno relazionale a domicilio dei malati gravi?

Ebbene si, sono proprio trascorsi venti anni densi di incontri straordinari con volontari (una “banda” come ci siamo sempre considerati), malati e familiari che hanno lasciato il segno nelle nostre vite.

Vent’anni che, insieme ai 16 anni nei quali ero stata volontaria nell’AMSO, mi hanno insegnato più di quanto abbia imparato in tutto il resto della mia vita e mi hanno reso una persona diversa.

Abbiamo festeggiato il ventennale tutti riuniti nella bella casa di Pier e Lina a Orvieto, così come avevamo festeggiato da loro il decennale. E’ stato emozionante ritrovarci dopo dieci anni nello stesso luogo e so che ognuno di noi nel proprio cuore ha ricordato Olindo, Francesco ed Elizabeth che nel frattempo ci hanno nel lasciato.

Una bella festa con poesia, discorsi, regali e anche qualche lacrima di emozione da parte mia perché nella stessa occasione ho passato la responsabilità dell’Associazione nelle mani più giovani e dotate di Silvana Bencivenga. Una decisione saggia ma indiscutibilmente sofferta che vivo con sentimenti ambivalenti:da un lato la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta nel momento giusto, dall’altro la certezza che sentirò terribilmente la mancanza della vicinanza ai malati e soprattutto ai morenti ed ai loro familiari.

Tra 15 giorni terminerò anche il servizio in hospice ma continuerò a sentirmi volontaria nella mia attività di formatrice. E poi ci sono già un paio di altre strade che si aprono davanti a me.

Insomma invece di pensare a “cosa farò da grande” è il caso che io pensi a “cosa farò da vecchia”! Prometto di racontarvelo appena avrò deciso.

Marinella

 

Read Full Post »