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Archive for dicembre 2014

IL PAPA E LA TENEREZZA

Parecchio tempo fa, forse anche più di un anno, ricordo di aver scritto un post “Sulla…tenerezza” perché questo sentimento è sempre molto presente in me e non solo quando sono vicino ad un malato o comunque ad un altro essere umano ma in tantissime altre occasioni della vita.

Mi sono dunque emozionata quando all’inizio dell’estate ho sentito il Papa parlare dell’importanza della tenerezza ma ancor più nei giorni scorsi quando Papa Francesco ha impostato la sua omelia della Messa di Natale sul bisogno di tenerezza!

Il nostro Papa si è soffermato sulla tenerezza di Dio verso l’uomo ma ha poi a lungo insistito sulla “rivoluzione della tenerezza”: la necessità di fronteggiare con bontà, mansuetudine, prossimità, mitezza e tenerezza questo mondo così segnato dalla violenza e intriso dall’odio e dalla sopraffazione.

Questa esortazione risuonava ancora in me oggi quando ho sentito nel corso del telegiornale gli episodi di sopraffazione che sono avvenuti sul traghetto in fiamme da parte di alcuni uomini verso donne, bambini e operatori di salvataggio, al fine di issarsi per primi a bordo degli elicotteri. Che sconforto!

E’ questo il mondo nel quale oggi viviamo e allora quale augurio più bello di quello di iniziare il nuovo anno con seri propositi di bontà, mitezza, solidarietà e…tenerezza?

E’ questo il mio augurio per voi tutti cari e affezionati lettori di questo blog.

Marinella

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E’ NATALE

E si, è proprio Natale un’altra volta: me lo dicono le vetrine addobbate festosamente, le mille luci che rallegrano le strade e il viavai frettoloso dei passanti affaccendati con pacchi e pacchetti.   Ma me lo dicono anche i miei nipoti che contano oramai le ore dalla fine della scuola e che attendono, un po’ preoccupati temendo qualche punizione rispetto alle aspettative, l’apertura dei doni sotto l’albero.

Qui a Roma l’albero di Natale, il presepio e le decorazioni si montano l’8 Dicembre mentre “da noi”: sono piemontese di origine, cresciuta in Toscana e napoletana di nascita, tutta la “scenografia” viene allestita il 24 Dicembre. Ricordo che a casa mia papà si occupava del presepio disponendo due lunghi tavoli ad angolo in sala da pranzo e costruendo un presepio veramente bello e imponente con colline, cascate, laghetti, sentieri di sabbia e tanti bellissimi personaggi. Il “Bambinello” veniva deposto nella culla di paglia solo alla mezzanotte ed ero sempre io, la più piccola, che avevo l’alto onore di portarlo. Quanta composta consapevolezza, intensità e tenerezza in quella piccola e sentita cerimonia!

Mia mamma invece si occupava dell’albero e, se lo montava il 24 pomeriggio in salotto, il lavoro di preparazione iniziava molto prima. Costruiva infatti dei deliziosi contenitori di carte colorate a forma di cuore, con il manico che serviva per appenderli ai rami e li riempiva di speciali biscottini di varie forme da lei preparati con la mia collaborazione. Appendeva tra le decorazioni classiche anche degli animaletti di zucchero e il 6 Gennaio si invitavano i nostri amici bambini e l’albero veniva saccheggiato mangiando tutto ciò che era commestibile.

Sono passati più di 70 anni da allora e tantissime manifestazioni esteriori del Natale sono profondamente cambiate ma la magia dell’Avvento e dell’Evento, se vissuti con consapevolezza, è sempre la stessa e l’emozione che ho provato nell’ascoltare il Vangelo di oggi nella piccola cappella dei frati francescani dove vado a Messa non è stata molto diversa da quella che provavo quando ero bambina.

Buon Natale a tutti voi miei cari lettori di questo blog!

