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Archive for febbraio 2012

VIVREMO PER SEMPRE?

Vivremo per sempre? Certamente no ma questo interrogativo è stato il tema di una sessione nell’ambito del convegno “La qualità di una vita sempre più lunga: lo scenario e l’immaginario” promosso dalla Fondazione Maruzza Lefebvre d’Ovidio a Roma il 21 Febbraio.

Un dialogo tra geriatria e cure palliative ma non solo perché, sebbene la vecchiaia non sia una malattia per definizione, spesso nell’anziano è presente una comorbilità che rende urgente  una rete di cura e protezione tra i diversi specialisti: urologo, cardiologo, ortopedico, diabetologo, palliativista ecc.

Nuovi modelli di assistenza dunque per i nuovi scenari che si presentano e nuova formazione per coloro che si prendono cura degli anziani, con un approccio a 360° e tenendo ben presente che  è necessario prendersi cura non solo dell’anziano ma dell’intera unità sofferente, cioè anche dei suoi familiari!

La stima di aumento della popolazione anziana nel futuro fa…paura anche perché  la società  non è pronta a fronteggiarlo adeguatamente: negli ultimi 20 anni è raddoppiata la popolazione degli ultraottantenni e nei prossimi 15 anni raddoppierà il numero degli ultracentenari

Anche se le stime riguardano  per ora un “immaginario” rendono urgente la progettazione di nuove forme di sostegno alle famiglie.

Se oggi in Italia il 43% della popolazione muore a casa, contro il 18%  della Gran Bretagna, nel futuro non potrà più essere così perché le famiglie, sempre più parcellizzate e mononucleari, non potranno più prendersi tutto il carico dell’assistenza domestica. Ecco dunque in questo scenario prendere forma l’immaginario di quanto sarà necessario fare

Le strutture dove si può essere aiutati ad affrontare con dignità e umanità la morte e il morire dovranno essere  destinate non più solo ai pazienti oncologici ma a persone affette da tutte le patologie inclusa la demenza e l’Alzheimer Proprio in questi casi quando la cura farmacologia non ha più effetto e le famiglie di solito si allontanano dai centri di assistenza,  sarà necessario fornire loro un counselling opportuno e costruire una “prognosi di necessità assistenziali” per poter  pianificare interventi qualificati.

Nelle strutture per anziani bisognerà diffondere la cultura delle cure palliative  affinché, nel rispetto delle leggi vigenti, i malati siano accompagnati al loro traguardo con dignità e rispetto. E’ anche doveroso evidenziare che in talune residenze si fa già molto per la formazione del personale non medico, che si mostra sempre più desideroso di conoscere le nuove possibilità  terapeutiche e assistenziali per far concludere meglio ai loro anziani la vita terrena.  Ecco quindi la necessità di creare con gli specialisti delle cure palliative una rete di sostegno efficiente ed efficace.

Al di là delle discussioni di carattere scientifico e sociale sui problemi della palliazione nel grande anziano, la mia personale sensazione è stata che si sia   discusso su un immaginario molto molto vicino e che la Fondazione Lefebvre in questo incontro  apparentemente  pionieristico, abbia aperto un dialogo fondamentale per il miglior benessere di tutti noi nell’età avanzata. Mi è d’obbligo esprimere il mio apprezzamento per l’impegno di Silvia Lefebvre nell’affrontare le problematiche delle due fasi di maggior fragilità della vita umana: l’infanzia e la vecchiaia. Brava Silvia!

Marinella

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INCONTRI METROPOLITANI

Mercoledì pomeriggio alla fermata dell’autobus di Piazza Ungheria: il 360 si fa attendere, come al solito, per tantissimo tempo. Un signore sulla quarantina mi chiede “signora da quanto tempo aspetta?”  Più di un quarto d’ora rispondo e lui mi comunica  che era lì già da parecchio quando sono arrivata io. Commentiamo la scarsa efficienza dei mezzi pubblici e lui mi dice che vive a Parigi da quando aveva 5 anni e che viene spesso in Italia a trovare prima la nonna e ora la vecchia zia rimasta sola di recente

E’ un simpatico giovane e gli chiedo se a Parigi lavora, mi dice che fa il regista, si parla della crisi che attanaglia l’Europa e che lui riferisce  di vedere in modo molto più evidente a Parigi che non a Roma. Si parla di politica, di Berlusconi, di “Sarko” e della première dame e finalmente arriva l’autobus

Saliamo insieme ed è come se la distanza corporea forzatamente ravvicinata inducesse a una comunicazione più personale. Mi racconta della sua famiglia, della nonna che ha molto amato e che non c’è più, dello zio morto di recente per cancro, ed è così che, abbassando sempre di più la voce, si parla della morte: vecchietta vestita di nero con la falce in mano o signora vestita di bianco che ci accoglie?

