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MEDICAL HUMANITIES

Cosa sono le Medical HHumanities? Sarebbe troppo riduttivo definirle semplicemente “ l’umanizzazione della medicina”! Sono molte le definizioni che ho incontrato in letteratura e sul campo ma quella che, nella mia esperienza, ne esprime meglio senso e attuazione è “interconnessione tra tutte le pratiche che riguardano il benessere totale dell’uomo malato”. Quindi, oltre naturalmente alla pratica clinica, comprendono: filosofia, psicologia, sociologia, religione, antropologia, ecc.

Perché oggi scrivo di Medical Humanities? Perché sabato scorso ho partecipato a un incontro organizzato da SIPEA (Società italiana di Psicologia, Educazione e Arte-terapia) e ASUS (Accademia di Scienze Umane e Sociali) per presentare un Corso di Perfezionamento in Medicina Narrativa e Medical Humanities.

Sono rientrata così in contatto con una disciplina che tanta parte ha avuto nella mia formazione.

Come spesso mi accade, mentre camminavo per recarmi alla sede dell’incontro, ho rivisto scorrere come in un film, i tanti splendidi seminari residenziali di Medical Humanities che il Prof. Sandro Spinsanti teneva tra la fine del secolo sorso e i primi anni 2000 alla Cittadella di Assisi. Ricordo benissimo le emozioni, le scoperte, gli incontri dai quali sono nate preziose amicizie, e l’interdisciplinarietà che rendeva quelle giornate così dense di apprendimento ed esperienza!

Tornando al corso presentato sabato scorso, si tratta di una formazione fortemente indirizzata ad apprendere gli strumenti atti ad introdurre la pratica della Medicina Narrativa nei contesti socio-sanitari. La Medicina Narrativa – che fa parte delle Medical Humanities – è basata su specifiche competenze comunicative, che permettono di disegnare percorsi di cura personalizzati. Inoltre ben si integra, aggiustandone talvolta il tiro, con la Evidence Based Medicine.

Mi viene ora in mente che il Nurturing Touch potrebbe inserirsi bene nei percorsi formativi in Medicina Narrativa, sia per favorire la comunicazione tra curante e curato che per incoraggiare e sostenere il paziente nella narrazione della sua malattia, e non solo.

Mi auguro che siano tanti i “professionisti della cura” che si iscriveranno a questo corso – che tra l’altro offre ben 50 ECM – e che le Medical Humanities, nate nell’ormai lontano 1960 negli Stati Uniti e ispirate dai cappellani ospedalieri, sempre più si diffondano nel nostro Paese.

Marinella

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GRECAM

L’Associazione Culturale GRECAM più di 10 anni fa ha stabilito la sua sede nel palazzo dove abito all’Esquilino: un rione molto vivace e interessante nelle sue diversità. In tutti questi anni sono sempre rimasta incuriosita dall’attività dell’Associazione senza però mai informarmi concretamente. Un breve cenno di saluto se incontravo i suoi responsabili nell’androne e, tutto finiva lì.

Nel tempo ho sentito parlare di psicoterapia, ginnastica, spettacoli: che strano miscuglio, pensavo.

E’ solo un anno fa che, alla disperata ricerca di qualcuno che si prendesse cura della mia sciatica resistente a tutte le terapie, mi sono rivolta a Carla Polidoro, Presidente Nazionale di Grecam e bravissima fisioterapista-osteopata.

Sono stata subito piacevolmente impressionata dall’ambiente molto ampio e arioso, sobriamente arredato e accogliente ma anche con un ché di…misterioso: drappeggi di veli bianchi ondeggianti dal soffitto insieme ad aeree sagome di uccelli, a corde e strane attrezzature metalliche.Continuavo ad essere incuriosita!

Con Carla è nata on solo una buona relazione terapeutica ma anche una bella amicizia improntata a reciproca stima e fiducia. Nel frattempo, poco per volta ho scoperto l’utilizzo di quelle attrezzature misteriose, nonché quanto lavoro e quante attività si svolgono tra quelle bianche mura.

Domenica sera Carla ha festeggiato i suoi 60 anni con una bella festa e tanti tantissimi amici. Nel corso della festa veniva proiettato un video sulla storia e la vita dell’Associazione negli anni; è solo guardando attentamente quel video che ho, forse, capito quanto sia grande il “pentolone” nel quale ribollono le idee e si intrecciano attività, realizzazioni e progetti della grande e vitale famiglia costituita dai soci di Grecam.

