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Archive for marzo 2012

T. e R.

Mi è già capitato altre volte di scrivere su persone assistite in hospice  con le quali avevo stabilito legami affettivi forti ma oggi invece sento l’esigenza di condividere con voi la relazione particolare che si era creata con due familiari.

T. una signora anziana, mia coetanea, originaria di Ceccano e assistita con infinita cura da una figlia bravissima che ha trascurato una famiglia particolarmente bisognosa della sua presenza (una bimba di 9 anni, il marito, il suocero e un cognato disabile) per dedicarsi completamente alla Mamma. Ma T. non voleva accettare la sua fase clinica e se la prendeva con la povera figlia. Lunedì mentre ero in hospice è stato comunicato alla figlia che la fine si approssimava e la poverina  è stata presa da una crisi di disperazione che le impediva quasi di respirare. Un lungo abbraccio, il suo viso appoggiato al mio collo, pelle a pelle, il singhiozzare piano piano si è trasformato in pianto e poi un lungo colloquio con la psicologa e  stretta a me,  l’hanno aiutata a riprendersi. Mi sono sentita mamma per lei in quei momenti e questo ha creato un legame forte e intenso.

R. era un signore nell sessantina, di bell’aspetto e buona posizione socio-economica: una figlia sposata all’estero, un figlio e una moglie che lo hanno assistito amorevolmente nella sua lunga degenza in hospice : 7 mesi! Un tumore al cervello che praticamente lo aveva “allontanato” dai suoi cari sin dal momento della diagnosi, sette mesi e mezzo fa.

Questa lunghissima frequentazione con la moglie , che era là ogni giorno e con la quale nelle tante ore trascorse insieme ho condiviso ogni emozione, pianti e ricordi di un passato così recente e così lontano anni luce dal presente, discorsi superficiali di cibo, di vestiti, del quotidiano nei quali riemergeva tutta la forza e la vitalità di questa donna ancora giovane e bella ma già così provata dalla vita anche per altri lutti precedenti Siamo salite tante volte sulla stessa automobilina di un ottovolante emozionale nel quale rapidamente si risaliva e poi si scendeva giù in picchiata. Quando ci salutavamo era sempre con un abbraccio lunghissimo e strettissimo nel quale passavano tutte le parole che non sapevamo dire, tutta la mia partecipazione al suo dramma e tutto il suo “affidarsi” alle mie braccia che volevano essere consolatorie e protettive.

Stamane alle 08.00 mi ha telefonato ed ho subito capito.  Abbiamo parlato serenamente dell’evento atteso, per questa lunghissima pre-agonia,  e temuto nello stesso tempo. Sono andata subito in hospice  e questa volta l’abbraccio è stato lungo ma “morbido” come se la tensione fosse caduta. Ora è il  momento delle lacrime ma sono fiduciosa che la “Rossella” che è nascosta dentro questa donna che ha tanto sofferto in questi lunghi mesi, risalterà fuori e la aiuterà a riprendere il cammino della vita.

Ma… entrando in hospice ho trovato nell’ingresso la figlia di T. in lacrime. Anche la sua Mamma è mancata ieri sera e G. era lì sola in attesa di suo marito. Anche con lei un abbraccio, questa volta veramente con sentimenti materni, l’ha aiutata a buttare fuori la sua tristezza e tutto il suo dispiacere. E’ stato bello sentirle dire che in hospice aveva trovato una famiglia e che si è sentita tanto aiutata nell’affrontare il suo calvario.

 Basta così poco per far sì che i familiari si sentano appoggiati e sostenuti nel difficile percorso dell’accompagnamento di una persona cara. Questo mi ha fatto tornare in mente la promessa che mi sono fatta la mattina del 21 Agosto 1964 quando è morta mia Mamma “se potrò un giorno farò qualcosa perché almeno qualcuno non viva una vicenda umana così terribile in solitudine”.

Uscendo dall’hospice ho ringraziato Dio che stamane mi ha consentito di essere accanto  a due persone che mi…avevano  preso il cuore.

