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Archive for marzo 2011

Il primo pensiero  che fisso sulla carta   riguarda la beffa che la vita ci  riserva:  accorgerci degli altri quando ormai il tempo scandisce sé stesso negli attimi dello spirito che annunciano già da lontano la fine di una tra le tante storie terrene… perché sempre troppo tardi, con l’affanno dei giorni che volano e si cristallizzano nel dolore della fine, perché non uno sguardo agli altri quando ancora è possibile vedere, ascoltare ed essere ascoltati, accompagnarci ed accompagnare, dare speranza, offrire serenamente consigli e saperli ascoltare, senza ribattere subito, già pronti al combattimento…perché sempre così sopra le righe… perché all’ultimo?

Il bellissimo incontro che nell’Aula Brasca del Policlinico Universitario “A. Gemelli” si è svolto grazie al Convegno Regionale SICP- Lazio, ha di nuovo portato la nostra attenzione sull’importanza di essere o divenire capaci, durante la vita,  ad accompagnare nel percorso della malattia – lungo o breve che esso si presenti – non solo il paziente, il ferito a morte, ma anche il gruppo familiare che respira e vive all’intorno, rumorosamente o in sordina.

L’impegno non è solo riappropriarsi del significato della malattia, per ambedue le parti, del destino che la mette a parte per noi, ma anche ritrovare nel nostro intimo sentire quella capacità di ascolto (che al tempo delle favole era parte essenziale ), di volontà di perdono, di capacità di speranza, di  rinnovata spiritualità, di dimensione diversa che trascende il materiale e abbraccia fini e valori ultimi,  rapportandosi al momento presente, a Dio, alla natura, a sé stessi.

L’esigenza dell’ascolto per chi sta concludendo il proprio percorso è la capacità di un’improvvisa apertura all’altro da sé, è la capacità di questo “altro” di esserci, al momento e nel modo giusto, anche con il silenzio. Nell’operatore volontario questo traguardo è spesso frutto di un paziente lavoro in équipe, in cui ognuno è al tempo apportatore e dispensatore di spiritualità.

Ed è la mano che si tende ed aiuta a sostenersi. Soprattutto nella verità e nella coscienza di essa. Quanto vincente sarà per chi è nel pieno della battaglia sapere chi sta combattendo,  e come intende far sentire la sua voce, ed insieme a lui la “famiglia”, non a scudo ma  compagna di viaggio in un cammino che tutti nel tempo ci include. La necessità di informazione diventa costante presenza da cui scaturisce,  anche se non facile,  il passaggio dalla paura all’accettazione. Non perché non si combatta più ma si possa procedere ad armi pari.

…lo so, lo so che tu vincerai, ma non mi prenderai a sorpresa, alle spalle…saprò guardarti negli occhi…saprò morire di una morte dignitosa….

Adele

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“E’ nelle nostre mani”. Con queste parole della giovane Lucia, volontaria Antea, si chiude il giro di interventi di condivisione finale del secondo dei due incontri esperienziali sul Nurturing Touch, ospitato da Antea, e direi armonizzato, più che condotto, dalla preziosa voce ed esperienza di Marinella Cellai, supportata da Francesca Rossi, nostra “collega” volontaria che ha già fatto il percorso formativo del “Tocco che nutre”.

Molta poca, quasi nulla teoria. Perché quello che serve, quello che abbiamo “capito”, non è tanto e solo la tecnica che passa per la comprensione razionale dei gesti, che è solo veicolo utile. No, quello che serve per entrare in contatto profondo con l’altro è l’entrare in contatto profondo con noi stessi. Scoprire non di “avere” un corpo ma di “essere” un corpo.

Mi sono trovata a pensare a quanto nei gesti quotidiani si sia sostanzialmente lontani da sé stessi, distratti da una sorta di sogno diurno, cui diamo il nome di “realtà”, ma che altro non è che una rappresentazione interna della realtà sensibile, spesso distorta da filtri percettivi. Ognuno i suoi, ovviamente. Fonti inesauribili di incomprensioni, dolori e false gioie. Si è spesso contemporaneamente lontani da tutti e da sé stessi. Solo scendendo dentro di noi, come abbiamo fatto sabato, si apre il percorso verso il contatto, e durante il cammino la strada si ripulisce da tutte le inutili zavorre dell’Io, e in fondo troviamo, diamante in una miniera di sassi, quel sentimento di purezza dell’intento, che Marinella ci ha sottolineato essere prerequisito essenziale per accostarci profondamente all’altro.

