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Archive for ottobre 2010

PICCOLA BENARES

Perché questo blog si chiama “Piccola Benares” è scritto nella nostra presentazione del Maggio  2008. Da allora molte persone nella nostra “”Piccola Benares” hanno attraversato quel ponte che appare laggiù, nello sfondo dell’illustrazione che apre il blog.

Più il tempo passa e più mi rendo conto che l’hospice è un osservatorio straordinario di come cambia la nostra società rispetto al tema della morte. Otto anni fa, quando è iniziato il nostro servizio in hospice, la maggior parte dei ricoverati non conosceva né la diagnosi né la prognosi: una buona percentuale pensava di essere in una specie di convalescenzario dove affrontare cure di sostegno che l’avrebbero rimesso in buone condizioni. L’atteggiamento della famiglia era di totale negazione rispetto all’evento che si avvicinava.

La situazione è man mano lentamente cambiata ed oggi un buon numero di pazienti conosce la diagnosi ma solo raramente qualcuno è al corrente della prognosi. Le famiglie tendono ancora troppo a negare ma ci sono casi di particolare intelligente sensibilità dove il “tempo del morire” viene affrontato da malato e familiari con lucida serenità. E’ proprio di uno di questi casi che voglio raccontare.

M. una bella signora mia coetanea viene ricoverata in condizioni ancora discrete ma ben presto la situazione peggiora e la figlia C. non la abbandona un solo istante. La relazione che si stabilisce con Mamma e figlia è da subito intensa e il piacere di rivederci ad ogni visita è sempre più forte e reciproco. M. è sempre  serena e il suo colorito roseo mi fa venire la voglia di chiamarla …Rosa. Ne ridiamo insieme ma le forze di M. si assottigliano man mano e un giorno lei mi chiede scusa di non farcela a parlare. La figlia la accompagna con amore senza mai negare che il traguardo è vicino e la …”signora vestita di bianco” arriva una sera ed accoglie M. tra le sue braccia.  Il gjorno dopo vado a salutarla nella camera mortuaria insieme alla figlia che trovo calma, tranquilla e serena come sempre anche se il dolore della perdita è evidente sul suo viso. Ci abbracciamo strette strette e mentre lei mi ringrazia io le dico con tutta sincerità che per me è stato un onore conoscerle e che una volta di più mi hanno dimostrato come l’accompagnare una persona cara alla morte in piena consapevolezza permette di vivere insieme uno dei due momenti fondamentali della vita.

Mi piacerebbe riuscire a trasferire questa esperienza a  tante altre unità sofferenti ma non è facile perché alla radice c’è un problema culturale.

La morte ancora troppo spesso, per non dire quasi sempre, viene esorcizzata, temuta, negata e questo porta solo ulteriore sofferenza nella sofferenza: il morente muore solo e il familiare non sa accompagnarlo!   Grazie ancora carissime M. e C. per l’esempio luminoso che avete portato nel nostro hospice.

Marinella

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Per la seconda volta, dopo due anni, sono stata invitata a condurre un “Laboratorio Esperienziale” di Nurturing Touch dall’Associazione  di volontariato “IN FAMIGLIA” di Portogruaro che adesso presta servizio anche presso l’hospice di recente apertura.

I volontari che avevano già partecipato alla prima edizione del Laboratorio hanno gustato  e approfondito la materia in maniera molto più consapevole, basandosi anche sull’esperienza della pratica già attuata. Le “matricole” hanno scoperto una modalità comunicativa nuova e appassionante che consente di recare sollievo ai sofferenti e, nel contempo,  valorizza il servizio di volontariato svolto con tanta dedizione.

