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Archive for marzo 2013

Il Volontariato tra ospedale e territorio: un bel tema per esplorare i mutamenti avvenuti e da prevedere per quella grande forza che è il volontariato in sanità.

 E stata l’AVO (Associazione Volontari ospedalieri) Regionale Lazio ad organizzare qualche giorno fa un incontro operativo per mettere a confronto l’esperienza dei volontari sul territorio, le istituzioni regionali e i responsabili delle politiche aziendali per una valutazione  dei mutati bisogni della cittadinanza a seguito della “aziendalizzazione” degli ospedali e conseguente drastica riduzione dei tempi di ricovero ospedaliero. 

Dall’insieme delle relazioni è risultato evidente che, al di là dell’enorme e prezioso  lavoro di umanizzazione che i volontari compiono sia nel sociale che nel sanitario, oggi al volontariato si richiede ancora un passo in più.

E’ necessario aumentare il livello di competenza delle associazioni di volontariato, la capacità di comunicazione, la presenza in una rete  e in un punto di aggregazione (PUV= punto unico volontariato)che consenta sia alle istituzioni di conoscere esattamente le realtà operative sul territorio, sia alle associazioni di relazionarsi facilmente tra di loro e con le istituzioni stesse.  Questi attualmente sono punti di forza facilmente realizzabili nei piccoli centri ma che diventano percorsi tortuosi nelle grandi città. Ma se questo significa che è necessario un cambiamento bisogna anche salvaguardare quella che è la spinta motivazionale dei volontari e far sì che il volontariato mantenga la “purezza dell’intenzione” che lo connota e ne fa un bene imperdibile.

Cambiamento quindi che abbia un’ottica allargata ma che parta dal basso, che eviti inutili resistenze, che sia graduale e correlato ai mutati bisogni emergenti, che esca dalla protezione della struttura ospedaliera e si espanda sul territorio, che  consenta al volontariato di avere anche la funzione di “scopritore di bisogni” in modo da indirizzare nella maniera giusta le scelte delle istituzioni. 

Un grande e importante compito al quale non ci si deve sottrarre ma che richiede molta energia, molto coraggio, molta determinazione e, come sempre, quell’umiltà che ne farà una testimonianza stimata e preziosa. 

Marinella

 

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ROMA: UNA STORIA

Giovedì 14 marzo, mentre torno a casa dall’hospice squilla il cellulare. Solita ricerca affannosa nella borsa, ma riesco a rispondere in tempo: Pronto, parlo con Marinella Cellai? “Sì, sono io” rispondo. Sono Guido e noi ci conosciamo, ma forse lei non si ricorda di me. “Dove ci siamo conosciuti ?” domando incuriosita. A Ferrara. “Certo a Ferrara, come stai?” rispondo subito con entusiasmo, perché immediatamente mi ricollego all’hospice ADO di Ferrara dove sono andata tante volte con Peggy Dawson per tenere corsi di Nurturing Touch.
Immagino di parlare con un medico o un infermiere. Già ci davamo del “tu”. Senti ma tu ti ricordi che insieme a Peggy avete massaggiato un ragazzo morente e tu facevi la traduzione? Tutto d’un colpo rivedo quella stanza sul giardino a piano terra, quel ragazzo ridotto a uno scheletro vestito solo della pelle e la mia posizione alla sinistra del letto. “Certo che ricordo, come potrei dimenticare?”, aggiungo immediatamente. Quel ragazzo sono io! Mi appoggio al muro del palazzo che stavo costeggiando con la pelle d’oca e un brivido mi scorre nella schiena. “Ma che cosa dici, come è successo?” chiedo con la voce che trema per l’emozione e la vista appannata. Beh, non era la mia ora! Senti, venerdì vengo a Roma perché sono stato invitato a partecipare alla trasmissione Tempo Reale di RAI-3 per raccontare la mia storia. Cerchiamo di vederci. “D’accordo, chiamami quando ti sei sistemato, così ci organizziamo”

La telefonata è conclusa e io non mi capacito di quello che le mie orecchie hanno udito e anche del fatto che Guido, dopo quattro anni, si sia ricordato di me e mi abbia cercato.