E così, accompagnati dalla Voce di Marinella è iniziato il viaggio dentro di noi, con la danza del respiro prima, e poi distesi, soli, ma dentro a un grande respiro collettivo. Respiro, energia e calda concentrazione hanno dato a ciascuno, a ciascuno nella sua modalità espressiva, il viatico per la seconda parte dell’esperienza, il contatto con l’altro, con il corpo dell’altro, con il proprio corpo attraverso il corpo dell’altro. Momenti da cui non si esce come si era entrati, di sicuro. Un contatto che, sottolinea Carlo, altro giovane volontario Antea, sembra essere forse più intenso di quello sperimentato attraverso l’Eros. E questo forse perché, come dice Marinella, l’Agape che nutre il “Tocco che nutre” è amore oblativo, libero della vena predatoria che spesso inquina l’Eros.

I Fiori che abbiamo visualizzato durante il viaggio interiore sono nelle nostre mani, nei palmi delle nostre mani. Siamo noi. E attraverso il palmo delle nostre mani li possiamo donare a chi li vuole ricevere.

Un abbraccio circolare da Monica

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Così è stato definito il workshop informativo di Nurturing Touch  tenuto ieri per i volontari e gli operatori di ANTEA nell’ottica di diffonderne la conoscenza , la preziosità e l’utilizzo nelle cure palliative.

E’ stato solo un incontro di 4 ore, un “primo assaggio” destinato a stimolare l’interesse dei partecipanti e a far loro percepire  il valore del tocco che nutre. Ma non solo! I concetti di “pulizia interiore dell’operatore” e di “purezza dell’intenzione” sono stati ben metabolizzati attraverso  la sperimentazione  pratica effettuata.

La stessa formula verrà riproposta sabato 19 in modo che più operatori possano partecipare rispettando i loro turni di lavoro e, considerato il successo dell’incontro di ieri , si può prevedere che ci saranno ulteriori approfondimenti.

Marinella

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La settimana scorsa sono stata invitata a portare la mia testimonianza di volontaria al corso di formazione per i volontari dell’ospedale Pertini. Avevo pensato di tracciare una scaletta mentale di ciò che avrei voluto dire  durante il percorso di avvicinamento all’ospedale ma invece mi sono lasciata  prendere  da un tumulto di emozioni perché non ero più entrata in quell’ospedale dalla morte, alcuni mesi fa di una mia carissima amica. Una morte molto sofferta e che avevo vissuto accanto a lei giorno per giorno.

Così, una volta giunta – oltretutto con un leggero ritardo dovuto al traffico – nella Cappella dove si teneva il corso,  le parole hanno cominciato ad uscirmi dal cuore, senza quasi neanche passare dal cervello. Ben presto è  emerso il mio particolare rapporto con la morte ed il mio impegno nel cercare di farlo conoscere e possibilmente trasmetterlo ad altri. Per me la morte è sempre stata non la vecchietta curva e vestita di nero con la falce in mano, ma la signora vestita di bianco che ci accoglie nelle sue braccia aperte. Tra i docenti della gornata c’era anche l’assistente spirituale  dell’hospice Villa Speranza che mi aveva già sentito parlare di questa mia immagine della morte e ne era rimasto affascinato. Mi ha detto “ma perché non scrivi un libro dal titolo la signora vestita di bianco?” Certo che mi piacerebbe ma…non me ne sento all’altezza.

Stamane la bella trasmissione di RAI-3 Uomini e Profeti  era centrata sul testamento biologico e ho sentito parlare di “società post mortale”: una società nella quale non si muore  più tout court ma si muore di…e quindi si può o si potrà sempre intervenire e vincere la morte con la tecnica!  L’uomo ha perso completamente il senso del limite e forse proprio per questo ha sempre più paura della morte che deve in ogni modo esorcizzare, negare e possibilmente ignorare.

Ma cosa possiamo fare noi volontari per sostenere chi si avvicina alla fine della vita e i suoi familiari nel difficile tempo del morire? Io credo che la cosa migliore da fare, nella piena consapevolezza del nostro limite, sia “tenerli per mano” in un percorso di accettazione della realtà della morte e di scoperta del senso della loro vita e  di quello della morte. Quando questo percorso viene compiuto consapevolmente si può andare incontro alla “signora vestita di bianco” con… passo leggero.

Marinella

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