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Archive for gennaio 2009

Occhi

Entriamo nella stanza di …, due grandi occhi giovani, azzurro-grigio, bellissimi, vivaci, che si accendono ancora di più quando ci racconta del suo paese, i monti, la neve…poi in un istante vedo passare un brivido in quegli occhi, impercettibile, come il perturbarsi del pelo dell’acqua di un lago quando passa un’onda di vento, ma è un istante appena, poi torna il calore del sole, che c’è anche fuori oggi.

Due stanze più in là..la luce è tenue e la signora si lamenta un po’. Mi avvicino al letto e lei sussurra ma non riesco a capire, le chiedo delle cose ma non ottengo risposta, non è lucida, però mi afferra la mano con una forza che non sospetto..provo a cambiare posizione alla mano, ma mi stringe ancora di più…vuole che io stia lì..non posso fare nulla per lei, se non stare.

Ma dopotutto, penso, il “fare” è il dominio dei medici e degli operatori sanitari, l’ambito del volontario è lo “stare”, ed è qui che si svolge gran parte del “fare”.
E quindi “sto” lì, lei non smette un attimo di fissarmi. Gli occhi sono due fessure brillanti, verde nocciola, mi guarda e mi stringe, ma non so chi veda realmente, se i miei occhi o quelli di un suo ricordo…però il pensiero che porti i miei occhi dentro di sé per un istante mi conforta, è comunque un contatto, un ponte con la realtà. Sento ansia nella sua stretta e nel suo sguardo..allora provo piano piano a carezzarla, un movimento lento e regolare sull’avambraccio e a poco a poco finalmente gli occhi si chiudono e la presa si allenta..si assopisce e io esco in punta di piedi per farla riposare,

Un abbraccio e a presto,

Monica

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IN TRAM

Ieri sera, tornando da un’assistenza domiciliare, ho preso il tram n. 19 che ha il capolinea nella periferia Est. Il mezzo era affollato ed io ho trovato un posticino in piedi in un angolo, appoggiata ad un finestrino. Poco dopo, davanti al Policlinico, è salita un’anziana signora, che poi ho scoperto essere mia coetanea. La signora mi ha chiesto se le cedevo il posto nell’angolo appoggiata al finestrino perché “non ce la faceva più”.

Poco dopo il tram si è quasi svuotato e ci siamo sedute una accanto all’altra. La signora ha cominciato a raccontarmi la sua faticosissima giornata: il marito (81) ricoverato per coma diabetico, durante la notte era caduto dal letto e si era fatto parecchio male per cui lei era stata chiamata d’urgenza alle O6.OO. Aveva passato quasi tutta la giornata in ospedale ma negli intervalli degli orari di visita aveva dovuto andare a Spinaceto per fare dei documenti e a fare una visita oculistica precedentemente prenotata all’Ospedale Sant’Eugenio, lontanissimo. Tornata infine al Policlinico aveva dato la cena al marito e lo aveva sistemato per la notte. Non aveva neanche la forza di pensare alla sua cena e si proponeva di bere un bicchiere di latte prima di andare a dormire.

Io l’ho soltanto ascoltata,  non ho fatto altro, ma quando le ho comunicato che stavo per scendere la signora si è molto dispiaciuta perché… si era  trovata tanto bene a “parlare” con me e mi ha detto “che Dio la benedica”.

Tutto questo solo per riflettere una volta di più sul valore terapeutico dell’ASCOLTO  e sul sollievo che possiamo offrire ad ogni essere umano semplicemente ascoltandolo.

Marinella

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B.

Vi ricordate il mio post di qualche tempo fa “Una giovane donna”? Bene, voglio raccontarvi ancora di questa giovane donna: B.

Nella sua stanza le luci si stanno abbassando e le tante visite vengono ora regolate con parsimonia, il suo corpo mostra i segni della malattia che avanza ma la luminosità di B. rimane intatta.

Da un paio di settimane abbiamo iniziato un lavoro di équipe con la psicologa e la fisioterapista. A me “tocca” il Nurturing Touch e questa integrazione sta dando risultati sorprendenti per noi ma soprattutto per B.

Oggi durante un lungo e lentissimo massaggio a piedi e gambe e poi a braccia e mani, B. si è completamente rilassata e poi addormentata. Nelle fasi di contenimento sentivo il fluire della sua vita attraverso le mie mani e si è stabilita una comunicazione “da cuore a cuore” di straordinaria  tenerezza e intensità.

