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L’ACQUARIO ROMANO

Un acquario senza acqua e senza pesci! Come è possibile?

Quando sono venuta ad abitare all’Esquilino ed ho scoperto questo strano, affascinante e antico edificio a pianta solo apparentemente circolare – perché in realtà è ovale – mi sono domandata che razza di acquario potesse essere mai stato.

Solo più tardi, quando ci sono entrata per una presentazione del lavoro di mio genero scultore, ne ho scoperto le origini e la storia. Ve la sintetizzo.
Il grande complesso è stato edificato contemporaneamente all’urbanizzazione di tutto l’Esquilino negli ultimi vent’anni dell’800 ed è nato proprio come acquario, ma la sua originaria destinazione ha avuto vita breve: una decina di anni appena.

Successivamente l’edificio ha vissuto varie sfortunate vicende e, se in un primo tempo fu utilizzato per feste e spettacoli, negli anni ’30 fu addirittura adibito a deposito e magazzini. Un vero delitto!
E’ solo nel 1985 che è iniziata la resurrezione dell’acquario con un profondo restauro che ha riportato la struttura al suo iniziale splendore. Dal 2003 il “fu acquario” è la sede della Casa dell’Architettura e vi si tengono incontri e manifestazioni.

Ho raccontato tutto questo perché stamane sono stata alla Casa dell’Architettura in occasione della manifestazione “L’Esquilino s’incontra all’ Acquario” e l’ho trovato ancora più bello perché adesso anche il grande giardino è stato rimesso a posto e le rovine di un edificio di età imperiale giustamente valorizzate.

Tra i tanti interventi dei relatori che hanno preceduto un concerto della banda dei Carabinieri, ho ascoltato con molto interesse la rappresentante della Sovrintendenza ai Monumenti che ha appassionatamente illustrato, con l’aiuto di dettagliate fotografie, i tanti interventi di restauro compiuti in questi ultimi anni all’Esquilino.

Il mio cuore si è scaldato nel sentire che le tante antiche preziosità più o meno nascoste in questo mio rione di adozione, non sono ignorate dalle autorità competenti ma – faticosamente per mancanza di fondi – recuperate con interventi delicati ed arditi ad un tempo.

E’ necessario che gli abitanti dell’Esquilino non…mollino e continuino a creare occasioni per ridare il giusto valore a questo rione che, malgrado tutto, mantiene tuttora un fascino del tutto particolare.

Marinella

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Negli ultimi 15 giorni di Ottobre la “Signora vestita di bianco” si è affacciata tre volte nella mia vita, accogliendo tre persone a me molto care. Non ero preparata a tanta…assiduità e ne sono rimasta abbastanza frastornata.

Ora, più calma e lucida, rifletto sul mio rapporto con la morte, con il lutto e con la perdita.

Dopo tanti anni di assidua frequentazione, appunto con la “Signora vestita di bianco”, ho imparato a conoscerla e, in alcune circostanze, ad esserle amica. Ho ben metabolizzato la realtà e l’ineluttabilità della vita come “passaggio temporaneo” e sono convinta che a morire per sempre siano solo le nostre cosiddette spoglie mortali, mentre l’anima, lo spirito, l’essenza di ognuno di noi passano ad un’altra dimensione.

Tuttavia, quando muore una persona a me cara,il dispiacere e il dolore mi attanagliano il cuore e la mente e mi fanno sentire avvolta da un’atmosfera di sospensione, di irrealtà, di perdita e di lutto. E’ un lutto che è destinato nel tempo a diluirsi gradualmente, grazie anche all’energia vitale che, nonostante la batosta subita, riprende più o meno lentamente il sopravvento.
E’ stato sempre così per tutti i tanti lutti della mia vita, a cominciare da quello di mia mamma nel 1964.

