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Archive for aprile 2013

IN…ASTINENZA

Non avrei mai pensato di poter andare in crisi di astinenza considerato che non bevo, non fumo, prendo un solo caffè al giorno e non assumo alcun tipo di droga! E invece eccomi qui nel bel mezzo di una vera e propria astinenza da…ADSL e telefono.

Da 10 giorni infatti per una qualche alchimia effettuata da Infostrada trasferendo la mia linea da una centrale all’altra, a loro dire per migliorare il servizio, mi trovo in una situazione assurda: non posso fare alcuna telefonata, non ho ADSL e ricevo solo le chiamate provenienti da alcuni numeri, senza logica apparente. Le mie proteste non hanno avuto alcun esito tranne quello di ricevere assurde rassicurazioni provenienti prevalentemente dalla Romania, tipo “entro due ore o domattina al massimo la riparazione sarà effettuata” oppure “entro due ore faccio istradare tutte le comunicazioni in arrivo, sul suo cellulare”. Ovviamente nulla è poi mai successo.
Mi sono così resa conto di quanto io sia diventata dipendente da quell’ oggetto di amore/odio che per me è il computer . Amore/odio perché spesso mi fa disperare in quanto non ne conosco le potenzialità e quindi vado facilmente in tilt.

E’ incredibile come in poco più di 20 anni anche noi “vecchietti” ci siamo fatti condizionare dal bisogno di essere sempre in comunicazione con il mondo esterno. In questi giorni mi sento isolata, sola e in un qualche modo non più così inserita nella vita che mi ruota intorno.
Ma come tutte le medaglie, anche quella dell’astinenza ha due facce: sull’altra faccia c’è un tempo maggiore da dedicare alla lettura, al giardinaggio (il mio gelsomino siciliano è esploso in una splendida fioritura e ho il tempo per andare sul balcone molte volte al giorno per sentirne il profumo davvero inebriante), alla culinaria e ai miei nipoti! E poi il “piacere”di rispondere al telefono quando qualche fortunato riesce a collegarsi con me

Comunque oggi ho attivato una chiavetta e così mi sono rimessa in contatto almeno con la posta elettronica e posso riapparire anche qui sul blog! Spero al prossimo post di potervi dire che sono uscita dalla crisi di astinenza!
Marinella

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IERI E…OGGI

Era una mattina del Febbraio 1997, il primo corso di formazione della nostra Associazione appena terminato e i colloqui post-corso non ancora completati, quando una assistente sociale di Roma E mi telefonò per fare una segnalazione. Avendo in assistenza una giovane di Isola Farnese, spastica e fortemente disabile, aveva saputo che sua sorella di 37 anni e con due figli adolescenti, era gravemente malata di cancro.
Che cosa potevamo fare per aiutare questa famiglia? “ Mi dispiace moltissimo ma non siamo ancora pronti” dovetti dire, ma subito dopo aggiunsi “mi lasci il suo recapito telefonico e mi ci faccia pensare”. Ricordo perfettamente che in quel momento pensai “se non accettiamo questa assistenza non siamo degni di intraprendere questo percorso”. Ma come fare? Eravamo ancora immersi nella fase formativa e non ci sentivamo pronti per quella operativa.
Telefonai quindi a Teresa, socio fondatore insieme a me, e a Maria Pia, nuova recluta che sentivo già ben impegnata, ed esposi il caso. La risposta immediata fu “proviamo”!
E fu così che il giorno dopo ci avviammo tutte e tre verso Isola Farnese: una stradina strettissima nel piccolo borgo ed eccoci arrivate. Fu la mamma che ci aprì la porta e subito vedemmo C. sdraiata sul divano davanti al camino acceso che ci accolse con un gran sorriso. Fu reciprocamente amore al primo colpo!

Durante l’assistenza ci legammo a tutta la famiglia indissolubilmente.

Nel periodo dell’accompagnamento condividemmo tutto: dalle faccende domestiche all’ascolto, ai reciproci racconti, alle risate, ai giochi,ai pianti, alle piccole follie del quotidiano (come comprare un cappellino), ai momenti di scoraggiamento, sempre con grande amore e ammirazione per questa famiglia forte e coraggiosa nonostante le tante disgrazie fronteggiate.

Dopo la morte di C. la “donna bionica” come l’avevano soprannominata all’ospedale San Filippo Neri per quante radiazioni aveva ricevuto, restammo sempre in contatto con la sua famiglia.

Qualche giorno fa la sorella di C. ci ha telefonato per comunicarci la morte della sua mamma dopo una lunga e sofferta malattia. Era lei la “roccia” della famiglia e la sua scomparsa lascia soli il marito, senza una mano e recentemente vittima di un incidente stradale che l’ha…fracassato, e la figlia disabile.

