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Archive for gennaio 2018

UMANI E CANI

Sono sempre stata una “canara”, cioè ho istintivamente amato i cani in quanto fin da piccolissima in casa mia c’è quasi sempre stato un cane.

Ricordo il primo: Bobi un bel pastore tedesco e poi Suzuki (un odioso pechinese), e ancora  Chiubi un delizioso bedlington terrier che assomigliava a un  agnellino grigio, e infine la stirpe delle boxerine : Lola la nonna, Doré la mamma e Darma la figlia, il cane della mia vita!

Con Darma ho condiviso gli anni più difficili della mia tarda adolescenza e prima giovinezza, con lei ho studiato (era sempre accucciata tra le mie gambe e quando giudicava che avessi studiato abbastanza saltava sulla scrivania e si sedeva si libri), con lei ho fatto lunghe passeggiate al mattino prestissimo prima di andare a scuola o all’università o al lavoro negli ultimi anni. Quando Darma è morta nel 1962 ho pensato che difficilmente un altro cane sarebbe stato per me importante come lei, e così è accaduto.

Quando il mio futuro marito, che non era un “canaro”, ha “chiesto la mia mano” con una lettera  (così si usava una volta), ben conoscendo la mia passione per i cani  ha specificato: matrimonio si – cane no; cane no – matrimonio si. Che aut-aut!  Ma   ha poi ceduto di fronte alle insistenze di nostra figlia Gioia, che evidentemente aveva nel suo DNA il mio stesso amore per i cani. Così abbiamo avuto un altro cane: Scila, pastore tedesco. Adesso, quando  ho voglia di cane, mi coccolo Yuki, l’intelligentissima e giocosa flat coated retriver di Gioia, tutta nera e con gli occhi  che parlano più di lunghi discorsi umani.

Insomma, questo lungo sproloquio per dire quanto a lungo ho vissuto con i cani e come li conosca e li ami. Diciamo che è una premessa al motivo che mi ha spino oggi a scrivere su “umani e cani”. E’ di qualche giorno fa la notizia che Alain Delon, oramai vecchio e abbastanza malandato, ha deciso che quando morirà il suo cane dovrà essere abbattuto.

A me sembra che questo sia un gesto di grande presunzione più che di amore verso il suo cane. Ci sono stati dei casi, rarissimi, nei quali il cane – morto il padrone – si è lasciato morire ma è accaduto, probabilmente, quando non  c’era nessun altro che lo accudisse e soprattutto che lo amasse!

Ho vissuto personalmente una vicenda analoga nel 1992. Una mia cara amica, sola al mondo, viveva con una cagnetta affezionatissima e apparentemente “Daniela dipendente”. Daniela si è ammalata di cancro e dopo  alcuni anni di operazioni e terapie, nel 1992 è entrata nella Vera Vita. Nei periodi di ricovero, la cagnetta era affidata all’amica Elizabeth che viveva nello stesso quartiere.

Io ero l’esecutrice testamentaria di Daniela e nel testamento era specificato che l’amato cagnolino doveva essere soppresso perché …non avrebbe saputo vivere senza di lei.

Daniela è morta in clinica e in quei giorni il cane era  da Elizabeth come sempre in precedenza. Stava bene e giocava molto con i figli di Elizabeth. Che fare? Non ce la siamo sentita e abbiamo deciso di non dare seguito a quella particolare disposizione testamentaria. Il cane ha vissuto ancora per moli anni, amato ed accudito da tutta la famiglia di Elizabeth e noi non ci siamo mai sentite colpevoli di aver disubbidito al volere di Daniela.

Nessun commento su Alain Delon in particolare mala riflessione che  noi umani non dobbiamo cedere a deliri di onnipotenza in nessuna situazione e verso nessuno.

Marinella

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Ricordo benissimo come nei primi anni ‘80, quando ero volontaria da poco tempo, nel orso di una  riunione mensile sentii il Direttore Generale dell’AMSO – l’Associazione della  quale allora facevo parte – definire il volontariato come una “vocazione”.  Dentro di me pensai “che esagerazione, la vocazione è quella dei religiosi”.

Ero ancora piuttosto giovane ed all’asilo nido di un certo tipo di percorso, peraltro  non ancora terminato. Gli anni sono trascorsi, le esperienze si sono accumulate ed io sono passata alla scuola elementare e poi alla media di quel certo percorso.

A quel punto ho cominciato a capire cosa intendeva quel giorno oramai lontano Silvana Zambrini, che considero tuttora  la mia “mamma del volontariato”.  Si, il volontariato, inteso nel suo vero significato, è una vocazione.

Lo spirito del volontariato è nato e cresciuto in  me man mano   e a un certo grado di maturazione si è rivelato in tutta la sua purezza come  un   bisogno da realizzare in relazione a un altro o ad altri. Un bisogno che urgeva e voleva andare in una determinata direzione. Ecco perché nel 1996 ho fondato una associazione di “volontariato puro”.

E’ stata una vocazione forte, trascinando facilmente un drappello di persone che hanno sempre tenuta alta la bandiera del “volontariato puro”, fino al passaggio di mano avvenuto il 1 Ottobre 2016. Ora il Progetto Città della Vita è una normale ONLUS, come tanti altri gruppi di volontariato.

