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DI NUOVO AL SUD

Qualche giorno fa sono salita sulla “Freccia” diretta a Bari già con animo lieto perché dopo alcuni anni portavo di nuovo la conoscenza del Nurturing Touch al Sud. In realtà si trattava di una “mezza freccia” perché arrivati a S. Maria Capua Vetere finisce la tratta di binario veloce e il treno passa dai 250 km. orari ai 100. Però quella andatura più sonnacchiosa mi ha permesso di godere la magnifica esplosione di fiori gialli offerta dalla campagna. Un giallo splendente dovunque, anche lungo la massicciata dei binari.

Sono scesa a Barletta dove mi aspettava Aldo, il medico responsabile dell’Associazione ANT che eroga (che brutto verbo!) cure palliative domiciliari sul territorio di Andria e paesi limitrofi. Si, le cure palliative non si “erogano” ma si praticano, si offrono, con elevata professionalità specialistica ma anche con amore, comprensione e condivisione degli aspetti relazionali esistenti all’interno dell’unità sofferente (malato e familiari).

Mi viene da dire che con Aldo, dopo i primi tre minuti di convenevoli, si è creata subito un’intesa perfetta e, a partire dalla comune passione per la musica jazz per arrivare alla condivisa impostazione olistica delle cure di fine vita, abbiamo compiuto un percorso che è stato intenso e appagante per tutti coloro che hanno partecipato al workshop.
L’appropriatezza della sede dove abbiamo lavorato e la buona energia che vi si respirava hanno senza dubbio contribuito a creare un bel clima e ho potuto apprezzare sin dai primi momenti l’interesse e l’impegno di ognuno, pur nella diversità delle storie di vita e dell’attività lavorativa.

Oramai sono in dirittura di arrivo per la conclusione della mia attività come trainer di Nurturing Touch (fine 2019) e ho condotto negli anni tantissimi workshop in ambiti assistenziali diversi. Posso dire che questo di Andria resterà uno di quelli che ricorderò con maggiore emozione per l’intensità dell’impegno dei discenti e per la qualità delle relazioni umane che si sono stabilite.

Grazie ragazzi, siete stati bravissimi e ricordate che non è cambiata la quantità del vostro tempo ma la qualità. Ora non è più solo un “tempo di cura” ma anche un tempo di comunicazione e di” presenza vera”. E ricordatevi anche la mia raccomandazione: praticate, praticate, praticate!

Marinella

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Viviamo in un momento storico connotato da due diverse tendenze nel’ambito della clinica medica. Da un lato la evidence based medicine mirata a curare la malattia cioè la patologia. Dall’altro la medicina olistica mirata a prendersi cura dell’uomo malato nella sua interezza di soma e psiche.

E’ così che troviamo medici che “curano” innanzitutto con la modalità di atteggiamento e di approccio al malato, e solo dopo con le cure mediche appropriate . E poi troviamo medici che – pur in possesso di competenze eccezionali – hanno un effetto meno benefico sulla qualità della vita del malato perché mancano di quella componente affettiva che è tanto necessita nella relazione di cura.

Ma tra queste due diverse tendenze stanno occupando sempre maggior spazio le Medical Humanities, intese come una “interconnessione tra tutte le pratiche che riguardano il benessere totale dell’uomo malato”.

Lo “strumento” più importante delle Medical Humanities è la pratica della Medicina Narrativa perché è proprio attraverso la narrazione della propria storia e della propria malattia, che il malato può essere protagonista della propria cura. La medicina narrativa crea quindi il punto di contatto tra le due diverse tendenze della clinica medica, di cui sopra.

Il Nurturing Touch è a sua volta ottimo “strumento” per il curante che, attraverso un contatto psico-corporeo consapevole, può raggiungere un livello comunicativo profondo, che apre alla fiducia e alla confidenza.
In questo modo il paziente percepisce che può fidarsi e affidarsi, può permettersi di “uscire da sé” con i suoi pensieri più nascosti e spesso angosciosi, sentendosi ascoltato ed accolto. A sua volta il curante, permettendo ai suoi vissuti di entrare in relazione con le fragilità del malato, gli comunica “tu per me ci sei, esisti, ridandogli così dignità, senso della vita e molto altro.

