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Archive for Mag 2014

A questo tema così delicato e forte è stato dedicato quest’anno il Convegno Interregionale Lazio Abruzzo Molise della SICP che si è tenuto il 20 Maggio nella bella e antica sede della Fondazione Arts Academy di Roma.

La sedazione palliativa è una grande risorsa per il paziente ma la sua indicazione è sempre una decisione che
richiede grande riflessione e specifiche competenze e che prevede un percorso valutativo atto a verificarne l’appropriatezza. L’attivazione deve essere preceduta da un processo che si svolge in tre fasi: preparazione, discussione, decisione.

Ma per noi non “addetti ai lavori” è importante capire che cosa si intende per sedazione palliativa e come si differenzia dall’eutanasia.

Ecco dunque la definizione che mi sono annotata “la sedazione palliativa è eticamente un atto di cura che comporta la riduzione della coscienza allo scopo di eliminare un sintomo intollerabile e refrattario, cioè non controllabile in modo adeguato con un trattamento che non comprometta lo stato di coscienza”.
Con la sedazione palliativa la morte avviene naturalmente e non è procurata e questa è la differenza con l’eutanasia.

Gli interventi degli psicologi, dei giuristi e dei bioetici hanno dato valore centrale alla modalità di informazione che deve essere fornita al paziente ove possibile, e ai suoi familiari. Un processo comunicativo che deve tener conto anche della sofferenza esistenziale del morente e di quella emozionale dei suoi familiari. Un percorso preparatorio che non può essere compiuto in fretta e nel corso di un solo colloquio, che deve fornire informazioni chiare, precise ed esaustive sia sulla prognosi che sull’atto medico che si prospetta, tenendo anche presente che, a seconda delle necessità, si possono attuare vari livelli di sedazione: leggera, media, temporanea e profonda. Ci vuole tempo e gradualità per accompagnare l’unità sofferente in un processo decisionale consapevole che possa portare tutti i membri che la compongono a sentirsi in pace l’uno con l’altro. Le decisioni anticipate, se disponibili, favoriscono questo processo e consentono di arrivare al ”passaggio” dolcemente.

La purezza dell’intenzione: quella di procurare sollievo da una sofferenza incoercibile, la specifica competenza dell’équipe di cure palliative che attua un continuo monitoraggio sulla somministrazione dei farmaci al fine di ottenere i risultati desiderati, la presenza, l’accoglienza, il sostegno, l’accompagnamento che vengono offerti all’unità sofferente, fanno sì che la “signora vestita di bianco” si presenti alla porta… bussando con dolcezza!

Tuttavia è doveroso concludere riportando quanto è stato più volte ribadito nel corso degli interventi: questo è un ambito che necessita ancora di molta riflessione e come ha detto Giovanni Zaninetta in una frase riportata da Adriana Turriziani nella sua lettura magistrale in apertura del convegno “nelle cure palliative non esistono paradigmi granitici ma solo raccomandazioni”.

Marinella

P.S. Giovanni Zaninetta e Adriana Turriziani sono i due ultimi past President della Società Italiana di Cure Palliative, SICP

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Quando ci si appresta a tenere la seconda edizione dello stesso workshop si potrebbe pensare che sarà la copia conforme del precedente. E invece no, non è mai così perché i discenti sono diversi e anche il o la docente sono diversi in quanto cresciuti o comunque cambiati rispetto all’edizione precedente grazie alle esperienze vissute nel frattempo.

E’ così che quando il 16 Maggio nell’aula didattica di Villa Speranza si è tenuta una seconda edizione del workshop di Nurturing Touch previsto nell’ambito del Master in cure palliative dell’Università Cattolica , quasi nulla era come la volta precedente.

Il cielo era grigio diversamente da quello dell’11 Aprile che era terso e splendente di luce, le sedie erano già disposte per la prima presa di…contatto e, dulcis in fundo, era presente il responsabile del volontariato di Villa Speranza che avrebbe ripreso in video i momenti più salienti del workshop! E ancora, ero diversa io in quanto avevo maturato la bellissima esperienza del laboratorio tenuto in Toscana la settimana precedente e avevo incontrato tanti nuovi ricoverati in hospice , ed infine erano tutti nuovi i discenti.

Tutti dunque eravamo curiosi di scoprirci anche se le aspettative di ognuno erano ancora celate e forse neanche ancora esplorate, come poi è apparso nella condivisione finale.

Un lavoro intenso e come sempre sorprendente per chi non aveva mai sperimentato prima la magia del tocco e le emozioni che questo provoca sia in chi lo offre che in chi lo riceve. Un crescendo di interesse e di coinvolgimento emotivo, di dono e di abbandono, la gioia del dare e quella del ricevere. La sensibilità dei discenti era tale che mi sentivo quasi trascinata nelle loro esperienze e l’energia positiva che permeava la stanza era quasi palpabile.

Come sempre una… giornata particolare che ognuno ha condiviso con il gruppo nella sua unicità di essere unico e irripetibile.

Per la prossima settimana mi sto già preparando ad una seconda edizione a Pergine Valsugana e anche lì so già che sarà un’esperienza nuova e diversa…come sempre!