Alla fine del trattamento, quando B. mi ha stretta in un abbraccio senza fine, mi ha sussurrato all’orecchio “sono una donna fortunata”. Pensando che la fortunata sono io, ho provato un momento di “gioia pura “ed è questo che volevo condividere con voi, cari e sensibili lettori del nostro  blog

Marinella

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23 gennaio 2009

Ieri un giorno importante per me…il primo giorno di tirocinio in hospice, e vorrei condividerlo qui.
Ero molto emozionata entrando…un luogo inaspettatamente pieno di colori…poi la prima occhiata alle cartelle, parole e numeri che presto diventeranno persone per me, dietro a ogni rigo c’è un dolore, una speranza, una vita.
Passiamo quasi un’ora con la mia tutor, Liliana, a scorrere le cartelle, e poi la prima visita. La signora soffre la luce e possiamo stare poco…ma in quel poco poco tempo c’è spazio per un contatto. Ci diamo la mano, mentre Liliana mi presenta, e la sua mano trattiene la mia per un tempo che a me pare lunghissimo rispetto a una “normale” stretta di mano, e poi rimaniamo così, è molto dolce quel contatto. Piano piano sento che la sua presa si attenua e lascio scivolare lentamente la mia mano via dalla sua…fino a quando l’ultimo polpastrello sfiora il suo. Ho l’impressione di aver lasciato dentro quella mano qualcosa, e che qualcosa sia rimasto nella mia, una sensazione “concreta” che non dimenticherò.

Tutto qui. Ed è tantissimo.

Monica

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I 40 ANNI DELL’AMSO

L’AMSO è l’Associazione di volontariato che opera da 40 anni presso l’Istituto Regina Elena (ora San Raffaele) di Roma ed è l’Associazione nella quale sono nata e cresciuta come volontaria. Ho considerato conclusa la mia esperienza con l’AMSO nel 1996 ma sono  sempre rimasta e sono tuttora legata a quella straordinaria e appassionante “avventura”

E’ stato quindi con grande piacere ed emozione che ho partecipato alla celebrazione dei 40 anni dell’AMSO che si è tenuta il 17 Gennaio presso la Casa dell’Aviatore di Roma. Una carrellata di ricordi, un susseguirsi di flash legati ai tanti esaltanti momenti della crescita dell’AMSO,

 il ricordo commosso di chi non c’è più, la presenza forte di tanti medici e dirigenti dell’Istituto Regina Elena (permettetemi ci chiamarlo ancora così), la testimonianza inviata dalla fondatrice dell’AMSO Fulvia Gualino Cortese, le parole vibranti di Silvana Zambrini che ne ha tenuto il timone e ne è stata l’anima per 28 anni,  l’intervento caldo e commosso di Maria Sofia Barbasetti ed infine il futuro delineato da Pina Cervini hanno tracciato il percorso dell’AMSO nei suoi gloriosi 40 anni di attività.

E’ stato bello esserci, ritrovare il calore delle tante persone che non rivedevo da tempo, sentirmi ancora  in qualche modo “parte dell’AMSO”.Grazie per avermi invitata e per avermi così permesso di partecipare ad una occasione non tanto celebrativa quanto ricca di significato.

Marinella

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AUTENTICITA’

Vito, nel suo commento su “Spazio e Tempo” mi invita a riflettere sulla “autenticità”. Primo riflesso che mi viene in mente è presenza autentica. Cioè una presenza completamete gratuita e disinterssata, capace di stabilire una comunicazione da “cuore a cuore” non inquinata da pregiudizi o giudizi, oppure da bisogni esistenziali magari inespressi che, anche inconsapevolmente, possono emergere nella relazione.

E’ la purezza dell’intenzione quella che determina l’autenticità della relazione.

Ancora autenticità mi fa venire in mente un ascolto che significa accoglienza  intesa come capacità di accogliere l’altro in un “vaso contenitore” rivestito di amore, rispetto, riservatezza, sensibilità e molto altro ancora.

E infine autenticità è anche la capacità di mettersi in discussione, di accettarsi e di accettare.

marinella

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SPAZIO E TEMPO

Stamane riflettevo sui miei sei anni di volontariato in hospice. Su come questa esperienza ha ulteriormente modificato il mio “vivere la vita”, sulla ricchezza ricevuta da un numero inquantificabile di contatti umani con persone giunte al traguardo della loro esistenza, Ma riflettevo anche sul diverso valore che hanno spazio e tempo  per i degenti dell’hospice,  per i loro familiari, per i curanti e per noi volontari. Ogni momento è unico, speciale e non può essere perduto o sprecato. Ogni piccolo “gesto di cura” ha un valore straordinario, qualunque esso sia. Ogni frammento di vita che noi volontari del Progetto Città della Vita, portiamo con la nostra presenza alle persone che visitiamo, ha un significato particolare.

 Ogni volta che vado in hospice so che tutto quello che posso offrire oggi potrei non avere la possibilità di offrirlo domani e allora in quello spazio e in quel tempo la mia presenza è autentica. Questa consapevolezza dà senso al mio essere volontaria.

Marinella

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