Queste sono esperienze che trasformano chi le vive e generano energie feconde di benessere spirituale.

Purtroppo nell’ultimo mese la “Signora vestita di bianco” ha visitato ben cinque volte il “giardino delle mie più care amicizie” e in queste occasioni ho avuto modo di constatare quanto le M.H. siano ancora troppo poco diffuse negli ospedali. Non è così – per fortuna – nelle cure domiciliar, dove la relazione medico-Unità sofferente assume un ruolo fondamentale per la qualità della vita e anche della morte.

Marinella

Proprio bello e rispondente il titolo che il Gruppo di Lavoro della Casa dell’Architettura ha dato al Progetto di Riqualificazione di Piazza Vittorio, elaborato in collaborazione con l’Università e con la partecipazione un bel gruppo di residenti.

La Casa dell’Architettura è ospitata nel magnifico Acquario Romano di Piazza Fanti e numerosi sono gli architetti che abitano nel quartiere, così come sono tanti gli artisti e gli intellettuali, nonché gli anziani ivi nati e cresciuti e gli immigrati arrivati da luoghi lontani. . Questo spiega l’impegno di tante forze riunite per far sentire, in maniera costruttiva, la propria voce al Comune, alle Sovrintendenze, alla Regione ed a tutte le Autorità che hanno permesso il verificarsi di abusi e soprusi, disservizi e trasformazioni che hanno ridotto in uno stato pietoso un’area del centro storico ricchissima di reperti dell’epoca romana, forse la più ricca della città.

Gli architetti, nel disegnare il progetto, hanno compiuto un lavoro certosino di censimento sia di tutte le piante – una unica in Europa – presenti nel grande giardino (finalmente in ristrutturazione), che di tutte le attività commerciali della piazza, raggruppandole per tipologia merceologica e calcolandone le percentuali.

Al termine di questa fase di lavoro i progettisti hanno coinvolto i residenti e hanno illustrato criticità e potenzialità dell’attuale situazione, nel corso di tre incontri, ospitati nella sede dell’ENPAM (Ente Nazionale Previdenza Assistenza Medici) situata nel grandioso nuovo palazzo che si affaccia sulla piazza e confina con il mio condominio.

E’ a questo punto che sono state prese in considerazione le esperienze quotidiane di chi ci vive per rilevare bisogni e individuare possibili soluzioni, al fine di ridare dignità e valore a questa splendida piazza, circondata dai portici con il magnifico colonnato disegnato dall’ Architetto Kock e dove si affacciano sobri palazzi ottocenteschi.

La partecipazione dei rappresentanti delle varie associazioni che si occupano della salvaguardia dell’Esquilino e dei singoli cittadini è stata molto attiva ed ha fornito al gruppo di lavoro preziosi elementi per completare il progetto. L’elaborato finale verrà illustrato ai rappresentanti del Municipio nel corso di una seduta plenaria alla Casa dell’Architettura nel prossimo Maggio.

Io ho partecipato a tutti gli incontri appassionandomi alle varie problematiche, pur consapevole che eventuali buoni frutti di questo pregevole lavoro forse li vedranno… i miei nipoti. E’ stato importante per me toccare con mano tutta la bella energia che anima questo rione e constatare quante belle menti si impegnano affinché la particolare situazione di “incrocio di umanità” che vive la piazza possa produrre nel tempo un esempio di “città futura” dove, nel rispetto della cultura, delle tradizioni, dello stile di vita della città ospitante, si inseriscono costruttivamente le nuove energie di chi arriva da paesi lontan,i portano on sé un bagaglio diversamente importante.

Utopia? Forse ma…lasciatemi sognare!

Marinella

BERLINO

Questa volta non sono andata a Berlino per turismo ma, insieme a Gioia e Silvia (rispettivamente mia figlia e mia nipote) sono stata a trovare Marco (fratello di Silvia) che, dopo la maturità classica, ha voluto studiare musica elettronica alla dBs Music di Berlino. Una scelta abbastanza difficile, anche perché è partito senza sapere neanche una parola di tedesco, ma per lui è una passione e i genitori lo hanno sostenuto.