Mi vengono i mente le parole: creatività, fantasia, arte, ricerca, energia, trasformazione, movimento, poesia, gioco, terapia e anche arteterapia, tutte insieme in quel pentolone dove si mescolano in un brainstorm estremamente fecondo. Subito mi si è formata nella mente l’immagine di un sassolino buttato in un laghetto dove, da quel nucleo centrale si irradiano cerchi sempre più ampi. Si, è proprio questa l’immagine che ho di Grecam che, ovviamente, nel tempo ha subito e subirà trasformazioni e avvicendamenti di persone. Ma quel sassolino, quel nucleo, quell’idea originaria, che è del poeta, terapeuta e artista Norberto Silva Itza, è come una fiamma che – fantastico -, rimarrà sempre accesa.

Buona vita Grecam!

Marinella

…DUELLI

Come la maggior parte delle persone di età avanzata, ho qualche problema con i ritmi del sonno e spesso mi sveglio molto presto ed accendo la radio sin dalle 05.00, quando iniziano i vari giornali radio e i commenti ai quotidiani.

E’ così che oramai da parecchio tempo ho incominciato, mio malgrado, ad ascoltare le vicende della politica italiana, pur non essendomene mai interessata prima.

Da quando è in carica l’attuale governo e fino a poco più di un mese fa, avevo la sensazione che la principale attività dei due schieramenti che formano il governo, fosse quella di litigare tra di loro, portando lo scontro fino ad un livello ben controllato, al fine di poter poi fare marcia indietro o patteggiare senza…rimetterci troppo la faccia.

Ora no, i commenti – sin dalle 5 del mattino – sono molto diversi e il clima tra le due “ali” è quasi di guerra aperta. Un paio di giorni fa ho sentito la parola “duello” e mi sono subito venuti in mente due distinti signori di fine ottocento che con tuba e mantella, si sfidavano all’alba, assistiti da due padrini. Uno scintillio di spade e poi uno dei due cadeva!

Questa immagine tuttavia è stata immediatamente sostituita da quella di due uomini del nostro tempo, piuttosto mal vestiti, che, lanciandosi pesanti avvertimenti, duellavano on cartelli recanti le scritte No TAV e Si TAV, No trivelle e Si trivelle, No sbarchi e Si sbarchi, e tanti altri. Ma la sorpresa era che nessuno dei due riusciva, o voleva, “stendere” l’altro! Allora questo sarà un duello infinito o ci saranno altri patteggiamenti, altri ricatti, un continuo do ut des, sulla pelle di noi italiani?

Ai posteri l’ardua sentenza ma al momento le prospettive sono molto preoccupanti, anche per me che non capisco niente di politica!

Marinella

ROMA 2019, SCIALLA!

Dopo molti pensamenti e ripensamenti, da qualche tempo ho deciso di depositare le mie DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) nell’ufficio competente della mia città. Ho telefonato allo 06 06 06 del Comune di Roma, dove si ricevono tutte le informazioni sulle attività dell’Amministrazione Capitolina, ed ho avuto le indicazioni per poterle depositare all’ufficio consegne DAT della mia circoscrizione.

Stamane mi sono quindi recata alla I^ Circoscrizione (l’Anagrafe di Roma) in via Petroselli ed ho chiesto al portiere dove fosse l’ufficio o indicatomi. Il portiere è cascato dalle nuvole e quando gli ho riferito la fonte dell’informazione ricevuta, ha avuto un gesto di sconforto esclamando “Ah, lo 06 06 06”!

Un po’ a casaccio sono finalmente arrivata all’ufficio informazioni nel grande salone dell’anagrafe dove, dopo una lunga coda, l’impiegato mi ha detto di ripassare la settimana prossima perché non c’era il responsabile! Gli ho fatto notare la mia età e il fatto che sono ipovedente e gli ho chiesto un numero di telefono al quale accertarmi che il responsabile ci fosse, prima di muovermi da casa. Niente da fare, non me lo poteva dare e avrei dovuto per forza …ripassare!

Mentre mi dirigevo verso l’uscita non ero arrabbiata, ero sconcertata e anche abbastanza indignata per l’ignavia della persona addetta all’ufficio informazioni dove l’atmosfera che avevo respirato era “così è e… scialla!”.

Non mi sono data per vinta e sono tornata dal portiere che, forse vedendo il mio sconcerto, si è commosso e dopo un’ulteriore riflessione mi ha suggerito di andare all’URP (ufficio relazioni con il pubblico). Lì, dopo un’altra attesa, un impiegato “normale”, cioè normalmente cortese, mi ha detto “ma certo oggi non è il nostro giorno”! Come? “Si signora venga con me” e nel corridoio mi ha mostrato un cartello che indicava come unico giorno di consegna DAT il mercoledì dalle 09.00 alle 13.00.

