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Archive for Mag 2010

Quest’anno per la nona edizione della Giornata Nazionale del Sollievo io…non c’ero! Ero infatti impegnata per la Prima Comunione dei miei nipotini Marco e Paolo ,alla quale non potevo certo mancare.

Ho saputo però, appena rientrata a casa, che come sempre la manifestazione che si è tenuta all’Ospedale Gemelli di Roma ha avuto un grande successo. Successo caratterizzato da intensa condivisione di emozioni tra “curanti e curati”, tra autorità, testimonial e pazienti, che si sono confrontati sul piano umano  senza veli di protezione.

Sono comunque riuscita a dare un piccolo contributo anche io partecipando venerdì mattina alla trasmissione Unomattina insieme al Prof. Cellini e alla “squadra” del Gemelli che rappresenta la “rete del sollievo”.

La mia esperienza accanto ai malati mi ha fatto capire molto bene cosa significa “sollievo” per una persona sofferente  e avrei voluto poterlo testimoniare durante la trasmissione ma limiti di tempo strettisssimi mi hanno permesso solo di poter accennare al contributo al sollievo dato dalla Fondazione Nazionale Gigi Ghirotti attraverso il numero verde oncologico 800 30 15 10. Sono stata poi contenta di sentire che venerdì il “numero del sollievo” ha ricevuto una valanga di telefonate!

Credo che la “cultura del sollievo” meriti la massima considerazione e diffusione e mi auguro che tutti gli operatori sanitari prendano coscienza di questa importante conponente nel “prendersi cura” dei pazienti loro affidati.

Marinella

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La nostra Associazione Progetto Città della Vita, ha un nuovo Presidente. Il Prof. Mario Barduagni , figlio di Aldo, nostro amatissimo Presidente per 14 anni, è stato eletto il 18 Maggio u.s. nel segno della continuità.

La purezza dell’intenzione della nostra Associazione,, la trasparenza della gestione e la dedizione dei volontari sono le caratteristiche che hanno connotato i nostri primi 14 anni. Per il futuro vogliamo mantenere alti questi valori e preferiamo restare liberi da vincoli che se da un lato potrebbero darci forza e visibilità, dall’altro potrebbero impedirci di continuare ad operare con il nostro stile di gratuità assoluta, intervento immediato e grande elasticità.

Auguri Presidente e grazie per aver accettato di guidare questa  piccola ma straordinaria “banda”!

Marinella

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A PROPOSITO DI…

Saper Accompagnare. Ogni giorno di più mi rendo conto di quanto ogni “Accompagnamento” sia un’esperienza unica ed irripetibile:  stimolo per ulteriori riflessioni, fonte di  emozioni ogni volta diverse.

Ho anche sperimentato quanto sia diverso l’accompagnamento di una persona conosciuta, e spesso  anche amata,  nel periodo di malattia  da quello di una persona che appartiene al nostro mondo affettivo personale. E’ stata l’osservazione di una volontaria che portavo in tirocinio in hospice qualche tempo fa che mi ha fatto riflettere su questa diversità.

La volontaria ha osservato che nell’accostare i pazienti in hospice e i loro familiari, per quanto io fossi accogliente, affettuosa e partecipe, lei percepiva un “leggerissimo velo” tra me e loro. Osservazione giustissima perché si tratta del mio “velo di protezione” che mi impedisce di essere travolta dall’immensità di tanta sofferenza e mi salva dal burn-out

Recentemente ho accompagnato un amico carissimo sin dai tempi dell’asilo delle nostre figlie: un amico con il quale abbiamo condiviso ogni avvenimento lieto o triste delle nostre vite per circa 40 anni. La sua  lunga e molto dolorosa malattia è stata vissuta in comunione dalle nostre famiglie e negli ultimi giorni ho potuto “esserci” per lui e per i suoi cari Ecco come mi sono accorta che il mio velo protettivo si era dissolto, che la pietas e la tenerezza per quel corpo così provato avevano un’intensità difficile da controllare. Nel contempo però ero anche consapevole che la pratica dell’accompagnamento del morente secondo la modalità del Nurturing Touch, mi permetteva di “esserci totalmente” attraverso il contatto e di sostenere i familiari nella presenza e nella vicinanza.