Conoscevo già la città per un soggiorno precedente ma alcune cose mi mancavano o non erano ancora state realizzate al tempo della mia visita una diecina di anni fa.

Sono tre le cose importanti che ho scoperto in questa occasione e sono tutte e tre molto significative.

Il “Muro” ovviamente: quel chilometro di muro proprio accanto al nostro albergo a Berlino Est, totalmente ricoperto da imponenti graffiti che esplicitamente o metaforicamente richiamano la memoria di quel tempo e di tutte le tragedie che quel muro ha causato e visto. Oggi i vari tratti di muro rimasti in alcune zone della città sono considerati monumenti e giustamente protetti dalla Sovrintendenza. In apparenza sono luoghi turistici ma in realtà io credo che nessuno possa guardare quei graffiti senza sentirsi personalmente coinvolto.

Il Memoriale per gli ebrei uccisi in Europa: un impressionante labirinto di pietroni grigi di circa 2 mt. x 1 mt., tutti uguali ma di diverse altezze, da quota zero ad alcuni metri. Il Memoriale è stato eretto su un terreno molto ondulato che ricopre il Bunker nel quale Hitler si suicidò. Forse è stata suggestione ma ho sentito in quel luogo un’energia negativa e ne sono uscita parecchio emozionata.

Il Museo della Storia Tedesca: bellissimo! Un Museo veramente straordinario che, attraverso splendide sale molto ben allestite, racchiude 2000 anni della storia tedesca illustrata attraverso oggetti, documenti, dipinti, macchine, attrezzi, divise, abbigliamenti e molto altro. Mi viene da dire che si tratta di una” rappresentazione parlante” per quanto riesce a comunicare al visitatore. Interessantissima poi, perché più vicina a noi, tutta la documentazione composta da manifesti, giornali,bandiere, fotografie e documenti vari, del periodo relativo alla Repubblica di Weimar, che precedette l’avvento di Hitler e di tutto ciò che ne è seguito. Un grande rammarico al momento dell’uscita dal Museo: avremmo dovuto dedicarvi più tempo e invece avevamo un invito a cena dall’altro lato della città … ad orario tedesco, e abbiamo dovuto accelerare la visita. Peccato!

Ma il punto focale del nostro blitz berlinese era stare con Marco, vedere dove e come vive e studia, conoscere i suoi amici e cercare di poter intuire come sta affrontando questa importante e impegnativa avventura lontano dalla famiglia. Come tutte le nonne ero abbastanza preoccupata, anche se tutto sommato favorevole al suo progetto di vita. Devo dire che alcune mie preoccupazioni sono sfumate e sono stata contenta di vederlo soddisfatto della sua scelta e – dopo un periodo iniziale emotivamente un po’ faticoso – ora sereno e fiducioso per il suo avvenire.

Marco tornerà presto a Roma per le vacanze pasquali e ora potrò seguirlo meglio nei suoi racconti ma, come tutte le nonne, continuerò a pregare il suo Angelo Custode affinché …non lo perda mai di vista!

Marinella

LA LEGGE 38/2010

Nel mondo della sanità tutti sanno quale è la Legge 38/2010 ma al di fuori di quel mondo troppo poche persone la conoscono. E’ invece una legge così importante che ne parlo volentieri ogni volta che ne trovo l’occasione perché è assolutamente necessario diffonderne la conoscenza.

La Legge 38 del 15 Marzo 2010 riguarda l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore.

Questa volta l’occasione mi è offerta dalla “Conferenza di presentazione dei dati dell’osservatorio per il monitoraggio della terapia del dolore e delle cure palliative” organizzata qui a Roma il 14 Marzo u.s. dalla Fondazione Nazionale Gigi Ghirotti

Scopo della Conferenza era confrontare i dati attuali sull’applicazione della Legge 38/2010 con quelli rilevati esattamente due anni fa e presentati in analogo evento. I risultati del raffronto hanno rivelato un miglioramento ancora lontano dai livelli auspicabili e una notevole differenza tra le Regioni del Nord e quelle del Sud Italia.

Questo è un eterno problema e bisogna lavorare molto affinché tali differenze territoriali si affievoliscano sempre di più fino all’eliminazione totale.

