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Archive for marzo 2015

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Eccomi di nuovo sulla “freccia d’argento” ma questa volta diretta a Bolzano dove  approda per la prima volta il Nurturing Touch, richiamato dai volontari dell’hospice Caritas.

Il workshop svolge presso la bella e spaziosa palestra della Casa di Riposo Firmian dove il Direttore ci accoglie con grande disponibilità e partecipazione. E’ bello e interessante avere tra i discenti anche alcuni operatori della struttura.

Devo dire che durante questa esperienza, che per me è sempre nuova perché nuovi sono i partecipanti e quindi le relazioni che si intessono, si verificano degli accadimenti così sorprendenti da farci entrare in un clima quasi magico che pervade e arricchisce le due giornate di lavoro..

I discenti sono persone belle e pronte ad accogliere e recepire questa nuova esperienza e a fare tesoro della scoperta di ciò che le nostre mani possono offrire e offrirci come strumento di presenza, sollievo e comunicazione. Sento che le mie parole trovano un’eco nelle loro precedenti esperienze sul campo e che la condivisione di sensazioni, emozioni e percezioni è profonda.

Ma cosa c’entra l’ulivo in tutto questo? Ebbene sabato mattina Guido, uno degli operatori della struttura, mi propone di chiudere il workshop mentre lui pianta un ulivo in giardino. L’idea piace a me e a tutti anche perché siamo alla vigilia della domenica delle Palme (sarà un caso?)- Verso le 17.00, mentre il sole inizia ad abbassarsi e le ombre diventano più lunghe, ci trasferiamo nel grande giardino dove ci attende nella sua carrozzella la signora ospite della casa di riposo, che ha donato l’alberello in occasione del suo compleanno.

Mi riesce difficile esprimere con parole l’atmosfera che si crea intorno alla buca preparata per ospitare l’ulivo: l’incasso della pianta, la terra fresca che viene risistemata tutto intorno, gli applausi e infine il “cerchio della gioia” e l’abbraccio alla signora donatrice che ha reso possibile questa chiusura del workshop così speciale. La scena, dominata dalla catena di monti che circondano Bolzano e dalla “montagna magica” lo Sillian mi appare quasi surreale e mi fa vivere un momento indimenticabile.

Eccomi di nuovo a Roma con la mente e il cuore pieni di ricordi nutrienti e di tutto l’affetto che ho ricevuto attraverso i tanti e ripetuti abbracci del commiato. Grazie carissimi tutti !

Marinella

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Giovedì sera il palinsesto televisivo ci ha offerto due film che parlano di morte:” Il mare dentro” e “La custode di mia sorella”. Ma il tema della morte non è l’unica analogia perché tutti e due hanno come focus una battaglia legale.

Le analogie finiscono qui perché Il mare dentro racconta la storia di un tetraplegico a seguito di un incidente in mare, che dopo circa 30 anni di assoluta immobilità chiede l’eutanasia. La custode di mia sorella invece è la storia di Ann: una bambina concepita in vitro per poter essere compatibile e donatrice in favore della sorella Kate malata di leucemia.

Per fortuna avevo rivisto recentemente in dvd Il mare dentro, per cui ho potuto vedere senza remore, La custode di mia sorella.

Mentre il primo film riguarda una morte cercata e la battaglia legale concerne la richiesta di eutanasia che non viene concessa, nel secondo caso la morte non è desiderata ma avviene per evoluzione di malattia. La battaglia legale riguarda l’azione promossa dalla sorellina undicenne che, con l’aiuto di un avvocato,   richiede l’emancipazione medica per la protezione del proprio corpo, dopo innumerevoli prelievi, donazioni e sofferenze subite sin dai primi mesi di vita per…donare vita alla pur tanto amata sorella. Richiesta che viene concessa nonostante l’accanimento della madre che, accecata dalla incapacità ad accettare l’avvicinarsi della morte della figlia più grande , non si rende conto della follia con cui si accanisce a sfruttare il corpo di Ann e ritiene che sia giusto così.

Una storia forte e tragica che nel finale ricompone le parti di questa famiglia spezzata quando Ann confessa che era stata Kate a chiederle di non donarle il suo rene perché non ce la stava facendo più a vivere così e voleva che fosse permesso alla morte di poter arrivare a porre fine alle sue sofferenze.

Questo film mi ha riportato alla mente le tante volte in cui in hospice.e non solo,  ho assistito a storie di vita in qualche modo analoghe a questa: un fratello che voleva riportare la sorella morente in ospedale per farle fare una TAC allo scopo di sapere “a che punto era la malattia”, una figlia che negli ultimi due giorni di vita della mamma ha chiamato l’oncologo curante per riprendere la chemioterapia; un malato in cure palliative domiciliari che ad un’ ultima crisi è stato portato al pronto soccorso, intubato e morto in rianimazione. E tante altre.

Si parla molto spesso di accanimento terapeutico da parte della classe medica ma tante volte sono i familiari che non riescono ad arrendersi e che implorano affinché si faccia… ancora qualcosa!

Lo so che tutto questo è umano ma alle volte porta ad atteggiamenti che sfiorano la disumanità. Forse è un problema culturale: i progressi della scienza ci hanno tolto la capacità di accettare la morte come un evento di vita e in un delirio di onnipotenza talvolta non permettiamo ai nostri cari di raggiungere il loro traguardo terrestre con tutta la pace .possibile.

Marinella

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IL LUTTO?

Ieri ho avuto la necessità di mettere in ordine alcune vecchie carte e tra le altre ho ritrovato un appunto dal titolo “ L’elaborazione del lutto (secondo Pirandello)”.  Non so né quando l’ho preso né da dove l’ho copiato ma è un’ottica interessante e la voglio condividere con voi cari e affezionati lettori di piccolabenares.