Marinella

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Rileggiamola insieme la parabola del Buon Samaritano, ma rileggiamola dopo, dopo aver fatto nostro il messaggio lanciato dalla bellissima relazione che uno dei presenti, operatore sul campo e per di più un campo fatto di visi di bambini, ci ha lasciato come vita vissuta , in cui ogni giorno inciampa e su cui si sofferma e ci invita a riflettere.

Dio, il medico, il malato. Questi i protagonisti del convegno che, di fronte alle domande che spesso la nostra società ancora si pone rispondono con il peso della loro presenza lungo il percorso della vita.

E’ il Dio dei cristiani, degli islamisti, degli ebrei, chiamato e pregato in maniera differente ma pure Coordinatore Divino degli innumerevoli richiami pietosi e compassionevoli; e oggi di fronte alle richieste, ai lamenti,ai dinieghi, alle false speranze ,alle disperate attese di vita e alle innumerevoli richieste di morte non possiamo non domandarci dove inizia e dove termina il compito del medico, dove inizia e dove termina la richiesta del malato e della sua famiglia.

Eppure i libri parlano. Nessuno ci ha lasciati soli senza risposte. Il Vangelo,il Cur’an, il Sunna (gli atti del Profeta) ci danno una risposta che trova le sue radici nell’essenza stessa delle scritture. “In una mano la Bibbia nell’altra il giornale” ripete il filosofo teologo Karl Barth e dunque la risposta si aggancia al quotidiano non solo ai sacri testi, in altre parole le risposte si adeguano ogni volta alle situazioni, ai momenti storici, ai contesti sociali.

Il dilemma del fine vitae è di ordine ètico,legale, religioso, culturale. Il paziente in fine vitae non è terminale in quanto tutti lo siamo,ma “incurale”; si deve prolungare al massimo la vita? Si deve accellerare la morte? E’ un no deciso quello che risponde sia la posizione ebraica che la cristiana che la islamica di fronte all’eutanasia e al suicidio assistito. Questo aspetto estremo è rifiutato ma tutti sottolineano l’importanza dell’autodeterminazione, l’importanza dunque della volontà del singolo individuo “malato” quando naturalmente egli è in grado di esprimerla.

E a quel punto è importante trovare il giusto equilibrio che consiste nell’evitare l’accanimento terapeutico. Una decisione non facile ma che tutti riconoscono dovrebbe essere il raggiungimento di un traguardo “comunitario”, una decisione collettiva, intendendo per questo il risultato di una somma di volontà a partire da quella del medico, emissario di Dio, che spiega e chiarisce ed è “accanto”, alla volontà dei familiari che partecipano con sofferenza al concludersi di un itinerario di salvezza infine vano, alla volontà stessa del malato che al medico e alla famiglia si affida. Ma la domanda è: quale è la linea sottile tra quello che i medici devono fare come tali e quello che comunque non devono fare?

Nell’ambito della terapia intensiva i limiti da non superare interessano la ragionevolezza del trattamento e l’efficacia clinica. In altre parole la proporzionalità delle cure, il bilancio tra l’appropriatezza della cura in termini di fatica e di sofferenza da affrontare per il paziente e la pesantezza della cura in termini di complicanze della cura, peso economico… e questo non inteso in linea di massima ma applicato a “quel “ paziente. Entra in ballo il forte valore della medicina per il caso singolo, perché nulla è identico a sè stesso in quest’ambito, ogni individuo è una realtà a sè stante come è giusto che sia.

E la malattia, che è di per sé un richiamo rispetto ad uno squilibrio tra armonie tra le sfere dell’essere, torna ad essere, nel suo aspetto salvifico di “cura”, quell’aiuto a ristabilire un ordine,tra spirito anima e corpo, in una piena collaborazione dei tre aspetti umani: fisico, animico e spirituale.