E’ proprio in quest’ottica che voglio diffondere una bellissima iniziativa della Fondazione Ghirotti, che giunge quest’anno alla sua XII edizione: il concorso “Un ospedale con più sollievo”. Si tratta di un concorso riservato a tutti gli studenti d’Italia delle seguenti classi: ultimo anno scuola materna, V Elementare, scuola Media, Licei, Università (triennale e specialistica) e Classi delle sezioni ospedaliere di ogni ordine e grado!

Un obiettivo formativo e culturale di grande valore perfettamente inserito in quel “fil rouge” indicato da Gigi Ghirotti nel suo testamento spirituale: accostare i giovani e giovanissimi al mondo della sofferenza e quindi del sollievo, sensibilizzandoli verso l’accettazione, il rispetto e la disponibilità verso i malati, gli anziani e tutte le fragilità umane.

Un impegno nobile per la Fondazione che nel 2001, insieme al Ministero per la Salute, ideò la Giornata Nazionale del Sollievo.

La scadenza dei termini per la partecipazione al concorso è fissata al 26 Aprile e i premi verranno assegnati nel corso della XVIII Giornata Nazionale del Sollievo presso il Policlinico Gemelli di Roma. Tutte le informazioni per partecipare si possono reperire sul sito della Fondazione http://www.fondazioneghirotti.it

Ho partecipato tante edizioni di questo Premio e sono stata sempre travolta dall’intensità delle emozioni dei premiati – dai piccolissimi ai più grandi – degli insegnanti e dei familiari: una grande festa in un luogo dove la sofferenza è di casa. Il contrasto tra queste due situazioni risulta totalmente annullato in una fusione gioiosa tra i tanti ricoverati che partecipano alla manifestazione e i giovani ospiti: è la città che entra in ospedale e conosce una umanità sofferente, aprendo il cuore all’accettazione, alla condivisione e al sostegno.

Marinella

VERSILIA

Avevo dimenticato la bellezza e la maestosità dei pini marittimi che crescono in Versilia, la loro chioma così densa di aghi verde scuro che in lontananza sembra compatta e il profumo della resina che cola lungo le cortecce che rivestono il tronco. Avevo dimenticato anche il sapore del pane sciapo e il suono della parlata viareggina così diversa dal fiorentino.

Molte altri ricordi e sensazioni erano sepolti nella mia memoria di bambina e adolescente cresciuta a Viareggio, ma oramai lontana dal suo mare e dalla sua pineta da 70 anni!

Sono stata 4 giorni ospite di un’amica che ha una bella casa immersa in un grande giardino proprio nel cuore della Versilia, tra Pietrasanta, Lido di Camaiore e le Focette. Un giardino “antico” dove acanto all’albero carico di mandarini si vede un cespuglio di camelie rosse e poco più sotto una cascata di rosmarino reso azzurro dai suoi mille fiorellini. E poi un enorme leccio secolare, una mimosa piegata sotto il peso dei suoi fiori, tre cipressi maestosi e severi, come si confà alla loro età ed eleganza, e intorno il silenzio, interrotto solo dall’abbaiare di qualche cane lontano.

Ho dormito senza chiudere le persiane e al mattino mi svegliavo, guardavo il panorama e ripensavo alla Versilia degli anni ’40. Allora da Viareggio si andava in bicicletta a Camaiore e dai contadini si compravano verdure e patate, soprattutto durante la guerra quando avevamo fame di tutto. Ricorderò sempre una famiglia di bravissimi contadini dove – scoprimmo una domenica – durante la settimana camminavano tutti scalzi e la domenica si mettevano le scarpe per andare a Messa. Tornati a casa lucidavano le scarpe e anche le suole, per quanto consideravano preziose quelle calzature. Oggi sembra una barzelletta ma allora i miei genitori ci fecero notare ed ammirare la cura che quella famiglia aveva per le loro preziose scarpe, Che cambiamento!

Ci sarebbe molto da dire ed esplorare sul cambiamento epocale avvenuto in questi 70 anni ma preferisco concludere questo piccolo affresco versiliese con una pennellata di nostalgia e tenerezza per i tanti ricordi emersi mentre mi godevo il sole e i profumi del giardino.

