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Archive for dicembre 2008

31 DICEMBRE

Ieri sono andata a trovare Suor Francesca, un’anziana amica di famiglia da sempre:  persona straordinaria per intelligenza, preparazione e spiritualità. Quando le ho confidato di avere il “pelo un po’ arruffato” a causa di alcuni recenti accadimenti mi ha dato un suggerimento che mi ha già aiutato. Ve lo offro come augurio per l’Anno che sta per nascere.

Quando il cielo è carico di nuvole nere, spesso verso sera si scorge all’orizzonte una striscia luminosa. Concentrati su quella luce e lascia che il suo chiarore inondi tutta la tua persona”.

Buon Anno a tutti!      Marinella

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PATRIMONIO

Giorni fa mi sono comprata un libro consigliatomi da una cara e “fidata” amica: Patrimonio di Philip Roth, Ed. Einaudi. L’ho comprato perché è la storia vera del padre dello scrittore nel suo viaggio verso la morte per un cancro al cervello.

Pur nella diversità della situazione e del tempo in cui si svolge la vicenda, ho rivissuto, leggendolo, la storia di amore, ansia e paura che ho attraversato durante la malattia di mia Mamma. Oggi, con ll’esperienza acquisita durante i miei 28 anni di volontariato, con l’intensa frequentazione della morte che me l’ha resa accettabile ed  “amica” tutto sarebbe diverso, seppure sempre doloroso e dominato dal senso di perdita. Mi capita spesso di fare un raffronto tra come ho vissuto io la malattia e la morte per cancro di mia Mamma e come l’avrei vissuta se tutto fosse successo dopo la mia esperienza di volontariato.

Si tratta di un libro “vero” che, pur nella tragicità dell’evolversi della malattia, è connotato da un’atmosfera quasi di leggerezza, dovuta  al tratteggio della personalità di Herman Roth, ebreo americano che conserva alcune vivaci caratteristiche della tradizione ebraica.  Nelle numerose descrizioni di eventi legati alla  vita trascorsa a Newark mi sembrava quasi di avere tra le mani un testo di Moni Ovadia!

E’ un libro interessante ma anche piacevole e, se amate il genere, mi sento di consigliarvelo. Buona lettura!

Marinella

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BUON NATALE

Due giorni fa ho partecipato ad una suggestiva meditazione pre-natalizia condotta dalla Dott.ssa Anna Ravenna dell’Istituto Gestalt di Firenze. In apertura abbiamo letto alcune massime provenienti da vari Paesi del mondo  e voglio offrirvene una come augurio di Natale:

“Quando subiamo una delusione cocente non sappiamo mai se si sta chiudendo una vicenda in corso o se si sta aprendo una nuova meravigliosa avventura”

BUON NATALE a tutti!

Marinella

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ANTEA HAPPENING

Qualche giorno fa stavo tranquillamente leggendo la posta in arrivo quando sento squillare il telefono. Silvana Zambrini, responsabile dei volontari di Antea mi dice “SOS, il docente che domani deve tenere una lezione al corso di formazione per volontari ha la febbre alta, puoi venire e parlare del rapporto tra il volontario e  l’unità sofferente (malato e familiari)?”

Quando posso dare una mano agli amici di Antea lo faccio sempre con tutto il cuore ed allora, con una piccola modifica agli impegni del giorno successivo, all’ora stabilita mi presento nei locali di Antea Formad. Durante il viaggio in metro e trenino, mi ritorna alla mente un giorno del Novembre 1994 quando prestavo ancora servizio di volontariato in AMSO e  coordinavo appunto il  corso di formazione.

Anche allora, ad una improvvisa defezione di un docente, Silvana mi aveva chiesto di tenere una lezione, ma …era la mia prima volta! Ricordo che, emozionatissima, non sapevo come cominciare. Ho deciso quindi di raccontare semplicemente la mia esperienza di 14 anni di volontariato e tra un ricordo, una domanda, una ricerca di risposta ripercorrendo con la mente e con il cuore le tante vicende condivise, la lezione/happening  è risultata estremamente vera e interessante.