Anche io mi sono sentita in qualche modo diversa ed il mio ruolo di docente si è man mano stemperato e trasformato in quello di una vecchia “compagna di viaggio” che offriva la sua esperienza a volontarie più giovani e già esperte e/o all’inizio di quel cammino di gioia che è il volontariato con i sofferenti

Non si è trattato tanto di un insegnamento di tecniche quanto di una valutazione esperienziale  di quelli che sono i sentimenti e le emozioni che attraverso il “touch” passano tra operatore e assistito e viceversa.

I momenti di condivisione, ai quali è stato dato ampio spazio, hanno ancor più unito il gruppo ed hanno fatto sentire ogni partecipante accolto in un grande abbraccio ideale di intensa compartecipazione.

Portogruaro, questa bellissima “città merlettata” ed i suoi volontari, mi hanno dato momenti di emozione profonda che mi porterò preziosamente nel cuore. Grazie care amiche!

Marinella

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L’8 Ottobre si è tenuto presso l’Ospedale S. Spirito di Roma un interessante ed utile convegno dal titolo “Condividere la cura: incontro con i centri di Cure Palliative del Lazio”. Obiettivo del convegno era un aggiornamento sull’integrazione in un’unica  “rete di Cure Palliative”  delle due reti specializzate: una in “Cure Palliative” ed una in “Terapia del Dolore” previste dalla nuova normativa.

Nell’incontro gli hospice del Lazio, purtroppo non tutti presenti, hanno illustrato criticità e punti di forza nel dare risposta alle aspettative delle “unità sofferenti” che a loro si rivolgono. Un “grido di dolore” è il risultato della consapevolezza, da parte di tutti i presenti, della scarsa informazione in possesso dei medici di base in merito alle cure palliative. 1/3 dei malati oncologici muore ancora in ospedale con alti costi e minore qualità della vita, e sempre forte è la riluttanza del medico di base ad inviare i propri pazienti presso i centri di Cure Palliative.

Tra le positività già realizzate e previste c’è l’utilizzo di una  scheda di ammissione unificata per la presa in carico dei pazienti e la presenza di nuovi hospice nelle aree al Sud del Lazio come Terracina, Latina, Aprilia ,ma purtroppo esistono ancora  territori senza hospice e senza Cure Palliative mentre sempre più sentita è la necessità di estendere le Cure Palliative ai malati non oncologici.

E’ stato anche importante conoscersi e “toccare con mano” la passione di chi si dedica alle Cure Palliative. Un sentito grazie va alla Dott.ssa Adriana Turriziani che ha voluto ed organizzato questa importante occasione di incontro e scambio.

Marinella

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LOURDES

Lourdes: il desiderio di una vita che si è trasformato in realtà quando sono già avanti…sul viale del tramonto! Un motivo in più per vivere intensamente ogni  minuto di questa esperienza, certamente  “unica”. Di tutto questo devo dire grazie al mio amico A. che si è occupato dell’organizzazione e che durante il viaggio, insieme all’amica G.,  mi ha supportato affettuosamente e forse anche un pochino… sopportato. 

Lourdes: una moltitudine infinita di persone appartenenti a nazioni ed etnie diverse, unite da un’unica Fede. 40.000 pellegrini: malati, disabili, sani, vecchi, anziani, adulti e giovanissimi che si muovono in silenzio, sfilano in processioni delle quali non si vede mai né il principio né la fine, cantano, pregano, bevono  l’acqua che sgorga dalla roccia, si bagnano nelle piscine.

Lourdes: Chiese, Grotta, Via Crucis per i sani e Via Crucis per i malati, la Via dell’Acqua e tanti e poi tanti altri luoghi di preghiera. 

E io? Come potrò riuscire a raccogliermi in preghiera, sperduta tra queste moltitudini di persone, mi chiedevo quando ho varcato il cancello di entrata!     Ma non avevo ancora “respirato” l’atmosfera che accoglie il pellegrino dal momento dell’ingresso. Mi sono sentita subito “parte di un tutto” e nello stesso tempo in pieno contatto con me stessa, come se fossi sola. Ed è stato così per tutto il tempo ma con “sprazzi di luce” che mi arrivavano di tanto in tanto attraverso emozioni e momenti di commozione particolari.