Domenica siamo corse a trovarli e rivedere il luogo di quella prima straordinaria assistenza che è stata il nostro “viatico”, che ci ha confermato la validità della nostra iniziativa e che, attraverso l’indimenticabile testimonianza di C. consapevole e coraggiosa, ci ha insegnato tutto quello che nessun corso di formazione può insegnare, è stato emozionante e denso di significato.

La stradina è sempre stretta ma il tessuto sociale è profondamente cambiato negli anni ed è ora privato di quella solidarietà che una volta costituiva una specie di rete di sostegno per gli abitanti del luogo. La sorella e il papà di C., ora due anime sperdute in un deserto relazionale, ci hanno fatto comprendere che il nostro primo caso non si è chiuso 16 anni fa. Così come ieri dobbiamo impegnarci per dargli in qualche modo una mano anche oggi. Non so ancora come ma…proviamo!

Marinella

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SULL’…ACCOGLIENZA

Nei giorni scorsi mi sono trovata spesso a riflettere sul significato del termine accoglienza e sulle diverse modalità dell’accoglienza presenti nelle varie fasi della mia vita.

Appartengo ad una famiglia di albergatori e sono cresciuta nella cultura dell’accoglienza. Nei momenti liberi dallo studio e dal mio primo lavoro mi piaceva stare in portineria e ricevere i clienti. Mio papà mi diceva sempre “ricordati che la reception è il biglietto da visita dell’albergo”: mettere il cliente a proprio agio e farlo sentire ben accolto dà subito una bella immagine dello stile della casa. E aveva proprio ragione!

Il mio primo lavoro era in ambiente diplomatico statunitense e i miei capi ci tenevano molto ad un’impronta di cortesia, gentilezza ed…accoglienza che doveva accompagnare l’efficienza nello svolgimento delle pratiche burocratiche. Mi sono ritrovata così ad essere anche in quel diverso ambito, accogliente.

Il mio secondo lavoro è stato nel top management di una grande industria elettronica e tra le altre incombenze avevo anche quella di ricevere clienti e visitatori. Ero soprannominata dai grandi capi la jeune fille de la maison e anche lì la prima accoglienza era importante per il buon esito degli accordi societari ed economici.

E poi, molti anni dopo, un salto in un altro mondo: quello della sanità, del dolore, della sofferenza, della disperazione. Quale enorme bisogno di una accoglienza tutta speciale e a tutti i livelli in questo luogo di incertezze, solitudine e paura. Ci sono passata e so cosa vuol dire!

Quando un malato va da un medico, e ancor più quando entra in un ospedale, si trova in uno stato di tale soggezione e ansia che il pensiero sembra paralizzato e la sensazione è di irrealtà e galleggiamento nel vuoto. Basterebbe un sorriso aperto, una calda stretta di mano, un semplice “come si sente oggi ?” per riagganciarlo alla realtà e farlo sentire accolto come un essere umano in un momento di fragilità.

Il malato ha bisogno di percepire sin dal primo impatto che il caregiver, qualunque sia la sua figura professionale, si prenderà cura di lui, condividerà con lui le scelte terapeutiche e lo accompagnerà nel percorso di cura.
Non essere lasciato solo” scriveva Gigi Ghirotti nel suo… viaggio nel tunnel della malattia!
Quanto può essere più confortevole questo viaggio se c’è stata sin dal primo momento una buona accoglienza! E non si tratta di un’accoglienza solo formale, basta pensare al buon chirurgo che il giorno prima dell’intervento passa a conoscere il suo paziente, all’équipe di sala operatoria che nel tempo della preanestesia si presenta specificando nome e ruolo. E’ una accoglienza che significa rassicurazione, miglior risveglio dall’anestesia e miglior decorso post-operatorio. Basta così poco!

E che dire del bisogno di accoglienza per chi entra in hospice? Il paziente potrebbe anche non essere consapevole di che cosa è un hospice ma i suoi familiari certamente lo sono e si può immaginare quanto il loro cuore sia stretto nel momento in cui ne varcano la soglia. Accompagnarli in camera, mostrargli le aree comuni e tutto ciò che l’hospice offre, metterli al corrente degli orari e delle abitudini di vita quotidiana, assicurargli che tutta l’équipe si prenderà cura di malato e familiari, li farà sentire in un “luogo sicuro” e li aiuterà a sciogliere quel nodo che stringe lo stomaco, chiude la gola e appanna gli occhi.

Se potessi scegliere nel mio volontariato in hospice mi piacerebbe dedicarmi all’accoglienza dei “nuovi arrivati”, mi piacerebbe fargli provare una sensazione di sicurezza, di calma, di affidabilità, di amicizia e di calda accoglienza. Ma temo che per me rimarrà un sogno!

Marinella

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