E’ con questo stesso spirito che ho impostato l’incontro con i  nuovi volontari di Antea  e ne è risultato, anche in questo caso, un interessante happening dove tutta la teoria, argomento delle precedenti lezioni , è diventata esperienza reale, con tutte le varianti che questa comporta. La testimonianza di alcune volontarie Antea già operative da anni, ha arricchito il dibattito e, ancora una volta, è stato chiaro come  sia l’esperienza quella che completa ed affina la formazione di base.

Anche per me è stato un incontro interessante e costruttivo quindi , da parte mia, si può…ripetere!

Marinella

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Un brano che metto in blog per augurare a tutti buon Natale

Sandro

“E camminando di notte nel centro di Milano semi deserto e buio e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai… paura, o vigliaccheria emotiva.
Sono i momenti in cui amo la polizia. E lei lo sa, e si fa desiderare.
Si sente solo il rumore dei miei passi. Avrei dovuto mettere le Clark.
La luna immobile e bianca disegna ombre allungate e drittissime. Non importa, non siamo mica qui per fare delle fotografie, dài!
Cappello in testa e impermeabile chiaro che copre l’abito scurissimo, l’uomo che mi viene incontro ha pochissime probabilità di essere Humprey Bogart. Le mani stringono al petto qualcosa di poco chiaro.
Non posso deviare. Mi seguirebbe. Il caso cane-gatto è un esempio tipico: finché nessuno scappa non succede niente. Appena uno scappa, quell’altro… sguishhh. Ed è giusto, perché se uno scappa deve avere una buona ragione per essere seguito. Altrimenti che scappa a fare? Da solo? In quel caso si direbbe semplicemente ‘corre’… E se poi lui non mi seguisse non ho voglia di correre come un cretino alle due di notte per Milano… senza le Clark.
La luna è sempre immobile e bianca, come ai tempi in cui c’erano ancora le notti d’amore.
Non importa, proseguo per la mia strada. Non devo avere paura. La paura è un odore e i viandanti lo sentono. Sono peggio delle bestie questi viandanti… è chiaro che lo sentono.
Ma perché sono uscito? Avrei dovuto chiudermi in casa e scrivere sulla porta: “Non ho denaro” a titolo di precauzione, per scoraggiare ladri e assassini.
E lo strangolatore solitario? Quello se ne frega dei soldi. Dovrei andare a vivere in Svizzera. Non si è mai abbastanza coraggiosi da diventare vigliacchi definitivamente.
Ma l’importante ora è andare avanti, deciso. Qualsiasi flessione potrebbe essere di grande utilità al nemico. La prossima traversa è vicina e forma un angolo acuto. Acuto o ottuso? Non importa Però sento che lo potrei raggiungere, l’angolo. Ma il nemico avanza, allunga il passo… o è una mia impressione?
Ricordati del cane e del gatto. Anche lui ha paura di me. Devo puntargli addosso come un incrociatore, avere l’aria di speronarlo… ecco, così. È lui che si scosta… disegna una curva. No, mi punta.
Siamo a dieci metri: le mani al petto stringono un grosso mazzo di fiori. Un mazzo di fiori?… Chi crede di fregare! Una pistola, un coltello, nascosto in mezzo ai tulipani. Come son furbe le forze del male! Eccolo, è a cinque metri, è finita, quattro, tre, due, uno…
Niente, era soltanto un uomo. Un uomo che senza il minimo sospetto mi ha sorriso, come fossimo due persone. Che strano, ho avuto paura di un ombra nella notte. Ho pensato di tutto. L’unica cosa che non ho pensato è che poteva essere semplicemente… una persona.
La luna continua a essere immobile e bianca, come ai tempi in cui c’era ancora l’uomo.”