Il ricordo più forte e incancellabile? Quando i miei genitori ci hanno annunciato che ci saremmo trasferiti a Napoli mi sono disperata e ho pensato che non potesse esistere altra vita al di fuori di quella viareggina. Arrivata a Napoli ho pianto per quasi un anno perché a scuola ero l’unica ragazza in una classe maschile di 1° Lice Scientifico, non capivo una parola di napoletano ed ero infelicissima.

Chi l’avrebbe mai detto che Napoli mi sarebbe entrata così tanto nel cuore e nell’aniima? Allora non sapevo “accettare il cambiamento” ma la vita poi me lo ha insegnato!

Marinella

ROMA

Quando mi sono trasferita a Roma nel 1960 non volevo lasciare Napoli e ho resistito a lungo all’allettante proposta di lavoro che mi giungeva dalla capitale. Ricordo che il giorno della decisione finale, quando ancora esitavo, il Direttore Generale della Società che mi offriva il lavoro mi disse “signorina, consideri che lavorerà nel top management e che vivrà a Roma: una città al TOP in tutto”!

Successive facilities che mi vennero offerte mi convinsero definitivamente e devo dire che, allora, ho trovato in questa città una straordinaria energia accompagnata da volontà di costruire e crescere con entusiasmo.

Pur avendo sempre nel cuore la mia Napoli, sono stata presto conquistata non solo dalla storia e dall’arte che a Roma trasudano da ogni pietra, ma anche dal cima che vi si respirava. Forse quei primi anni ’60 sono stati il punto più alto della vitalità nella Roma del dopoguerra.

Oggi mi domando come in soli 50 anni la città sia così miseramente cambiata. Non parlo solo del decadimento che l’occhio vede dovunque si posi ma proprio di quel clima che mi aveva sprovincializzato e conquistata.

Oggi Roma mi appare come una vecchia signora con i vestiti sgualciti, impolverati e anche un po’ strappati, delusa, rassegnata, ripiegata su se stessa. L’apparenza è proprio questa ed è accentuata dalla presenza di alcuni bagagli, sdruciti anche loro ma custoditi gelosamente dalla vecchia signora. Sono preziosi in quanto contengono non solo ricordi di quello che è stato e non è più ma anche alcune radici salvate che – nonostante il buio che le circonda – non sono morte e stanno germogliando.

Germogli di vario genere e valore ma vitali per la rinascita e ricostruzione di una Roma capace di rialzare la testa ed offrire ai giovani che oggi la abitano una vivibilità degna del suo passato, e pronta ad affrontare le sfide di un futuro che non accetta soste, farfugliamenti, ripensamenti, tentennamenti.

Questa non è solo utopia perché nei giorni scorsi., a solo 12 ore di distanza, ho visto due di quei germogli – diversissimi tra loro – che facevano capolino dai bagagli impolverati della vecchia signora. Uno, solo apparentemente ludico, e l’altro invece molto impegnato.

Ecco come è andata: sabato pomeriggio sono stata alla presentazione dei sonetti romaneschi del mio amico Giampiero Leodori, valente architetto nonché ispirato poeta. Molte le risate ma quanta cultura, filosofia, storia , intelligenza e acume dietro quelle rime. Insomma lo spirito dei “romani de Roma” non è morto ed è pronto a risollevarsi e contribuire alla…ricostruzione.
Domenica mattina invece ho partecipato ad una bella manifestazione in Piazza Vittorio organizzata dalla scuola elementare Di Donato, molto nota per il valore dei suoi insegnanti e l’apertura verso l’altro, diversamente straniero e/o diversamente sfortunato ma ugualmente cittadino di un unico mondo. Uguaglianza, fraternità, solidarietà e accoglienza, era questo lo spirito di una manifestazione allegra e gioiosa dove i bambini erano tanti, così come erano tanti i rappresentanti di altre scuole e altre associazioni, tra cui molto visibile, l’Associazione “Mani Rosse Antirazziste”.
Temi importanti, affrontati con intelligenza e coerenza.

Insomma, voglio essere ottimista ed essendo anche io una vecchia signora, mi impegno a non lasciare che la polvere della delusione e dello scoramento appesantisca troppo le mie vesti. Però…damose una mano tutti insieme!

Marinella