Ma la perdita no, la perdita non riuscirà mai a diluirsi, a velarsi, ad affievolirsi. La perdita c’è tutta nel momento dell’evento e c’è tutta per sempre. E’ ovvio che la sensazione di perdita è diversa per ogni lutto, a seconda del rapporto affettivo con chi non c’è più, ma per i lutti più importanti il senso della perdita può essere cocente per tutta la vita, mentre il lutto, di solito, ha un termine temporale.

Oggi è la festa di tutti i Santi ed è una giornata gioiosa. Domani è la ricorrenza dei Morti e forse è proprio per questo che il mio sentire si è materializzato in parole. Pensieri che sono diventati parole e che ho voluto condividere con voi miei cari lettori.

Marinella

CHE AUTUNNO CALDO!

E’ davvero un autunno stranamente caldo questo del 2018 e non solo meteorologicamente ma anche politicamente ed economicamente. Sono settimane che ascoltiamo la radio, guardiamo i TG e leggiamo i giornali con ansia crescente.

Molti di noi si sentono come seduti su una pentola a pressione dove la valvola inizia a fischiare. Sembra che chi regola la manopola del gas sotto la pentola sia un po’ nervoso e dopo che ha alzato la fiamma al massimo, fa bruscamente una mezza manovra inversa. Insomma, con questa alternanza di sudate e raffreddamenti finiremo per prenderci un…raffreddore, se non peggio.

Ma anche per me personalmente è stato un autunno caldo, del quale però non mi lamento affatto, in quanto ho avuto una stagione intensa di attività formative e di incontri preziosi.

Dopo Treviso infatti sono tornata per la quinta volta a Bolzano, dove oramai ho stabilito caldi legami di amicizia e dove mi sento quasi “bolzanina” .Questa volta mi sono concessa anche una piccola pausa tra il lavoro e la partenza, per cui sono riuscita finalmente a visitare l’ hospice, molto bello e ben gestito dalla Azienda Sanitaria dell’Alto Adige.

La formazione si è svolta presso la RSA Firmian ed è stata allargata anche a operatori dell’hospice nonché a volontari, del Firmian e dell’ hospice. Un bel gruppo come sempre e inoltre ho potuto riabbracciare la mia cara “Signora Maria”, ospite della struttura da tanti anni, che mi dice ogni volta “…guarda che io ti aspetto”!

E poi ancora c’è stato Giovedì scorso il workshop presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nell’ambito di un master in Pastoral Counselling.
Mi piace molto lavorare con religiosi e religiose perché mi dà la possibilità di approfondire fino alla radice una delle tre caratteristiche del Nurturing Touch: calma e lentezza del movimento, pulizia interiore dell’operatore e purezza dell’intenzione. Ecco è su quest’ultima caratteristica che mi impegno particolarmente ad esplorare e condividere con i discenti le tante emozioni che ho provato nella mia esperienza stabilendo un “contatto affettivo” con un “altro”, al solo scopo di offrirgli sollievo. Un contatto lieve ma capace di comunicare tutta la purezza dell’intenzione e che implica un coinvolgimento totale non solo fisico ma soprattutto emozionale e spirituale. Molto impegnativo!

E infine non posso dimenticare il blitz a Castel di Sangro con il mio carissimo amico Ignazio Punzi, autore del libro “I quattro Codici della Vita Umana: filialità, maternità, paternità, fraternità”. Un’occasione ghiotta la presentazione del suo libro organizzata dalla mia altrettanto carissima amica di Roccaraso Cinzia D’Altorio, Preside del Liceo di CCastel di Sangro. Cinzia ha previsto un evento che si è snodato in alcune tavole rotonde successive dove Ignazio ha interagito con studenti dell’ultimo anno, docenti e familiari. Tra questi molti miei amici di Roccaraso per cui l’ incontro a sorpresa fuori programma (nessuno sapeva che Ignazio mi avrebbe portato con lui) si è trasformato anche in una gran festa per tutti noi.