Storie del signor G. (Giorgio Gaber)

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YOGA E VITA

Qualche giorno fa mi è arrivato l’invito a partecipare ai festeggiamenti in onore del 90° compleanno del Maestro Yoga Iyengar. Sul cartoncino di invito era scritta una sua massima che continua a frullarmi in testa e che mi piace condividere con voi cari lettori, praticanti o no lo yoga:

“Lo scopo dello yoga è portare completa consapevolezza in qualunque cosa facciate”              B.K.S. IYENGAR

Credo che questo insegnamento dell’illustre Maestro sia applicabile in ogni azione della nostra vita. Che ne pensate?

Marinella

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Cuore di tenebra

In “Cuore di tenebra” – forse il capolavoro di Conrad – Kurtz, il protagonista, dopo aver attraversato l’Africa, torna, malato, navigando sul fiume Congo. È sempre stato un uomo d’azione, un dominatore, ma ora la malattia lo stringe: prima del suo personale epilogo deve esplorare se stesso, la tenebra impenetrabile della sua vita e trovare un senso.

 “Solo alla fine, nel momento supremo di perfetta conoscenza … egli gridò fiocamente, a non so quale immagine, a quale fantasma, quale visione: – due volte gridò, con voce che era appena più di un sospiro: ‘Quale orrore! Quale orrore!’ ”

 A ciascuno capita, prima o poi, di dover esplorare il proprio cuore di tenebra,  di confrontarsi con l’orrore della propria ombra interna, col grande terrificante, con la morte, con ogni morte, che giace dentro tutti gli esseri, tutti legati da un comune esito finale, da un’uscita che non ha una causa comprensibile. Come Kurtz, però rimandiamo sempre la ricerca di senso: non ora, non è il momento. E giorno dopo giorno allontaniamo la morte dalla nostra percezione, avvertendola come non reale, noi, invulnerabili, ci chiudiamo nel porto sicuro della routine e nella ripetizione dei gesti quotidiani evitando sempre il nostro interiore cuore di tenebra. E, così, sempre dimentichi della vastità del terrore che ci abita, continuiamo a fuggire la prospettiva del mare aperto per restringerci nella nostra piccola giornata sicura che si ripete sempre uguale, con un’infantile illusione che così sarà per sempre. Poi però qualcosa succede e come Kurtz dobbiamo affrontare impreparati il mare aperto verso l’ignoto, l’inspiegabile mistero della vita e l’inconcepibile necessità della sua fine: “Che orrore!” 

 Nell’armadietto dell’hospice dove mettiamo le nostre cose conservo un paio di occhiali. Quando arrivo, li metto perché mi aiutano ad esplorare il mio cuore di tenebra, e vado così fra i malati terminali alla ricerca di una nuova visione che riesca a trasformare tutto il mondo in meraviglia, come da bambino.

Che significa?

All’hospice, a contatto con la breve prospettiva di vita di tanti, mi accorgo, anzi sento che anch’io sto morendo e quegli occhiali (chiusi nell’armadietto del luogo più triste al mondo, in quella piccola Benares di via Mecenate) mi permettono finalmente di illuminare il mio cuore di tenebra. Ed esploro con una strana lucidità la grande perdita, il grande ignoto e, con loro, con i malati, avverto l’indicibile loro e mio terrore, la loro grande speranza di riunificazione e, non so come, riesco ad assisterli (e ad assistermi), a mettermi in contatto, a sentirmi parte unica con la mia e loro ombra. E mi accorgo che  indagare il dolore è alleviarlo, che affrontarlo significa trasformarlo, tanto da riuscire ad accettare negli altri la mia stessa morte. E lì ogni volta stranamente ho la tangibile e stupefatta coscienza di quante ore e giorni e di quante stagioni ho bruciato nella fuga e nell’inconsapevolezza e sento l’importanza di ogni momento e lo stupore di vivere qui ed ora. 

E pensare che bastano gli occhiali giusti per sfuggire all’orrore.

 Sandro

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