Marinella

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SULLA…GENTILEZZA

Come sempre approfitto dei lunghi viaggi in treno per leggere le riviste alle quali sono abbonata e che quando arrivano vengono regolarmente messe da parte perché…non ho il tempo di leggerle! Ultimamente ho viaggiato parecchio e ora sono abbastanza “in pari”.

Spesso, leggendo, scopro articoli che trattano temi sui quali mi sono già espressa su questo blog e  mi dico “peccato se l’avessi letto prima forse avrei potuto scrivere  meglio”. Oggi  invece questa mia riflessione sulla “gentilezza” è stata stimolata da un articolo apparso sul n. 4/2011  della Rivista Italiana di Cure Palliative nel quale Piero Ferrucci, psicoterapeuta,  ha interpretato il concetto di gentilezza come il calore dell’affetto, la bellezza della generosità nell’incontro con l’altro, soprattutto se sofferente.

Subito il mio pensiero è corso allo straordinario valore della gentilezza in hospice. Gentilezza non solo verso i malati ma anche tra operatori. Una gentilezza che ha solo poco a che vedere con l’educazione, la cortesia, la diplomazia: tutte qualità peraltro necessarie ed importanti. Io intendo una gentilezza che  esprime dolcezza, umanità, calma, stabilità,  accoglienza, rispetto, attenzione, coerenza: una qualità dell’anima che lascia parlare il cuore. Questa è una gentilezza che fa bene non solo a chi la riceve ma anche a chi la esercita. Fa sentire in pace con se stessi, alleggerisce il peso della vita, attenua i colori scuri dei momenti più difficili, in sostanza procura sollievo.

Ferrucci la definisce una qualità inattuale e  probabilmente è vero ma allora perché non tentare di fare una campagna per… l’educazione alla gentilezza?  Vogliamo provare a cominciare dal nostro ambito familiare e relazionale? Io forse sono fortunata ma conosco tante persone veramente gentili nel cuore e ho fiducia che tutti insieme possiamo gettare dei “semi di gentilezza”. Se ci riusciamo i nostri figli e nipoti vivranno meglio.

Marinella

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Milano, 17 Marzo 2012 – Gli operatori sociosanitari di Casa Vidas incontrano per la prima volta il Nurturing Touch nel corso di una breve e toccante esperienza formativa

Casa Vidas: una luminosa e accogliente dimora dove sono ospitati in forma residenziale gli assistiti di Vidas che necessitano di cure palliative in struttura.

16 OSS, tutte di origine sudamericana “per scelta” in quanto naturalmente e tradizionalmente predisposte a prestare un’assistenza che implica non solo le necessarie competenze tecniche ma anche il coinvolgimento del cuore. Un Direttore Scientifico e una Coordinatrice promotrici di tutte quelle iniziative di formazione che possono contribuire a migliorare la qualità della vita dei malati e anche dei  loro familiari, come del resto è tradizione di VIDAS. Quale ambiente più idoneo per diffondere la cultura del Nurturing Touch?

Un lavoro  molto soddisfacente per me che ho percepito la partecipazione attenta e il coinvolgimento emotivo delle operatrici. Nell’esperienza formativa una particolare attenzione è stata dedicata alla metodica che consente agli operatori di “ripulirsi interiormente” per essere in grado di trasmettere ai pazienti, attraverso le loro mani e nel corso del lavoro quotidiano, la calma, la serenità, la fiducia, il sollievo, che consentono di vivere meglio il tempo della malattia.

Sono fiduciosa che questo breve incontro e la pratica che potranno mettere in atto, stimoleranno le partecipanti ad approfondire la conoscenza del Nurturing Touch, così che possano provare sempre più intensa la gioia che si sente  potendo offrire momenti di sollievo a chi si avvicina al termine della vita.