E’ chiaro come la processione dei malati sia un momento forte che impartisce a ogni partecipante una fondamentale lezione di vita. La luminosità dei malati e la dedizione dei tantissimi accompagnatori e volontari sono una dimostrazione di come la sofferenza possa essere alleviata dalla Fede e dall’amore e  generosità di altri essere umani.  E’ straordinario come ci sia tanta gioia lungo il percorso di questa processione!

E tante sono state le altre occasioni di commozione ma un “momento magico” per me è stato quando mi sono fermata davanti alla Grotta ma dall’altro lato del fiume. Il cielo era completamente sereno e il sole  caldo, Vedevo al di là del fiume e davanti alla Grotta una fiumana di gente che si spostava in silenzio. Ecco, il silenzio era straordinario, persino l’acqua del fiume, che più avanti rotolava fragorosamente, in quel tratto era lenta e completamente silenziosa. Con gli occhi della fantasia ho identificato in quel fiume lo scorrere della vita: in certi momenti tumultuosa e veloce, in altri lenta e calma. Quello scorrere lento e calmo dell’acqua sembrava benedetto dalla presenza della Madonna sull’altra sponda e mi ha dato una sensazione di pace infinita, di benessere dell’anima, di compiutezza. E’ questa la sensazione che mi sono portata via da Lourdes e sento che la sto ancora metabolizzando.

Non posso concludere senza esprimere un apprezzamento per l?Opera Romana Pellegrinaggi che con un’organizzazione precisa ha contribuito a rendere perfetto questo viaggio così importante per me.

Marinella

 

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SUL…PERDONO

Ho sempre molto riflettuto sulla capacità di perdonare : se stessi e gli altri. Naturalmente le mie riflessioni erano tutte in “chiave” personale e arrivavo a un risultato che non mi lasciava del tutto contenta. Nella mia vita ho avuto, per fortuna,  poche occasioni nelle quali esercitare  la facoltà del perdono ma so che anche dopo aver perdonato non riesco a cancellare completamente l’evento come se non fosse mai accaduto, ed è questo il motivo della mia …scontentezza. 

La settimana scorsa ho avuto l’occasione di ascoltare, purtroppo non interamente, un interessante dialogo socratico (quelli che  non si sa mai dove si va a finire) sul perdono, nella bella trasmissione di RAI-3 Uomini e Profeti condotta da Gabriella Caramore. 

Ecco alcune note che mi sono rimaste impresse: 

  • Il Perdono è un processo che coinvolge più il perdonante che il perdonato, il quale potrebbe anche non fare un buon uso del perdono ricevuto.  A questo proposito sono stati menzionati i parenti delle vittime che al funerale perdonano i carnefici.
  • La responsabilità è di chi perdona, dando all’altro la possibilità di ricominciare.
  • Il perdono è il risultato di un “rapporto” tra perdonante e perdonato dove il perdonante è “giudice in casa propria”  in quanto “giudica” l’azione ricevuta, sia pure per perdonarla. Assume quindi una posizione di superiorità.
  • Perdonare significa dimenticare il male ricevuto ed essere capaci di instaurare di nuovo un rapporto di fiducia con chi ci ha fatto del male, molto spesso persona dell’ambiente familiare o molto vicino.
  • Perdonare non vuol dire cancellare perché la possibilità di cancellare è solo Divina. Per noi uomini perdonare è dimenticare. 

Devo dire che durante la settimana ho molto rimuginato su quanto udito e, a proposito del perdonante che assume un ruolo giudicante, mi è venuto in mente che, in quelle rare occasioni in cui mi sono trovata a esercitare la facoltà del perdono mi sono chiesta “ma chi sono io per giudicare e perdonare”?.  Tutto sommato ora mi sento …meno scontenta.

Marinella

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