Ecco, ora era tutto chiaro, ma perché l’addetto all’ufficio informazioni mi avrebbe fatto …ripassare in un qualsiasi giorno? E’ questo che mi indigna: il pressapochismo, lo scialla che pervadono l’agire di chi è pagato per offrire un servizio alla cittadinanza. Questo è l’andazzo in generale, salvo naturalmente i comportamenti normali e anche talvolta molto gentili, che sono però un’ eccezione.

Ho voluto raccontarvi questo episodio, in fin dei conti abbastanza banale e senza conseguenze, come esempio dell’atmosfera di degrado morale e sociale che si respira in questa splendida e unica città: la capitale d’Italia!

Mi viene la voglia di farci gli auguri, a noi tutti italiani e soprattutto romani , per un anno di cambiamento. Non quel cambiamento che abbonda sulle bocche dei nostri governanti, ma un cambiamento nella coscienza di noi tutti italiani, al fine di non doverci più vergognare della nostra Capitale, e non solo!
Marinella

Il più bel regalo di Natale che ho ricevuto quest’anno me l’ha fatto Claudia Koll.

Un paio di giorni prima di Natale Claudia mi ha telefonato per chiedermi se ero disponibile ad offrire un trattamento di Nurturing Touch ad un senzatetto che soffriva per una grave contrattura. Le ho detto subito di si con entusiasmo e ho aggiunto che potevo massaggiarne anche più di uno. Così abbiamo combinato per giovedì 27.

Giovedì alle 08.30 Claudia mi aspettava al portone interno del mio condominio per portarmi al centro di servizi e sostegno per senzatetto e per persone in estrema povertà, che ha creato circa 2 anni e mezzo fa presso una bella Parrocchia di Fidene, una borgata di Roma Nord.

Durante il tragitto Claudia mi ha raccontato che, grazie alla grande disponibilità del Parroco e con l’aiuto di molti volontari e sostenitori, il giovedì mattina gli “ospiti”, dopo la colazione, possono fare la doccia, lasciare i loro vestiti sporchi – che troveranno lavati e stirati la settimana successiva in un armadietto dedicato ad ognuno di loro – essere visitati da una dottoressa se necessario e poi pranzare. Un piccolo miracolo che costituisce una oasi di umanità per chi vive per la strada.

Confesso che nel momento in cui aspettavo che il mio primo “cliente” entrasse nella stanza, mi sentivo leggermente titubante. Come pormi di fronte a questo tipo di sofferenza che non ho mai toccato con mano prima? Invece tutto è stato facile, facilissimo fin dal primo istante. Ho teso la mano ed ho detto “io mi chiamo Marinella e ci diamo del tu, tu come ti chiami”? Ecco, il ghiaccio e l’eventuale diffidenza erano rotti e con i primi due ci sono stati anche i baci di commiato (mi è tornato in mente il mio sogno di poco tempo fa del quale vi ho raccontato).

Un solo italiano e gli altri stranieri dell’Est. Qualcuno ha parlato molto, qualcun altro poco e l’ultimo lo stretto necessario ma si è addormentato mentre gli massaggiavo lo stomaco che gli faceva male perché… la sera fa freddo e si beve tanto vino per scaldarsi.

Per me un’esperienza molto significativa che mi ha emozionato e turbato per le storie che ho ascoltato. Dall’altro lato invece tanta gioia nel vedere l’entusiasmo e la dedizione di Claudia, l’impegno gioioso dei volontari e lo spirito di fratellanza vera che si respirava in quel grande locale semiaperto, dove i “funghi” forse non riscaldavano sufficientemente l’ambiente ma il calore umano era fortissimo.

E chiudo con una scena che ha suggellato la giornata con grande tenerezza: in un angolo un poco appartato, un ragazzo e una ragazza tutti imbacuccati, si tenevano la mano, uno di fronte all’altro, guardandosi negli occhi con tanta luce di speranza e di futuro. Dove c’è speranza c’è vita, è proprio vero.

Marinella

UN SOGNO

Stanotte ho fatto un sogno, ve lo racconto:

“Un giovane di olore alto, robusto e malconcio, suonava alla mia porta, che dava su un androne molto elegante, arredato con mobili antichi, quadri e poltrone.
Quell’uomo mi chiedeva di dargli un bacio ma io gli dicevo di no e lui insisteva, insisteva, insisteva così tanto che alla fine gli dicevo di tornare dopo mezz’ora, perché dovevo pensarci.