Per domani il meteo prevede un notevole abbassamento della temperatura e speriamo che questo avvenga anche per quella “pentola a pressione” di cui sopra mentre io, più tranquillamente, riprenderò la normale routine quotidiana. Buona settimana!

Marinella

Era molto lontano dai miei normali interessi il tema trattato alla presentazione del libro “L’enigma dell’alfabeto armeno tra visione e realtà” di Enrica Baldi (Ed. Aracne) ma, spinta dalla mia consueta curiosità, ci sono andata qualche giorno fa. In realtà a ero anche contenta di poter salutare la mia amica Cristina Buschi che, insieme al marito Gaspare Mura, ospitava l’evento presso la sede dell’ASUS.

Che bella sorpresa trovare così interessanti gli interventi sia dei rappresentanti della cultura armena, nonché appassionati custodi della tradizione del loro sfortunato Paese, che quelli di esperti studiosi dell’alfabeto armeno (39 lettere) e di valenti grafologhe che ci hanno aperto una finestra sul significato dei segni.
La presentazione è stata preceduta da un breve filmato sul genocidio armeno – proprio per non dimenticare – e si è avvalsa della presenza delle bravissime grafologhe che ci hanno fatto ammirare le colonne di eleganti caratteri allineati, quasi a formare un curioso e affascinante tappeto.
Non posso fare a meno di raccontarvi la storia di come è nato questo alfabeto così unico.

L’Armenia è stato il primo paese al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione ufficiale nel 301, ma i riti e le preghiere si svolgevano in greco o in siriaco perché all’epoca non esisteva né una scrittura né un alfabeto della lingua parlata.
Era necessario inventare un alfabeto e, con l’approvazione del Re, l’incarico fu affidato al monaco teologo, linguista armeno Mesrob Mashtots, che oggi definiremmo poliglotta in quanto oltre a numerosi dialetti locali conosceva il greco, il siriaco e il persiano.

Secondo la tradizione l’alfabeto – nato di 36 lettere e solo più tardi arricchito di altre 3 lettere – che il monaco nel 404 elaborò, è un “dono di Dio” trasmesso a Mesrob in modo miracoloso.
Si racconta infatti che il monaco trascorresse le notti a studiare e pregare affinché il Signore lo aiutasse nel suo difficile compito. E accadde che “…vide non un sogno nel sonno, né una visione nella veglia, ma nel laboratorio del suo cuore una mano destra che, apparendo agli occhi dell’anima, tracciava le lettere…” (G: Uluhogian “Lingua e cultura scritta”). Ecco perché, un “dono di Dio”!
La prima opera ad essere tradotta fu la Sacra Scrittura e Mesrob Mashtots fu fatto subito Santo.

Come non essere catturati da una storia così affascinante e fantastica?
Un approfondito commento sui significati grafici delle lettere che i nonni di Laura Efrikian, attrice e scritcrice di origine armena, si scambiarono nel primo ‘900 durante il fidanzamento, ha concluso l’evento.

I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, piccolo ma carico di storia e di significati, saranno devoluti alla Associazione “tenera mente Onlus” che – attraverso il Rwanda dove è già attiva – promuove un progetto di introduzione del metodo Montessori nelle scuole di altri paresi africani. Io penso che valga la pena di comprarlo, sia per l’interesse che la lettura suscita che per il fine umanitario. Voi che ne dite?

Marinella

Sono passati circa dieci anni da quando mi recavo due volte al mese a Treviso per diffondere la cultura del Nurturing Touch nelle case di riposo del territorio, e avevo un piacevolissimo ricordo della vita in quella città cosi a “dimensione di uomo”.

Ecco perché ci sono tornata così volentieri qualche giorno fa, per tenere ancora una volta un workshop sul “tocco che nutre”, nell’ambito di un Master in psico-oncologia.

Una magnifica sede per il corso, presso il Centro Studi Lorenzon dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ospitato in una villa d’epoca circondata da un grande giardino.