Marinella

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ISOLA VERDE: IL NURTURING TOUCH IN TOSCANA

Ma che cosa c’entra “isola verde” con il Nurturing Touch vi domanderete voi che mi leggete? C’entra eccome perché Isola Verde è il nome dell’agriturismo immerso in un mare di vigneti ondeggianti in un dolce degradare tra una collina e l’altra dove si è svolto un intensivo di due giorni di Nurturing Touch.

Il workshop è stato organizzato da un gruppo di coordinatrici della ASL di Empoli e devo dire che la scelta del luogo ha contribuito non poco a impreziosire il tempo dedicato al lavoro.

Sono sempre contenta di tornare in Toscana, mia terra di adozione sia per i 10 anni trascorsi a Viareggio da bambina che per matrimonio e la dolcezza del paesaggio insieme alla quiete del luogo hanno fatto riemergere emozioni sopite che, intrecciandosi con quelle delle partecipanti durante la pratica, hanno generato un clima di straordinaria energia ed intensità.

E’ stato immediatamente facile entrare in sintonia con le discenti, già molto avanti in un percorso formativo variato e ricco di contenuti, e l’apertura della mente e del cuore di tutte noi ha fatto sì che il vero significato di questa “filosofia di massaggio” apparisse subito chiaro anche alle neofite. Non sono mancati i omenti emotivamente forti che hanno permesso di sciogliere qualche “nodo”, di conoscerci meglio e di ascoltare i nostri bisogni sottili. Io mi metto nel gruppo perché le emozioni degli altri mi toccano sempre profondamente e anche durante la pratica guidata dei vari esercizi sentivo di partecipare a quello scambio emotivo che si crea tra chi offre e chi riceve.

Alla fine del percorso avremmo voluto tutti continuare e approfondire ulteriormente i tanti aspetti del sollievo che il Nurturing Touch offre a chi si trova i situazione di fragilità e la condivisione finale ha portato alla luce quanto ogni partecipante ne abbia identificato i valori non solo rapportati all’attività lavorativa ma anche come fonte di cambiamento interiore.

Grazie ragazze, ieri sera mentre in treno mi trovavo sulla via del ritorno a casa, ho pensato al tempo trascorso insieme come un….inno alla gioia!

Marinella

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NAGARKIRTAN

Domenica scorsa mi sono trovata nel bel mezzo del Nagarkirtan un corteo religioso che,portando il messaggio di Dio a tutti i partecipanti, celebra il giorno in cui nel 1699 il decimo Guru istituì la comunità dei Sikh.

Una festa di grande significato nella sua simbologia: i colori (arancione simbolo del coraggio di fronte alla morte, il blu che rappresenta la grandezza d’animo della persona, il bianco simbolo dell’altruismo e del pacifismo), i suoni con gli strumenti tipici della loro cultura e le tradizioni, come quella di offrire bevande e cibo (noccioline, mandorle, anacardi, uva passa, ecc.) a tutti indistintamente senza differenza di razza o religione perché siamo tutti figli di un unico Dio.

Negli anni passati avevo già visto sfilare questo fantasmagorico e rumoroso corteo dai balconcini del mio appartamento al 6° piano, ma è stato ben diverso trovarmi casualmente in mezzo a quel tripudio festante: mi ha dato modo tra l’altro di capirne il significato e di conoscere tutti i segreti relativi all’uso del turbante e alla sacralità dei capelli, che esprimono un legame tra mente, corpo e spirito.

Ma la scoperta più interessante è stata quella di apprendere quanto questo popolo sia dedito al volontariato. I Guru hanno sempre incoraggiato i fedeli a eseguire volontariato nella vita di tutti i giorni. I volontari si chiamano sewadar e i loro principi fondamentali sono: assenza del desiderio di ricompensa, sincerità, purezza di intenzioni, spontaneità, abnegazione totale e umiltà; qualunque sia il sevizio offerto va sempre fatto con amore e passione.

Ma che bello, sotto questo aspetto sento una totale armonia con il popolo dei Sikh!

Marinella

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Ma è ovvio viene subito da pensare: per “fare volontariato” bisogna per forza essere volontari. Ebbene non è proprio così automatica la cosa!

Molte persone si sentono gratificate e appagate se dedicano qualche ora del loro tempo a fare qualcosa per qualcun altro. Questo è già di per sé molto bello ma lo diventa ancora di più se quel “fare” implica una presenza vera un impegno del cuore e della mente che trasformano il “fare volontariato” in essere volontari.

Quando leggo le schede di iscrizione alla nostra Associazione là dove è scritto “motivazione al volontariato” vedo quasi sempre risposte che implicano il significato del “fare” ed allora, sin dal primo momento mi sforzo di far vedere…oltre, di far intuire la profondità e le infinite possibilità che si celano dietro i semplici gesti del volontariato.

Ancora oggi, dopo tanti anni di esperienza e di esperienze, scopro nuove sfumature, nuove emozioni, nuovi sentimenti che mi fanno percepire in modo sempre più sottile tutta la ricchezza dell’amore/agape cioè di quell’amore che non si aspetta nulla in cambio. Ecco cosa significa essere volontari e considerare il fare solo come un mezzo per essere.

Marinella

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