In casa con me c’era una coppia di giovani amici a me molto cari e, parlandone, loro mi dicevano che in fondo a me non sarebbe costato molto dargli quel bacio così tanto richiesto.

Dopo mezz’ora esatta suonavano di nuovo alla porta, aprivo e mi trovavo davanti quell’uomo ben vestito con camicia bianca e cravatta, lavato e profumato. Accanto a lui due amici anche loro vestiti come lui. Così mi avvicinavo per dargli il bacio su una guancia, come ben specificato, ma accostandomi sentivo l’impulso di dargli due baci: uno su una guancia e uno sul’altra.
Nel contempo i due amici scattavano fotografie e mi spiegavano che la richiesta del bacio era così importante per lui perché quelle fotografie dovevano essere inviate ai suoi genitori per rassicurarli che il figlio stava bene e frequentava un buon ambiente”.

Al risveglio mi sono ritrovata molto pensierosa rispetto al sogno fatto e poi l’ho collegato al workshop intitolato “Quel che inferno non è”, che avevo frequentato il giorno precedente.

Il workshop era offerto dall’Associazione “L’Aratro e la Stella” e condotto da uno dei suoi fondatori nonché mio carissimo amico, lo psicologo Ignazio Punzi. Ignazio, attraverso una corposa riflessione sulla frase di un racconto di Italo Calvino, dalla quale si evince che già qui viviamo in un inferno,ci ha fornito tutto il materiale necessario per poter lavorare in piccoli gruppi sui seguenti quesiti:
– come orientarci nell’inferno che è già qui?
– come resistere ai meccanismi “infernali”?
– come cercare e riconoscere chi e cosa non è inferno fuori di noi e dentro
di noi?

Un bell’impegno che mi ha richiesto di dare uno sguardo panoramico molto sincero alla mia vita intera. Ne sono uscita con alcune amare considerazioni, con un soddisfacente numero di certezze e con la consapevolezza dell’importanza di saper cogliere e discernere quei fiori, costituiti da tutto ciò che inferno non è, e non è poco se mi impegno a volerlo riconoscere.
Ecco, ho pensato che il mio sogno possa essere una rielaborazione di questa esperienza che posso considerare proprio uno di quei fiori!

Marinella

AMSO 50 ANNI

Di solito quando si compiono 50 anni si fa una bella festa con amici e parenti. Ebbene quest’anno l’AMSO (sapete tutti – perché ne ho scritto tante volte – che è nell’AMSO che sono nata e cresciuta come volontaria) ha compiuto 50 anni e l’attuale management ha celebrato l’evento con un convegno, tenutosi sabato scorso nella sala della Protomoteca del Campidoglio.

La sala gremita di vecchi e nuovi volontari, pur nella soddisfazione per i traguardi raggiunti, era velata da un sentimento di tristezza perché, proprio quel giorno, si sono tenuti i funerali di Fulvia Cortese: colei che nel 1968 ha fondato l’AMSO insieme al marito Renato Gualino.

Fulvia, Silvana, Maria Sofia sono le pioniere che, dalla scintilla iniziale generata da Fulvia e Renato, hanno dato vita e fatto crescere una forma di volontariato che, per prima, ha trasformato il volontariato/beneficenza in volontariato/professionalità e umanità. Io ho raggiunto il gruppo solo nel 1980 ma oggi sono orgogliosa di aver partecipato e collaborato per 16 anni a una serie crescente di innovazioni che hanno portato l’Associazione ad un livello di eccellenza. Una per tutte: la realizzazione di Casa AMSO per ospitare gratuitamente malati in day-hospital e familiari.

Il 30 Novembre l’AMSO ha celebrato il suo importante compleanno presentandosi in una veste ancora più completa e ricca di nuovi servizi offerti ai malati ed ai loro familiari. Una realtà che contribuisce in maniera fondamentale all’umanizzazione della degenza e di ogni altra forma di cura prestata dall’IFO (Istituti Fisioterapici Ospitalieri) di Roma.

Man mano che i relatori si avvicendavano illustrando ciò che è stato fatto e ciò che si spera di poter fare in futuro, il velo di tristezza iniziale si è dissolto e l’entusiasmo per i successi che l’AMSO ha presentato, ha riscaldato il clima del convegno, conclusosi con un lungo applauso a Maria Sofia Barbasetti (92 anni) che ha chiuso i lavori

Auguri a tutti voi dell’AMSO per altri luminosi 50!

Marinella