Lui è decisamente per la prima ipotesi e stenta a capire le mie argomentazioni fino a che mi dice in un sussurro “avevo una ragazza che un anno e mezzo fa, all’età di 24 anni si è suicidata buttandosi dalla finestra. Non me lo posso perdonare, avevo capito che c’erano dei problemi ma non ne avevo percepito la gravità. Ci penso tutti i giorni e mi sento male come il primo giorno”!  Forse se non fossimo stati su un autobus lo avrei abbracciato per trasmettergli un po’ di quella consolatio  della quale parlavo nel post precedente.  Ma intanto la fermata di Piazza Vittorio si avvicinava e il commiato era prossimo. Abbiamo convenuto che avevamo fatto discorsi non …da autobus ma che eravamo contenti di esserci incontrati. Una stretta di mano, nomi mormorati in fretta e sono scesa.

Ma perché ho scritto di questo strano incontro metropolitano? Perché questo conferma che il bisogno di comunicare ed essere ascoltati non è un bisogno solo dei malati ma di tutti, o quasi, gli esseri umani.

Marinella

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L’ABBRACCIO

Ieri stavo riflettendo sull’intervento che terrò l’8 Marzo in occasione del convegno “Stare Accanto nelle ultime fasi della vita” dove il tema affidatomi è “I bisogni veri dei malati e dei loro familiari” .

Tra i bisogni dei familiari, rifacendomi alla mia esperienza personale,  pensavo al bisogno di essere abbracciati, quando il calore del corpo di chi abbraccia va a scaldare il cuore dell’abbracciato, quando due guance si accarezzano e quando spesso le lacrime si mescolano: quanta consolatio in un abbraccio di questo tipo! Ancora mi sembra di sentirla e riviverla.

Poco dopo apro la posta e trovo una mail di un mio amico che riporta  uno scritto di Paulo Coelho, guarda caso, proprio sull’abbraccio. Non posso fare a meno di trascriverlo e condividerlo con voi, cari lettori.

“In questo momento ho bisogno di un’unica cosa: un abbraccio. Un gesto antico quanto l’umanità, il cui significato va al di là dell’incontro di due corpi. Un abbraccio vuol dire: ‘Non sei una minaccia, non ho paura di starti vicino, posso rilassarmi, sentirmi protetto e comprendere che c’è una persona in grado di capirmi’. Secondo la tradizione, ogni volta che abbracciamo qualcuno con piacere, guadagniamo un giorno di vita. Ti prego, abbracciami adesso.”

Buona domenica e…un abbraccio!

Marinella

PS Ecco il video che Gisella menziona nel suo commento:

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IL…RUMORE DEL SILENZIO

Stamane mi sono svegliata e sono rimasta perplessa per un attimo, colpita dal …rumore del silenzio. Di solito dalle 05.00 in poi sento il traffico che man mano aumenta e spesso riesco ad indovinare che ore sono senza guardare l’orologio. Inoltre mi sembrava un silenzio strano, ovattato, diverso da quello che si sente in piena  notte

Subito però ho capito….la neve! Ho avuto parecchi problemi per aprire le persiane con le serrature ghiacciate, ho dovuto spalare la neve sui miei balconcini con la paletta per l’immondizia ed infine mi è apparso un paesaggio incantato: le cassette dei fiori e le mie belle pensé erano scomparse, la ringhiera  di ferro battuto con i suoi tanti ghirigori, sembrava una trina immacolata, i tetti, i terrazzi, i balconi del palazzo davanti mi sembravano sospesi nel tempo così ammantati di bianco. E poi Piazza Vittorio con i suoi grandi alberi dalle braccia allargate e inclinate sotto il peso della neve. Insomma: una meraviglia!

Accendo la radio e sento solo frasi come “la morsa del ghiaccio” “un inferno bianco”. E’ chiaro che per chi si è trovato bloccato sul grande raccordo anulare o altrove questo è vero, ma la neve non significa solo questo.  Nessuno  ha parlato della gioia dei bambini, della pausa forzata che la natura ci ha imposto e che ci consente di fermarci a guardare un paesaggio ancora capace di sorprenderci, della dimensione più umana che la neve ci ha  bene o male costretto a indossare di nuovo anche se solo per qualche ora.

Ogni medaglia ha sempre due facce, si dice, e allora guardiamo per un momento anche l’altra faccia, senza nulla togliere a chi ha avuto grandi difficoltà!

Marinella

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