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Archive for dicembre 2017

SANTO STEFANO

26 Dicembre, Santo Stefano, è giornata festiva: quasi una continuazione del  Natale, se pur con minore abbondanza di cibo sulle mense, e che  e spesso costituito da avanzi del pranzo natalizio.

Ma non è sempre stato così. Quando ero bambina il giorno di Santo Stefano era lavorativo ed è stato solo dopo la guerra che è divenuto festivo. Ed è solo recentemente – chiacchierando con un sacerdote durante una passeggiata in montagna – che ho saputo chi era S. Stefano: è stato il primo martire cristiano.

Quest’anno ho preferito parlare – anzi scrivere – del mio Natale solo dopo una notte di elaborazione della giornata vissuta. Molta serena  tranquillità al pranzo di famiglia, consueto scambio di regali e poi rientro nell’ accogliente silenzio del mio appartamento. Tutto inevitabilmente  per me avvolto da un velo di malinconia per la troppo recente scomparsa della mia migliore amica/sorella. Dopo la morte di Anna Maria molte cose nella mia vita non potranno mai più essere come prima perché troppo avevamo condiviso, e sempre insieme alle nostre famiglie.

Inoltre i miei nipoti stanno crescendo ed hanno già una vita loro per cui, per quanto simpatici e affettuosi, giustamente si allontanano. Insomma, a prima vista il mio scenario potrebbe sembrare di colore grigio cinereo ma – proprio durante la mia elaborazione notturna – ha invece assunto un colore rosato come quello del primo mattino quando il cielo dal blu notte vira verso il chiarore dell’aurora.

La capacità di distacco dalle emozioni violente, di riuscire a separare il nero dal bianco con sfumature intermedie, di spazzolare via le impurità nelle relazioni, mi fa sentire in vista di una quarta stagione dove la qualità della vita emotiva   diventa più leggera. Dove mi sento stimolata a curiosare anche negli anfratti più reconditi di questo nuovo panorama, per scoprirne punti di forza e di fragilità.  Che sia questo il regalo più importante che ho ricevuto per Natale?

Marinella

 

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I BAMBINI E LA MORTE

Ricordo benissimo la prima volta che, da bambina, ho incontrato la morte. Avevo 7 o forse 8 anni e vivevo  a Viareggio quando morì Gianni: un bimbo di 5 anni  che  abitava nel villino davanti al nostro e  si era ammalato di polmonite. Allora non c’erano gli antibiotici e in pochi giorni la malattia ebbe il sopravvento.

Mamma mi portò  molto tranquillamente a salutare Gianni perché allora la morte era un evento che faceva parte della vita e non si nascondeva, neanche ai bambini. Ricordo perfettamente  la scena: Gianni era sul letto matrimoniale e la stanza era illuminata solo da candele, la sua mamma, vestita di nero e con un fazzoletto nero in testa, sedeva accanto al letto e la sua tata Cesarina era appoggiata allo stipite della porta, anche lei con un fazzoletto nero in testa.

Riattraversando la strada per tornare a casa mamma mi disse che ora Gianni non aveva più la febbre alta ed era un angioletto su nel cielo.

Il fatto che oggi mi ricordi tutto  così dettagliatamente, mi fa capire l’importanza che ebbe per me quel vissuto e forse mi dà una lettura possibile di quello che è, non da oggi,  il mio rapporto amicale con la “Signora vestita di bianco”.

Nella mia vita di volontaria ho vissuto tante volte storie di morte di genitori e di nonni che sono state nascoste, anche per anni, a figli e nipoti bambini. “La mamma è a Parigi a curarsi”, “il nonno è a New York per un convegno” per tempi lunghi anche tre anni!

In qualche caso ho vissuto anche il “momento della verità”.  Momento sconvolgente che ha scatenato  reazioni di rabbia e addirittura di odio verso gli adulti che, per troppo amore – o forse talvolta  per incapacità a reggere un ulteriore dolore – avevano protetto troppo i loro piccoli.  Da qui,  o forse meglio, anche da qui  – mi viene da pensare – l’incapacità di alcuni adulti di rapportarsi con la morte.

La cultura del momento sociale in cui viviamo non fa che rafforzare questa distanza tra la vita e la morte rendendone  più difficile l’accettazione e l’elaborazione del lutto.

Chissà che un giorno, magari neanche troppo lontano, non si possa fare un po’ di…marcia indietro e tornare a considerare la morte come un evento di vita?  Per la mia esperienza bambini ed adulti ne potrebbero beneficiare. Mai dire mai!

Marinella

 

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GENOVA 2

A distanza di pochi mesi sono tornata a Genova per un secondo workshop di Nurturing Touch presso il Centro Papillon della mia cara amica Benedetta Costa (v. post 9 Aprile).

Questa volta i partecipanti erano 12, provenienti da varie regioni del Nord Italia tranne  una che vive a Monaco di Baviera. Tutte donne, prevalentemente impegnate in aree di aiuto e sostegno alla persona fragile.

Un gruppo coeso nonostante le diverse provenienze e professionalità, molto aperto a questa nuova esperienza che le ha coinvolte talvolta anche sul pano personale. Quando i partecipanti sono fortemente motivati e si aprono alle emozioni anche io mi lascio trascinare e partecipo emotivamente – pur nella mia veste di docente – al clima che si crea nel gruppo.

La varietà delle professioni rappresentate ha dato ricchezza al lavoro: una ricchezza emersa soprattutto nei momenti di condivisione. Momenti  fecondi di nuovi possibili progetti e adeguamenti mirati a rendere questo laboratorio esperienziale sempre più interessante e fruibile da una gamma di operatori ancora più vasta.

Non posso infine non ricordare, come coronamento di questo secondo viaggio a Genova, l’incontro con Nicoletta Cinotti. Ho parlato tante volte di lei nei miei post e forse quelli di vo che i si sono iscritti al suo blog  (nicolettacinotti.net)  possono capire quale importanza abbia avuto per me il poterla incontrare di persona. Tutto è avvenuto grazie a Benedetta che ha organizzato un piacevole momento di incontro nella sua bella casa, intorno a un tavolo imbandito di cose buone.

Cosa avrei potuto volere di più dalla vita? Grazie Benedetta, per tutto!

Marinella

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