Marinella

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LA CULTURA DEL SOLLIEVO

Ma che cosa è il sollievo? Secondo un’ indagine fatta in occasione della “Giornata del Sollievo” i malati rispondono così “Sollievo è uno spiraglio di luce che si fa strada in mezzo a tanta sofferenza. Sollievo è voglia di vivere dopo il dolore, è come aprire una porta alla speranza ….” Ma tante e diverse sono le interpretazioni della parola Sollievo.   Nella mia esperienza di volontaria e  non considerando qui il caso del  “sollievo dal dolore fisico ” che è predominante su qualsiasi altra interpretazione, sollievo significa  “non essere lasciato solo in una situazione di fragilità,  non solo del corpo”.

Alla “cultura del sollievo” è stato dedicato il convegno  “Stare Accanto nelle ultime Fasi della Vita” che si è tenuto l’8 Marzo presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Scopo del convegno era riflettere su come adoperarsi per sollevare  il malato dal dolore globale: fisico, psicologico, sociale, spirituale e come condividere con la persona e i  suoi familiari quella sofferenza , che non potrà mai essere del tutto eliminata perché legata alla nostra condizione umana. Ma anche e soprattutto, considerata la sede del convegno, come passare agli studenti in medicina  l’importanza della “cultura del sollievo”.

Nella mia relazione, dedicata ai “Bisogni veri del malato e dei familiari” ho evidenziato l’importanza dell’ascolto empatico che va al di là delle parole, che si effettua con le orecchie, con la mente, con il cuore, con gli occhi e con la volontà di esserci nella relazione che si stabilisce. E poi ancora l’importanza del “contatto” come speciale e  magico strumento di comunicazione che va a toccare le emozioni profonde, che mette in contatto due anime e due cuori.  Un ascolto che accoglie e conforta, che sostiene e condivide, in sostanza che procura e offre sollievo.

Tanti sono stati gli interventi e molteplici i temi trattati in profondità dagli esperti della Scuola di Medicina e dai dirigenti delle istituzioni. La speranza in un domani migliore dove ad esempio i “piani di rientro” tornino ad essere “piani di riqualificazione e rientro”, dove i medici stabiliscano dialoghi aperti e  alleanze terapeutiche con malato e familiari, è stata alimentata dalle testimonianze dei gruppi di studenti dell’Università Cattolica che hanno illustrato le loro esperienze di volontariato. Saranno così i medici di domani? Fino a che c’è speranza c’è vita, come ho  avuto occasione di dire  nel mio intervento, e allora….speriamo!

Se avete voglia di leggerlo, ecco il testo del mio intervento.

Marinella

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Questa volta il Nurturing Touch è “salito” al Nord, fino a Trento. Sono infatti rientrata solo da qualche ora dalla città del “Castello del Buon Consiglio” oggi sede di importanti mostre ed eventi internazionali.

L’idea di tenere un workshop di 12 ore per gli operatori del Centro Diurno per malati di Alzheimer è nata dall’opportunità di offrire nuovi strumenti di comunicazione psicocorporea con i loro assistiti, ad operatori molto stressati e fortemente coinvolti anche dal punto di vista emotivo.

Un gruppo di 12 belle persone, tutto al femminile, che ha beneficiato anche dal punto di vista personale, di tutti i momenti di rilassamento e contatto con se stessi offerti dalla formazione. Il lavoro è stato intenso (spesso le ho viste lavorare ad occhi chiusi) anche per il coinvolgimento emotivo che l’esperienza comporta e, come sempre accade,  non sono mancati momenti di commozione.

Bello sentire, a conclusione del lavoro, cosa si è portato a casa ciascuno dei partecipanti e forte lo scambio di affettività che si è creato all’interno del gruppo e anche con me.

Come di consueto, non ho poi mancato di visitare l’hospice di Trento: piccolino con solo sei stanze, ma molto curato e pervaso da una piacevole e confortante atmosfera familiare.

Ma come mai solo sei stanze e non c’è lista di attesa? Mi hanno spiegato che le famiglie ancora abbastanza numerose e il forte sostegno offerto dai servizi sociosanitari sul territorio, consentono  di prendersi cura del malato al suo domicilio fino al termine del suo percorso terreno.

Molto confortante e molto diverso dalla realtà delle grandi metropoli come Roma!

Marinella

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