Tra il sospendere una cura e non iniziare proprio un trattamento medico, esiste comunque ed è condiviso il principio di non accellerare la morte: ritorna la forte distinzione tra i tre termini che ritroviamo sulle pagine del Vangelo: bios (vita fisica) psyché (vita psichica) e zoé (la vita donata da Dio). E ricordando che la vita è comunque un dono divino ci si addentra nella lettura della parabola del Buon Samaritano che si racchiude in pochi essenziali valori, validi per tutti noi sotto qualunque cielo: vedere l’altro, cioè accorgersi che ci sia; riconoscere il volto dell’altro, accogliendolo, ospitandolo sentendo una responsabilità personale nei suoi confronti; essere coinvolto e sconvolto dalla realtà che lo devasta; intervenire verso di lui con gesti dettati dalla competenza; e ricordarsi che c’è un Dio che si fida di noi, si affida a noi e ci affida l’altro….

E aggiungiamo a questo punto : accompagnare l’altro nel tempo della morte.

La terapia intensiva, almeno in Italia, non coinvolge mai i familiari del malato morente. Ai familiari sono imposti limiti di tempo ( al massimo 5h se il malato è stazionario), tempo zero se il malato è ormai vicino alla morte. Eppure quanto è importante questo prendere per mano e con le parole con il pensiero la preghiera, semplicemente con il silenzio, far sentire al fratello che sta per andare “oltre”, che non è solo. Di fronte a Dio, qualunque esso sia, qualunque il suo nome , qualunque la direzione della nostra preghiera, il gesto della nostra Fede.Vicino al morente il volontario.

Adele

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MOSCA

E’ difficile parlare di una città di 11 milioni di abitanti dopo una permanenza di soli tre giorni. Se poi si considerano le difficoltà di comunicazione dovute alla scarsa diffusione di altre lingue tra la popolazione, si può capire quanto io mi senta inadeguata a raccontarvi di Mosca. Meglio limitarmi a condividere con voi che mi leggete solo qualche mia impressione e sensazione.

Quando viaggio mi piace vedere ma anche e soprattutto “capire”: questa volta però ho visto molto ma “capito” ben poco. Alle volte basta chiedere un’informazione per la strada per stabilire un contatto umano con l’altro ma qui è stato impossibile, sebbene i miei tentativi siano stati numerosissimi perché le scritte in cirillico risultavano per me incomprensibili. Il viaggio in metro è stato una vera avventura ma almeno ho potuto vedere l’intrico, per me allucinante, della rete metropolitana. E’ vero che la metropolitana di Mosca era la più bella del mondo ma da quando ho visto quella di Napoli penso che abbia perduto questo primato.

La città in se stessa colpisce per l’immensità delle strade, delle piazze, del grande complesso del Cremino con le  possenti mura rosse e tutti i suoi tesori, per le cupole di San Basilio uniche e splendide nelle loro varie forme e colori, per l’intenso traffico automobilistico composto prevalentemente da macchine di grossa cilindrata, per i famosi magazzini GUM che oggi sono un centro commerciale di alto livello, per il lusso dei negozi dove spadroneggiano i vari Armani, Gucci, Fendi, Nespresso, Chanel, Cartier ecc.

Ma se non ci si fa abbagliare da tutto questo sfavillio di luci e di colori – grandiosi i luccicanti addobbi natalizi – si vedono centinaia di spazzini che rincorrono un’unica foglia sollevata dal vento, aree di grigi palazzoni altissimi e ravvicinatissimi dove la luce entra ben poco tra una costruzione e un’altra, ciminiere che fumano nel centro della città, scuri grattacieli che spuntano come funghi a ridosso di eleganti e colorate abitazioni del secolo scorso e di chiese dalle caratteristiche cupole dorate, e il museo dei Gulag dove un’anziana signora che parla un po’ di inglese mi illustra i 478 campi e mi parla dei 28 milioni di deportati.

La mia sensazione è quella di respirare un prima e un dopo” ma che il peso del passato avvolga ancora, al di sopra dell’ atmosfera di grandiosità e di ricchezza, lo spirito di questa città che appare così laboriosa (migliaia i cantieri di nuove costruzioni, lavori stradali e restauri) e organizzata con regole ferree.

Marinella

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