Erano proprio tanti i partecipanti ma tutti sono stati così presi dal clima intenso subito creatosi, che il lavoro si è – mi viene da dire “srotolato” – facilmente, come un tappeto prezioso che svela tutta la sua bellezza man mano che viene srotolato.

Sebbene in partenza fossi un po’ preoccupata dal numero elevato dei partecipanti – in rapporto alle condizioni della mia schiena reduce da una terribile sciatica – mi sono sentita sempre serena e rilassata mentre…zompettavo da un lato all’altro della grande sala osservando le modalità di contatto praticate dai discenti per stabilire una comunicazione affettiva con i loro partner. E la schiena si è comportata benissimo!

Il tempo è volato e ci siamo ritrovati troppo presto alla condivisione finale, nella quale è stata ripetuta più volte la parola “strumento” . E’ qui che abbiamo iniziato a lavorare sulle parole. E’ vero infatti che durante il corso si è acquisito un importante strumento di comunicazione con l’altro, ma chi lo adopera deve suonarlo utilizzando tutti i propri sensi, fino a divenire egli stesso strumento.

Per concludere la giornata ho quindi chiesto ad ognuno di esprimere in una sola parola che cosa si portasse via dall’esperienza vissuta. Eccone alcune: calore, arcobaleno, emozione, leggerezza, profondità, vibrazione, ponte, tenerezza….

Queste sono le “parole del Nurturing Touc” che, meglio di ogni mia riflessione, possono forse trasmettere la potenza e la profondità del contatto affettivo.

E ora, per concludere, non posso fare a meno di riportare una frase di Santa Teresa, citata proprio quello stesso giorno, nel post quotidiano di Nicoletta Cinotti. Eccola: “Le parole conducono ai fatti (….) Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza.”

Marinella

Ieri ho terminato di leggere il libro di Marie de Hennezel di cui al titolo. L’ho chiuso, e poi ho chiuso gli occhi e l’ho visto scorrere di nuovo nella mia mente. “Mente”, anche questa potrebbe essere una traduzione della parola esprit, ma sarebbe molto riduttiva perché leggendo ho capito che in questo testo esprit significa molto di più: anima, interiorità, spiritualità, curiosità di sapere e ancora altro.

Il libro racconta la lunga amicizia – e non solo – della psicologa francese, pioniera nel campo dell’accompagnamento dei  morenti nelle cure palliative, e François Mitterand. Il tempo della sua lunga malattia, vissuta nel segreto della  carica di Presidente della Repubblica Francese.

Ho avuto la fortuna di conoscere Marie de ennezel frequentando  a Marostica circa 20 anni fa un suo seminario intensivo di Aptonomia (la scienza dell’affettività trasmessa attraverso il contatto) e poi incontrandola nuovamente a Roma molti anni più tardi, quando avevo già letto il suo famoso libro “La morte Amica” e numerosi altri.

Così, quando in Agosto mi è stato regalato questo libro, ho deciso di farlo passare avanti a tutti gli altri nella “lista di attesa” dei  libri che mi aspettano sul ripiano centrale  della libreria.

Era il 6 Novembre 1984 quando la de Hennezel e Mitterand si sono casualmente conosciuti e, per volere del Presidente, da quel giorno ha avuto inizio lo straordinario viaggio compiuto insieme. Un viaggio che attraversa diverse stagioni della malattia di Mitterand: cure, remissioni e, nella primavera del 1995, l’aggravamento finale.

E’ solo dopo 20 anni che la de Hennezel si è sentita libera di scriverne per far conoscere ai francesi ed al mondo l’aspetto nascosto  di questo grande Capo  di Stato, nella sua dimensione umana, sensibile, spirituale, assetata di misticismo e dei misteri esistenziali.