La mamma di Pirandello morì quando lui era in Germania e quindi lui lo seppe con ritardo

“Quando non lo sapevo, nonostante mia mamma fosse già morta, io la pensavo viva, quindi la morte vera è indipendente da come io penso la persona cara. 

Se è così, io posso ancora continuarla a pensarla viva ed ella vive dentro di me. 

Al contrario, è lei che non può più pensarmi e sono io quello che è morto perché non sono più nei suoi pensieri. 

Quindi il vero lutto è la perdita dell’immagine di noi stessi presso la persona cara. Noi possiamo pensarla, ma non possiamo più essere pensati da lei. E’ come se morissimo noi in quanto non c’è più chi ci pensa”. 

Molto… pirandelliano, vero?

Marinella

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FORMAZIONE

Lo sappiamo tutti che la formazione è indispensabile in ogni attività della vita e che non si finisce mai di formarsi. 

Questa consapevolezza è presente anche nella mente e nel cuore di ogni persona che si dedica al volontariato ed è per questo che, come responsabile dell’Associazione Progetto Città della Vita, cerco sempre di offrire occasioni di formazione ai volontari e anche a me stessa!

E’ così che il 6 Marzo abbiamo avuto un incontro davvero speciale con il Dr. Ignazio Punzi, psicologo e formatore nonché socio fondatore dell’Associazione L’aratro e la Stella. Ma di lui avete già letto su questo blog.

Ignazio non ci ha fatto una “lezione” ma ci ha portato per mano su un sentiero costellato di immagini e citazioni che davano senso, forma, significato al nostro essere volontari. Una sequenza di riflessioni e scoperte che ci hanno permesso di ampliare la visuale sui tanti “punti forti” della nostra vocazione al volontariato. 

Molto efficace il paragone tra il pensiero cartesiano “cogito ergo sum”: cioè dalla dimensione dell’essere in quanto “io singolo” senza relazione, alla dualità che emerge dalla concezione ebraica della Creazione così come   riportata nella Bibbia “in principio era…il due (Bet)”: l’uomo e la donna, la terra e le acque, il giorno e la notte. Da qui il concetto di “relazione” e allora non più “cogito ergo sum”, ma molto meglio “sumus ergo sum”!

E ancora, quali volontari siamo membri, per libera scelta, di una comunità di persone unite da un ideale. Una Communitas (Cum – Munus) che ha due diverse accezioni:il dono che implica gratuità e l’obbligo: scambio di azioni gratuite ma vincolati da un obbligo che si è scelto liberamente, autonomamente. Una comunità non elettiva e quindi aperta e feconda.

Altri flash:

volontario come “idraulico” cioè colui che cura la pulizia dei tubi dove passa l’acqua (la vita);

volontaro come “cane da tartufo”: che non si stanca mai di cercare perché sa che arriverà a scoprire ciò che c’è di prezioso, annusa le potenzialità, la bellezza che ci può essere in ciascuno e la porta alla luce. Il cane scava, gratta e arriva prima del cacciatore;

volontario come “sentinella”: colui che vede per primo il pericolo, la situazione di difficoltà, che è in grado di intercettare le domande mute; guarda da lontano ed è scopritore di bisogni. 

Tantissimi altri sono stati gli spunti captati nelle due intensissime ore che abbiamo trascorso insieme a Ignazio ma non posso non raccontarvi “le 5 lezioni impartite dalle oche” che Ignazio ci ha lasciato come messaggio conclusivo:

  1. Nella formazione a V, ogni oca, agitando le ali, crea una spinta ascensionale per quella che sta dietro ed è stato calcolato che crea un’autonomia di volo maggiore del 70%; 
  1. L’oca che esce dalla formazione (perché c’è sempre qualcuno che non vuole fare quello che fanno gli altri) e si mette a volare da sola, avverte immediatamente la maggior fatica per la maggiore resistenza dell’aria e rientra rapidamente per godere della spinta ascensionale; 
  1. L’oca che guida, quando è stanca, rientra in formazione e cede la leadership ad una compagna; 
  1. Le oche che si trovano in posizione posteriore della formazione, lanciano grida per incoraggiare le compagne che stanno avanti a mantenere la velocità: ognuno ha un proprio compito! 
  1. Se un’oca viene colpita da un cacciatore e sta male, altre due lasciano la formazione e la seguono a terra, nel tentativo di aiutarla, proteggerla e stanno con lei fino a che non si riprende, oppure muore. 

Non è una magnifica lezione di vita? GRAZIE  Ignazio!

Marinella

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IL BOUQUET

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Ho raccontato nel post precedente la mia bella   esperienza con AVAPO di Mestre ma non ho detto che al momento della partenza mi è stato donato un delizioso bouquet di fiori che ancora oggi, a dieci giorni di distanza, illumina il mio ingresso con tutta la sua grazia. Il bouquet è ancora perfetto, nonostante lo strapazzo del viaggio in treno, e qualche giorno fa una mia amica, ammirandolo, mi ha suggerito di metterlo su facebook. Ho dovuto chiedere aiuto ai miei nipoti perché io non sono molto abile con facebook ma il bouquet è apparso e ha ricevuto qualche commeno. Voglio condividere con voi quello di Peggy Dawson, la mia “maestra” di Nurturing Touch alla quale tanto devo per ciò che mi ha trasmesso. Eccolo qui: How beautiful Marinella, and so are you! You truly are His beloved and trusted daughter! All blessings in all your work of Nurturing Touch. I am proud of you!  Quale migliore incoraggiamento per andare ancora avanti nel diffondere questo prezioso strumento di comunicazione e sollievo? Marinella

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