Ma perché questa riflessione  si è affacciata alla mia  in mente proprio ora? C è un motivo: ieri mattina il bravo e giovane frate che ha celebrato la Messa, ci ha fatto notare che nel Vangelo del giorno erano le 4 del pomeriggio quando Gesù ha detto ai due discepoli che lo seguivano “Venite e vedrete”. Ebbene, le 4 del pomeriggio nella vita rurale di quel tempo era un’ora avanzata del giorno,  verso  il tramonto. Riportandomi all’ umano percorso   di vita, mi è venuto in mente che se ho potuto capire solo  nell’ età matura che il volontariato è una vocazione, è perché ho dovuto prima avere il tempo di prepararmi, di superare alcune prove di vita, di saper guardare oltre le apparenze e le parole, insomma di crescere a sufficienza.

Marinella

 

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Tanto abbiamo sentito parlare e abbiano letto in questi giorni su Marina Ripa di Meana che, dopo 16 anni di malattia  ha, è morta di cancro.

Marina, grazie alla sua notorietà e  con uno dei suoi famosi “coup de théatre” – in punto di morte –  ha contribuito in maniera rilevante  alla divulgazione della cultura delle cure palliative. Ha detto a chiare lettere e chiarissime parole che in Italia si può morire a casa affidandosi alle cure palliative domiciliari e si può scegliere, quando necessario, la sedazione profonda.   Questa permette di non soffrire, pur rimanendo in vita fino a quando non giunge naturalmente il momento del trapasso.  Grazie Marina, un bel “colpo” davvero!

Ieri mattina  mentre mi preparavo per andare a Messa ascoltavo “Prima Pagina” alla radio e, se non fossi stata già in ritardo, avrei telefonato nello spazio dedicato alle domande degli ascoltatori.  Ero arrabbiata perché, ancora una volta, non ricordo se nella lettura di un giornale o in un commento, le cure palliative erano state identificate come la terapia del dolore. Questo equivoco porta spesso alla convinzione che le cure palliative possano essere praticate dal proprio medico di famiglia o da altri medici comunque non palliativisti.

E’  chiaro che la terapia del dolore  è la componente fondamentale delle cure palliative perché se c’è dolore intollerabile non c’è né qualità di vita né qualità di morte; ma le cure palliative  includono la cura di tutti gli altri sintomi dovuti alla malattia, e sono tanti. E non dimentichiamoci  gli aspetti psico-emozionali del malato  e dei suoi familiari!

Quando ero giovane ho lavorato anche in una industria missilistica e ricordo quanta ricerca si faceva sulle countermeasures: le contromisure da attivare per intercettare il missile. Ebbene, delle cure palliative fanno parte anche le risorse terapeutiche per attivare le countermeasures, al fine di intercettare le reazioni secondarie proprie della terapia del dolore!

Che dire di più? Continuiamo a divulgare e a parlarne, senza paura, perché la morte fa parte della vita ed è giusto poter morire con dignità.

Marinella

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IL NUOVO ANNO

Buon Anno miei cari lettori. Come sarà questo 2018 appena iniziato? Non possiamo saperlo ma siamo consapevoli che venti di guerra spirano in molti angoli del pianeta. E’  proprio per questo che ho pensato di trascrivere  – come formula augurale – una straordinaria preghiera, inviatami da un amico prezioso e scritta dal beato Raimondo Lullo sette secoli fa, all’inizio del 1300!  Eccola, insieme ai miei auguri più cari.

Marinella

“AVE, Maria! Ti saluta questo tuo servo da parte degli angeli, dei patriarchi, dei profeti, dei martiri,  confessori e vergini:  e ti saluto anche da parte di tutti i santi della gloria.

Ave, Maria! Ti porto i saluti di tutti i cristiani, giusti e peccatori. 

I giusti ti salutano perché tu ne sei degna e perché sei la speranza della loro salvezza;  i peccatori ti salutano perché hanno bisogno di perdono e hanno la speranza che con i tuoi occhi misericordiosi rimiri il tuo figlio benedetto, onde egli abbia misericordia e pietà delle loro colpe, ricordandogli tu, signora, la passione che egli soffrì per essi.

Ave, Maria! Ti porto i saluti da parte dei mori, degli ebrei, dei greci, dei mongoli, dei tartari, dei turchi, dei bulgari, degli ungheresi,  dei cumani,  dei beduini, dei siriani,  dei giacobiti, dei nestoriani, dei maroniti, dei russi, degli armeni  e dei georgiani.

Tutti questi e molti altri ti salutano per mio mezzo, che io sono il loro rappresentante.

Con questo saluto te li presento tutti, perché il tuo figlio voglia ricordarsi di loro e tu che sei madre di misericordia, voglia ottenere da lui l’invio di santi che li guidino e insegnino loro  a conoscere ed amare te e il tuo figlio benedetto,  con tutte le loro forze e poi meritare la salvezza.

Av,  Maria! Questi infedeli, per i quali io ti saluto, hanno bocca per lodarti se ti conosceranno; hanno cuore per amarti, hanno mani per servirti e piedi per camminare sui tuoi sentieri.

Tu sei degna, o Signora, di essere conosciuta, amata, servita e onorata  da tutte le genti e da tutte le contrade del mondo!

Tutti ti salutano cordialmente per mezzo mio, implorando da te grazia e benedizione.”

 

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