L’indomani un paio di telefonate per accordarci, e Guido viene a cena da me dove trova anche un paio di miei amici. Nel frattempo ho visto la trasmissione, tra l’altro condotta da Giovanni Anversa che è un mio buon amico da tanti anni (il mondo è davvero piccolo!), e sono rimasta colpita dalla domanda finale di Giovanni “Cosa vorresti fare della tua vita adesso?”
La risposta di Guido è stata “Vorrei essere per tanti altri quella persona che io avrei desiderato di incontrare quando stavo tanto male”! Cioè quella persona che poteva dimostrarmi che è possibile farcela anche al di là di ogni logica e di ogni aspettativa e che bisogna sempre mantenere viva la speranza.

L’incontro con Guido, uno splendido ragazzone alto 1.90 oggi 34enne, è stato gioioso, emozionante e commovente. Ci ha raccontato del suo ritorno alla vita e al lavoro, di ciò che la malattia ha significato per lui: il cambiamento nell’ordine dei valori e le diverse prospettive. Lui non finiva più di parlare e noi di interrogarlo: una serata memorabile e al momento del commiato non finivamo più di… ricominciare a parlare.

Prima di lasciarci definitivamente gli ho chiesto come avesse fatto a ricordarsi di me. Mi ha detto che un infermiere aveva letto il post che avevo scritto su questo blog una volta tornata a Roma, l’aveva stampato e glielo aveva portato. La sua mamma lo conserva ancora nel portafoglio! Se volete, andate a leggerlo. Si intitola Ferrara: una storia ed è del maggio 2009.

Marinella

guido

Eccoci a casa mia, con Guido in mezzo a noi.

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SUL…PERDONO

Uno dei miei pallini nel servizio di volontariato che svolgo è stato sempre quello di fare il possibile affinché la persona morente ed i suoi familiari non sprechino il “tempo del morire”: un tempo denso di significato e di opportunità ultime.

In questo periodo a causa di varie difficoltà agli occhi ho potuto leggere ben poco ed ora mi ritrovo con libri e riviste accumulati ma, grazie a un potente raffreddore che mi ha bloccata in casa e ad un miglioramento della mia capacità visiva, in questi giorni ho potuto riprendere contatto con la lettura. E’ così che ieri ho lacerato la plastica che rivestiva la Ricp N. 4(Rivista Italiana di Cure Palliative) e, scorrendo il sommario mi è cascato subito l’occhio sul primo articolo segnalato “Il perdono a fine vita è importante per i familiari e il loro stato depressivo”.
Alcuni palliativisti hanno fatto in Ohio uno studio sull’argomento basandolo su un apposito questionario e i risultati hanno confermato la validità dell’intuizione.

La mia personale esperienza nel campo e…sul campo mi fa tuttavia pensare che gli effetti del perdonarsi a vicenda prima che sia troppo tardi, siano molto più ampi ed importanti. La capacità di guardarsi negli occhi consapevoli che non ci saranno altre occasioni per sciogliere i tanti nodi che si formano durante la vita relazionale e affettiva con le persone care, di superare le barriere dell’orgoglio e del rancore per riuscire a perdonare e a chiedere perdono, porta a un senso di pace interiore che facilita l’allontanamento dalla vita terrena del morente e fa sì che il familiare non si porti, nel difficile percorso dell’elaborazione del lutto, anche il senso di colpa per aver lasciato…parole non dette.

Tutto questo l’ho vissuto nei miei lutti familiari e so quanto sia importante e come cambi la “qualità della morte” e anche l’accettazione della morte, ma come è difficile trasferire questa esperienza alle unità sofferenti che si trovano a vivere una situazione di fine vita! La possibilità della morte prossima di un congiunto, nonostante talvolta l’evidenza sia palese, di solito non viene neanche presa in considerazione, non se ne vuole sentir parlare, non deve accadere. E allora si preferisce continuare a negare, a fingere con se stessi e con il morente, e così si perde quest’ultima importante occasione di pronunciare parole che cambiano il “senso” di una vita come amore, ringraziamento, gratitudine, perdono!

Ritengo che il problema di base sia culturale, che sia il tabù della morte che condiziona i comportamenti dei più e, pur consapevole che il tempo che ho davanti non è molto, continuerò nel mio piccolo a battermi per contribuire ad abbattere questo tabù e a far sì che ci si possa perdonare più facilmente e soprattutto, prima che sia troppo tardi!

Marinella

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Di un week-end intensivo di Nurturing Touch a Roma se ne è parlato di recente nei commenti di questo blog ma vorrei dirne qualcosa di più, soprattutto in merito a “Sentieri di Cura”: un percorso formativo ideato dalla psicologa Silvana Bencivenga che dà valore centrale al Nurturing Touch.