Un percorso durante il quale Mitterand ha costantemente interrogato la psicologa sulle sue esperienze di accompagnamento dei morenti, quasi a volersi preparare alla propria morte attraverso le esperienze vissute da chi lo aveva preceduto.

La de Hennezel, come lei stessa dichiara, ha tratto grandi vantaggi dalla stima di cui il Presidente la onorava e la fortuna del libro “La Morte Amica” è anche dovuta alla prefazione scritta da Mitterand.

Oggi me la sono andata a rileggere quella prefazione e, sapendo quanto a lungo l’autrice l’avesse attesa, quante volte avesse visto il suo manoscritto sul comodino del Presidente e quanto, quando l’ha scritta  Mitterand fosse vicino alla sua  fine (7 Gennaio 1996), l’ho recepita con emozioni, comprensione e sensibilità tutte diverse.

Anche questa volta leggendo la de Hennezel ho  avuto alcune conferme e ho imparato ancora molto, sia per quanto riguarda l’accompagnamento dei  morenti che per la preparazione alla mia morte, quando arriverà!

Marinella

 

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INFORMARE E INFORMARSI

E’ già capitato più di una volta che un articolo pubblicato dal Notiziario di FILE mi abbia fatto riflettere sulla tematica esposta e trarne delle considerazioni che poi ho condiviso con voi che mi leggete.

Questa volta mi riferisco al redazionale apparso sul numero 50 di questo mese, dal titolo “Conoscere per Cambiare”, che si riferisce alla ancora troppo scarsa conoscenza dell’esistenza e diffusione delle cure palliative.
Sono senza dubbio perfettamente d’accordo su questo tema e leggere che il 63% dei cittadini ancora ignora i contenuti della Legge 38/2010 mi procura un profondo senso di angoscia.

La mia riflessione però riguarda un particolare aspetto di questo problema e cioè la quasi totale ignoranza della cittadinanza in merito al fatto che oggi le cure palliative non vengono più erogate esclusivamente ai malati oncologici.
I malati terminali di SLA, di sclerosi multipla, di Alzheimer, di demenza senile,di Parkinson,di patologie cardiache e molte altre,hanno diritto alle cure palliative sia in hospice che in assistenza domiciliare.

Mi sento male se penso alle famiglie dei malati terminali per tali patologie che, già stremate dalla lunga assistenza,si trovano sole ad affrontare il drammatico peggioramento finale con tutti i suoi problemi materiali e anche morali! Sono tremendi il senso di impotenza e di incapacità ad assicurare al morente la migliore assistenza possibile: in parole povere “il non saper che fare”. Insistere per farlo mangiare anche forzandolo? Cambiargli posizione anche se urla o meglio lasciarlo tranquillo? Quanto deve bere? E poi ci sono…le piaghe!
E’ di pochi giorni fa la vicinanza ad un carissimo amico affetto da demenza senile avanzata e giunto molto vicino al suo traguardo terreno. La pratica di richiesta di assistenza domiciliare è stata un po’ più complessa e lunga rispetto ai casi di malattia oncologica ma quando è arrivata l’équipe l’intera unità sofferente ha provato un immenso sollievo. Il morente è stato accompagnato e accudito come meglio non si sarebbe potuto e il trapasso è poi o in un clima di serena accettazione azione.

Alla luce di tutto questo il problema dell’informazione diventa ancora più allargato e richiederebbe un maggior impegno da parte delle Istituzioni.

Tuttavia, bisogna anche considerare che ancora oggi non tutti gli hospice sul territorio italiano erogano cure palliative ai malati non oncologici!
E allora ecco che risolto apparentemente un problema se ne crea subito un altro e intanto i morenti e i loro familiari vivono enormi sofferenze.

Nessuno di noi pensa di poter fare nulla singolarmente in merito a problemi così grandi ma forse ognuno di noi può dare il suo piccolo contributo parlandone e diffondendo la conoscenza di ciò che Stato e Regioni attualmente offrono. Ci proviamo?

Marinella