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Archive for maggio 2018

In quest’ultimo inverno ho avuto spesso l’occasione di riflettere sull’’argomento di cui al titolo di questo post: come è più facile aiutare che… lasciarsi aiutare!

Chi ha il  cuore aperto alla solidarietà trova facilissimo e bellissimo aiutare. Infatti aiutare fa stare bene chi riceve l’aiuto e anche chi aiuta. Fa sentire di essere inseriti nella società umana, fa gioire nello sperimentare la dimensione del “dono”, consente di mettere alla sera la testa sul cuscino in pace con sé stessi.

Non è necessario fare grandi cose: basta – non solo all’ esterno ma  anche in ambito familiare – essere disponibili ad accogliere, condividere, sostenere, accompagnare chi in quel momento ha bisogno di sostegno, materiale o morale che sia.

Quanto è più difficile invece “lasciarsi aiutare”. Molti di noi hanno speriimentato la situazione in cui un genitore o anche due, molto anziani e con salute precaria, rifiutano la presenza in casa di una persona che possa dare un aiuto.

Io stessa ho vissuto una situazione del genere con mio papà che, pur fragilissimo, ha rifiutato anche la sola presenza di  una dama di compagnia, fino all’ultimo istante. E poi è caduto di notte, si è rotto il femore ed è morto durante l’intervento chirurgico. Sono stati anni di tentativi di persuasione alternati a litigi, e di mia enorme preoccupazione ma non c’è stato nulla da fare!

Oggi la mia vista sempre più precaria mi porta spesso a pensare che prima o poi dovrò probabilmente accettare la presenza di un aiuto e solo al pensiero mi…sento male! Ecco, oggi capisco tutte le resistenze di mio padre e, proprio per questo, sto facendo un lavoro su me stessa per prepararmi ad arrendermi quando sarà il momento. Ne sarò capace? Non lo so ma ce la sto mettendo tutta e spero di riuscirci, accettando man mano i cambiamenti.

Marinella

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UNA BUONA FORMAZIONE

Che una Buona Formazione, di base e permanente, sia conditio sine qua non affinché i professionisti della salute possano offrire una Buona Cura ai loro pazienti, credo sia cosa sulla quale sono tutti d’accordo.

Al giorno d’oggi, tempo in cui le conquiste scientifiche hanno condizionato enormemente la professionalità dei sanitari, è ancora più importante che si dia forma ad una formazione a 360° per impedire che il malato sia un oggetto anziché un soggetto di cura.

E’ proprio in quest’ ottica di “umanizzazione della cura” che la Carithas di Bolzano e la Casa di Riposo Firmian hanno voluto offrire un workshop di Nurturing Touch  a figure professionali e volontari operanti sia nella struttura per anziani che in hospice. Si è trattato di un corso ECM che ha destato molto interesse e che ha portato il numero dei partecipanti a 20. Davvero tanti numericamente e gruppo molto composito organicamente.

Lo scambio di esperienze ed esigenze professionali diverse  ha arricchito il lavoro svolo sia durante le esercitazioni pratiche che nella condivisione finale e le partecipanti – tutte appartenenti al gentil sesso – hanno dato il massimo dell’attenzione senza “cedere” neanche per un attimo. E’ stata una giornata intensa e faticosa, conclusasi con molta soddisfazione ed entusiasmo da parte di tutti.

Brave ragazze, il vostro impegno è stato la migliore ricompensa per me. Ieri sera sono tornata a Roma portandomi nel cuore la gioia per avervi trasmesso la consapevolezza del valore delle vostre mani, e di tutto ciò che possono comunicare. Vi abbraccio tutte.

Marinella

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LA MORTE IN STRADA

Stamane sono uscita molto presto per andare in farmacia: mi mancava una medicina necessaria. Sotto i portici di Piazza Vittorio era steso un drappo bianco su un cadavere e la zona era transennata. Intorno, polizia e carabinieri.

Mi sono subito chiesta se si trattasse di un barbone o di una persona che era stata uccisa da un malvivente: cosa che purtroppo fa parte della cronaca quotidiana.

Nella farmacia a pochi passi di distanza, ho sentito che era morta la “barbona storica” della piazza. Da 16 anni abito all’Esquilino e l’ho sempre vista e soprattutto…sentita: forse anziana ma decisamente non vecchia, sempre intenta a cucire o a fare l’uncinetto, ogni tanto emetteva urla spaventose senza alcun motivo. Mi avevano detto che era figlia di un medico, sarta abbastanza famosa e poi, in seguito a un trauma emotivo, era uscita di senno. Non dava fastidio a nessuno ma tutti ne stavano alla larga. Istintivamente ho detto subito una preghiera per lei ed ho pensato, con un senso di sollievo,  che finalmente aveva trovato la pace e si era chiusa la sua vita disperata.

E’ così che il pensiero della morte stamane mi è rimasto appiccicato addosso e sono riandata con la mente ad un recente incontro di programmazione per il nostro gruppo di amici che si riuniscono una volta al mese per parlare,  serenamente e liberamente, sul tema della “nostra morte”.

Per la prossima stagione dopo la pausa estiva, ci piacerebbe confrontarci – anziché sulla tematica  della nostra Morte nel futuro – su quello della “Morte” nel nostro passato. Legandola alle risonanze che ci ha procurato nel corso della nostra vita, possiamo forse anche  risalire all’ imprining che abbiamo ricevuto in merito al nostro rapporto con la morte. Ricordo il mio primo incontro con la morte  avvenuto  quando avevo 9 anni (vedi post 5/12/17). Tutto era molto naturale e tranquillo; credo che questo sia stato determinante nella mia vita.

Insomma, in sostanza, ci piacerebbe  fare una “virata ad U “  riferendoci non più al tema della  nostra morte nel futuro ma a a quello della  “Morte” nel nostro passato.

E’ un po’una sfida perché potrebbe essere doloroso risvegliare ricordi ed emozioni legati ad eventi luttuosi del passato ora attenuati dal tempo, ma è anche interessante e stimolante accettarla. Che ne pensate voi miei cari e affezionati lettori?

Marinella

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