“Sentieri di Cura” è destinato alla formazione di operatori che lavorano prevalentemente in case di riposo per anziani ed in hospice ed è nato dopo un’intensa sperimentazione, sostenuta nella sua applicabilità da un lungo lavoro di ricerca sul campo, effettuata sia presso gli Istituti ISRAA di Treviso che in molte altre strutture residenziali del Nord Italia.

Il successo di questo modello formativo è stato tale che la docenza, fin qui affidata unicamente a Silvana Bencivenga, deve ora necessariamente essere estesa ad altre figure professionali. Ecco quindi che Silvana ha portato a Roma due sue ottime collaboratrici: una psicologa e una fisioterapista per un approfondimento ulteriore ed una “lucidatina” finale!

Ero certa dell’ottima scelta di Silvana ma sono rimasta piacevolmente sorpresa per la sensibilità e la percettività emozionale di Daniela e Laura. Il Nurturing Touch non è infatti semplicemente una tecnica e per poterne far comprendere agli operatori le tante valenze è necessario averne sperimentato l’intensità comunicativa.
“Promosse” quindi le due brave nuove formatrici e per me la gioia e la soddisfazione di vedere che alcuni dei tanti semi gettati al tempo dei numerosi seminari trevigiani hanno germogliato e le nuove piantine crescono rigogliose.

Se per Silvana questo è il tempo dell’ampliamento, per me è quello della continuità che dà senso alla mia attività di volontariato anche nel campo del Nurturing Touch.
Auguri a Daniela e Laura e buon lavoro a Silvana!

Marinella

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La settimana scorsa ho avuto la possibilità e il piacere di organizzare un incontro tra gli Amici dell’hospice San Carlo di Potenza e due hospice romani:
La settimana scorsa ho avuto la possibilità e il piacere di organizzare un incontro tra gli Amici dell’hospice San Carlo di Potenza e due hospice romani: Antea e S. Antonio da Padova.
Nelle due recenti esperienze formative potentine ero rimasta colpita dall’utilizzo della clownterapia in hospice e mi era sembrato importante diffonderne la conoscenza. Ecco perché ho chiesto alla Vice Presidente dell’Associazione di scrivermi una breve presentazione della metodica e perché la pubblico su questo blog. Vi assicuro che vale la pena di leggerla e forse vi verrà anche la curiosità di approfondirne la conoscenza. Buona lettura! Marinella

E’ questa la nuova sfida della cosiddetta clownterapia, una disciplina che viene da molto lontano e ancora quasi per nulla conosciuta nei suoi fondamenti basilari.
A lanciare la sfida l’associazione Onlus “Amici dell’hospice San Carlo” di Potenza, che dal 2008 ha sposato il famoso slogan della Saunders, “Più Vita ai giorni”, introducendo nell’hospice del nosocomio potentino attività di terapia occupazionale, terapia del sorriso e, appunto, clownterapia.
Il Clown, al contrario di ciò che comunemente si crede, è una figura completamente spogliata di ogni suo ruolo o maschera, di ogni struttura o difesa, di ogni giudizio. E’ colui che per primo vive la fragilità e il disagio, ma riesce a farne risorsa emozionale. Ecco perché il paziente, denudato dal suo disagio, riesce ad abbattere il muro della solitudine creato dalla malattia proprio grazie a tale figura, nella quale si riconosce, ritrovando un fedele compagno di viaggio col quale riscoprire le proprie emozioni di vita, attraverso il quale comunicare con il suo contesto e vivere il senso di un passaggio verso la luce.
I suoi principali strumenti: lo stupore, la libertà, la poesia, il sorriso e la magia.
E’ così che il Clown incontra l’hospice e diventa specchio emozionale, strumento di riconnessione con il mondo relazionale del paziente, attraverso il quale recuperare una dimensione nel passaggio, contattare e vivere a pieno l’emozione della sofferenza, della paura, dell’angoscia e traghettarla verso un’emozione positiva di Vita!
Il Clown in Hospice mette in gioco tutto il suo mondo emozionale e si spinge fino alla liminarità, al confine che separa la vita dalla morte, occupandosi non solo del malato, ma dell’intera “unità sofferente”, dove paziente è qualsiasi persona che intorno a quel letto vive sofferenza e angoscia, occupandosi persino degli operatori atti a lavorare ogni giorno su un confine che spesso rappresenta paura e impotenza, occupandosi di un’intera comunità, quella che noi definiamo la comunità che cura la comunità!

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