La cosa strana però è che quando sono tornata per la prima volta in hospice mi sentivo diversa, senza velo, emotivamente più fragile e meno disponibile ad accettare l’evento morte.  Sensazioni ed emozioni che si sono poi affievolite ed ora penso di essere nuovamente una….buona e stabile volontaria.

Marinella

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“Gli occhi di un malato che sta morendo sono gli specchi più tersi che abbia mai incontrato”

Questo è l’incipit di un libro di cui voglio parlarvi, un libro che molto probabilmente chi frequenta questo blog conosce già…ma voglio parlarvene lo stesso, perché l’onda di partecipazione intensa che mi ha trasmesso è di quelle che non se ne stanno ferme dentro, generano un moto che cerca a sua volta espressione all’esterno…

“Saper accompagnare” è un piccolo ma “forte” libro che nasce dall’esperienza di Frank Ostaseski fondatore e direttore dello Zen Hospice Project di San Francisco..è un libro che guida il lettore attraverso un’esperienza intensa, cercando di trasferire i passaggi fondamentali dei vissuti di chi accompagna, per scelta o per necessità, alla morte. Un libro che ci insegna a rovesciare la consueta prospettiva che tende a tagliar via la morte dalla vita e ci indica la via per una comprensione profonda, amorevole, non intellettuale ma esperienziale, della verità pura e sacra che rivela come nell’inizio di ogni cosa sia compresa la sua fine, e che morire, in quanto “atto sacro”, “insieme luogo e processo”, “è un’opportunità per scoprire ciò che è nascosto”.

Ci insegna che accostarsi con consapevolezza e com-passione a un morente, imparare a “restare presenti nel territorio del mistero e delle domande senza risposta”, consente di entrare in contatto con zone profonde e sacre del proprio essere e avvertire quella “nostalgia di qualcosa di più grande della (mia) vita, ma che al tempo stesso la contiene”, per me radice profonda e vera della mia scelta di essere volontario.
Ci ricorda poi che “una guarigione è sempre possibile, anche se la malattia è incurabile”, quando per “guarigione” si intenda “risanamento” e quindi “scoperta di una completezza originaria”.

E’ un piccolo manuale, anche, una vera miniera da ruminare, più che leggere, masticare lentamente fino ad assorbimento, andando dai “Cinque precetti per l’assistenza” al “Servizio”, al “Lutto”, che da dolore “per qualcosa che avevamo e che abbiamo perduto” si allarga a comprendere anche il dolore “per qualcosa che non abbiamo avuto mai”.

E alla fine del Viaggio, in noi e in chi abbiamo accompagnato, “forse continueremo ad avere paura della morte, ma avremo meno paura di vivere. Arrendendoci al dolore, avremo imparato ad abbandonarci alla vita”.

Un abbraccio circolare da Monica
PS: grazie Liliana, per questo grande dono

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DEPARTURES

Partir c’èst mourir un peu… con queste parole inizia una poesia di Prévert che amavo molto nella mia adolescenza.  Departures, le partenze, invece,  nel film giapponese che ho visto qualche giorno fa e che ha anche vinto un premio Oscar, sono quelle per “l’ultimo viaggio

Nella storia di un violoncellista che perde il lavoro e per sopravvivere accetta.  all’insaputa della giovane ed amatissima moglie, di lavorare in una agenzia di pompe funebri, ciò che è  andato direttamente al mio cuore è la tenerezza, il rispetto, la sacralità del rito della preparazione e vestizione della salma nella  tradizione giapponese.

La “purezza dell’intenzione” dei due tanatoesteti, figure centrali del film, mi ha immediatamente richiamato alla mente la pratica del  Nurturing Touch. Il corpo dei malati e dei morenti mi ispira la stessa tenerezza, lo stesso rispetto, la stessa sacralità che vedevo nei gesti di Daigo e del suo maestro.

Daigo non conosceva la sua vera vocazione e l’ha scoperta solo per un “caso”?  Ma quando si è trattato di scegliere tra l’amore della moglie e quello per il suo lavoro, pur con grande sofferenza, ha scelto il lavoro: quel lavoro che all’inizio della sua esperienza lo faceva addirittura vomitare!

Anche se il finale del film è stato un po’…ovvio/deludente, credo che coloro che si dedicano alle professioni di cura lo possano trovare “illuminante”.

Marinella

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