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Archive for febbraio 2010

ALDO BARDUAGNI

Ieri abbiamo salutato per l’ultima volta l’amatissimo Presidente della nostra Associazione “Progetto Città della Vita”. Il Prof. Barduagni, grande oncologo, grande maestro, grande uomo e, per me, grande amico, ci ha lasciato e ci sentiamo… orfani, ma siamo certi che la Sua eredità morale e spirituale continuerà a guidarci nel difficile cammino del nostro volontariato.

Nell’unirci con affetto al dolore della moglie Liliana e di tutta la Sua splendida e tanto amata famiglia, gli diciamo ancora una volta:

Addio Presidente e sempre grazie!

Marinella

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…BENINI DAY!

Così ha proposto di definire la giornata, uno dei relatori partecipanti al convegno “Le cure palliative pediatriche:dalla legge al bambino” organizzato il 22 u.s. dalla Fondazione Maruzza Lefebvre d’Ovidio nella splendida cornice del Tempio di Adriano a Roma.

Il “Progetto Bambino” e specifiche cure palliative pediatriche sono infatti  alla base della missione della Fondazione e la Dott.ssa Franca Benini, coordinatrice del Centro di eccellenza regionale di terapia antalgica e cure palliative pediatriche dell’Università di Padova, coadiuivata dal comitato tecnico Scientifico della Fondazione ne è l’anima. e non solo! 

In apertura del convegno è stato anche assegnato il Premio Vittorio Ventafridda 2009 al Dr. Marco Spizzichino, responsabile presso il Ministero della Salute per le cure palliative e la terapia del dolore.Conosco personalmente il Dr. Spizzichino da alcuni anni e so quale appassionata attenzione e dedizione ha riservato nel tempo a tutti i problemi delle cure palliative in Italia per cui ho visto con gioia e partecipazione la consegna del premio.

Ma perché il convegno è stato focalizzato sul tema “dalla legge al bambino”? Perché nel 2007 la Fondazione ha firmato un protocollo d’intesa con il Ministero della Salute per programmare e definire una rete di cure palliative pediatriche da realizzare in tutte le regioni italiane  In attesa ora della definitiva approvazione del disegno di legge relativo, attualmente alla Camera, il convegno ha inteso affrontare tutte le problematiche assistenziali ed organizzative correlate.

Speriamo che in tempi brevi ciò che all’inizio sembrava un sogno diventi una concreta realtà!

Marinella

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SPAGHETTI

In un anno (incredibile ogni volta che ci penso, è passato solo un anno da quando sono in hospice…) ho avuto modo di capire che noi volontari e operatori sanitari dell’hospice in genere non si va ai funerali dei nostri “ospiti”…e non si va, tra i tanti motivi che non sto qui a elencare, per un motivo molto semplice: sarebbero “troppi”…ma ci sono delle eccezioni, ovviamente, a questa che è tutt’altro che una regola.

Sabato è stata un’eccezione, grande. Nonno A ci ha lasciati e siamo andati a salutarlo anche noi, la sua famiglia di Antea.

Nonno A o Nonno S, a seconda che lo si chiamasse per nome o per cognome, era ormai una presenza istituzionale di Antea hospice…credo da tre anni nostro ospite, nostro amico. Una cosa rara una permanenza così lunga, e quando accade sembra che possa essere per sempre, e salutarsi è ancora più dura.

Nonno A ti voglio salutare anche da qui.
Sei la prima persona che ho visto in hospice il primo giorno che mi sono affacciata su. Eri su uno dei divanetti, lì dove ci si ferma a chiacchierare con gli ospiti che si possono muovere. Lì dove si fa salotto e dove tu con il tuo sorriso corteggiavi le belle signore ospiti e le belle operatrici…mi hai sorriso, come dimenticarlo quel primo sorriso…gli occhi ti ridevano. Abbiamo fatto amicizia, venerdì dopo venerdì, e mi chiamavi “tesoro”, con quell’accento siciliano che porti con tanto orgoglio, e mi baciavi la mano con una galanteria da vero signore. Lo hai fatto anche quando ero accanto al tuo letto e, forse, non mi hai riconosciuta…immerso com’eri nei tuoi sogni, nei tuoi ricordi…

A…sono fiera di averti conosciuto, e non sai, perché forse non te l’ho fatto capire bene e per questo te lo dico ora, quanto sono felice di averti cucinato gli spaghetti quella sera, aglio olio e (poco) peperoncino, ripassati in padella. Li abbiamo mangiati insieme, nel salottino dell’hospice…gli spaghetti che amavi così tanto, ce n’era spesso un pacco in camera, pronto per essere cucinato.

Sei vitale A…, e di una Vita che non si è spenta neanche quando mi stringevi la mano forte forte l’ultimo venerdì…e quanto tempo siamo stati così, mano nella mano, in silenzio, aspettando…

A…ti abbraccio forte, con la stessa forza con cui tu ti aggrappavi a me per tirarti su nel letto…ti abbraccio forte e ti dico…alla prossima spaghettata Nonno!

Monica

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COM’E’ DIFFICILE…

Com’è difficile, nel tempo in cui viviamo, per i familiari di coloro che si avvicinano al traguardo della loro esistenza, accettare di parlarne con loro.  Posso dire, perché lo constato quasi continuamente, che nella maggior parte dei casi quando la persona che sente la fine avvicinarsi, tenta di parlarne con i congiunti più cari, riceve un netto rifiuto e spesso anche un rimprovero con frasi tipo “se dici così mi fai arrabbiare, non ti voglio sentir dire queste cose”!

In questo modo il morente da una parte e i familiari dall’altra, vivono un tempo che potrebbe essere estremamente prezioso in solitudine. Il morente non può condividere le sue emozioni, le paure, i desideri, talvolta non può neanche lasciare importanti eredità spirituali. I congiunti rimangono chiusi nel loro dolore e troppo spesso “dopo” rimpiangono di aver lasciato…parole non dette!

Ieri notte non riuscivo ad addormentarmi, preoccupata per alcune situazioni difficili che sto condividendo, e mi è tornata alla mente la morte della mia Mamma, 45 anni fa.  Come tutto era diverso allora! Mamma ha condiviso con me ogni suo pensiero, desiderio e mi ha dato tutte le disposizioni relative al suo morire e alla sua morte. Per quanto profondamente addolorata ed anche angosciata perché ero giovane e unico familiare di riferimento, non ho mai avuto la tentazione di impedirle di esprimersi. 

Come mai? Era su questo che riflettevo stanotte e mi è venuto da pensare che solo 45 anni fa si accettava l’idea che  i  nostri cari potessero morire,  e che spesso,  nonostante i continui progressi della medicina, ci si dovesse arrendere.

Oggi no. Oggi prevale il concetto che la scienza e la medicina possano allontanare la morte all’infinito. Questo purtroppo talvolta porta anche alla richiesta di un accanimento terapeutico  da parte dei familiari che non si…rassegnano! E’ amore questo? O piuttosto egoismo? Non so, ma so che queste situazioni mi fanno molto soffrire.

Mi piacerebbe, condividendo le mie riflessioni con voi che mi leggete, sentire le vostre opinioni e le vostre esperienze. Grazie.

Marinella

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Nell’ambito della settimana delle scienze biomediche organizzata dall’Università La Sapienza di Roma e dalla Pastorale Universitaria, si è tenuto il 9 u.s. presso la II Clinica Medica, il convegno di cui al titolo di questo post.

Da parte di tutti i relatori è stata dato valore centrale alla formazione, della quale fa parte la “comunicazione“. Una formazione che  deve tenere conto della centralità della persona ma essere anche aderente alla realtà del mondo lavorativo.

Un ampio spazio è stato assegnato alla Fondazione Nazionale Gigi Ghirotti, per la quale sono intervenuti il Dr. Vito Ferri, la Dr.sa Angela Tenore e la sottoscritta. Ovviamente io  rappresentavo il volontariato e, riallacciandomi alle relazioni precedenti, ho auspicato che nel futuro a tutti gli operatori sanitari: dagli OS ai medici, venga offerta una formazione in “contatto umano“. Il contatto è infatti un potentissimo mezzo di comunicazione ed anche la manovra diagnostica più invasiva e dolorosa, se preceduta da un contatto consapevole tra operatore e malato, può risultare meno dolorosa.

Chissà se nel futuro questo piccolissimo seme darà fiori e frutti? Vedremo, anzi…vedrete!

Marinella

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SUL… PERDONO

Il perdono non è dimenticare                                                                                  le colpe del passato,                                                                                                 ma un dilatarsi del cuore                                                                                          in uno scambio di vita.

 Con questa massima di Giovanni Vannucci, si apre il capitolo sul “Perdono” nel libro “Il domani avrà i tuoi occhi” di Luigi Verdi (Don Gigi), del quale ho già scritto qualche tempo fa.

Questo libro è sempre qui, accanto al mio computer, e ogni tanto mi piace rileggerne qualche capitolo, anche a seconda delle tante vicende umane alle quali mi capita di partecipare. Oggi ho riletto appunto le pagine sul perdono  e mi è venuto il desiderio  di condividerne  alcuni concetti con voi che leggete questo blog.

Tre sono i faticosi passaggi che richiede il perdono dice Don Gigi:

“Perdonare è capire:… capire non vuol dire giustificare il male, il male è male, capire è la misericordia che nasce da un cuore che conosce le proprie miserie, i propri dolori, i propri errori e che quindi riesce ad accogliere anche l’altro nella sua debolezza….

Perdonare è non voler diventare come ciò che odi:…dobbiamo trasformare il nostro istinto violento in dolcezza, la chiusura in apertura, perché se un dolore ci tormenta, ci porteremo sempre dentro il bisogno di vendicarci. Il perdono libera il cuore quando va oltre le ferite, quando non cerca la sconfitta dell’avversario, ma ha rispetto di quello che l’altro potrebbe essere e non riesce ad essere…..

Perdonare è ringraziare chi ti ha ferito:…nel cuore ferito si annida il bisogno di ferire gli altri, forse persino di essere feriti ancora. La terza fase del perdono è la più faticosa ma la più necessaria per essere liberi finalmente da ciò che ci ha ferito. Ti perdono io che sono stato la persona ferita. Ciò che abbiamo di più bello sono tutti quei punti della nostra vita che in origine possono aver fatto molto male, ma con i quali abbiamo imparato a vivere e che si sono trasformati in sorgenti di comprensione e di bene…”.

Questo week-end di brutto tempo forse ci offrirà l’opportunità di riflettere su ciò che abbiamo già perdonato e su ciò che possiamo ancora perdonare; non credete?

Marinella

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