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Posts Tagged ‘Monica Pittaluga’

BASILICO

“Te ne faccio dono.”  ho trovato scritto “qui”, alla fine del file dedicato alle mie bozze per Piccola Benares …appartiene a una bozza con tutt’altra destinazione, chissà perché finita qui.

E da questo frammento estraneo mi sembra bello riprendere il discorso sospeso qui, su Piccola Benares. Perché è un frammento di un qualcosa che avevo ricevuto e che donavo a mia volta. Come spesso accade, siamo coppe dischiuse a ricevere e a riversare ciò che si è ricevuto. Contenitori di passaggio. Ed è bello sentirsi così, un vaso da riempire e svuotare, una, cento mille volte.

Una, cento, mille volte. Questo incessante iniziare. C’è stato un inatteso inizio nella mia vita, due settimane fa. La mia prima assistenza domiciliare.
Che trepidazione quando sono entrata nella loro casa. La loro casa, la casa di G e P. In hospice sono le case che più o meno timidamente vengono da noi. Quel manto di intimità familiare che spesso ci si porta con sé quando si soggiorna in un luogo estraneo, quel sorriso che arriva dalle foto nelle cornici, dai piccoli oggetti che fanno di una stanza la propria stanza, finché ci si sta. E’ una presenza discreta in hospice, dove si è ospitati, appunto.
Ma a casa no, a casa gli ospiti siamo noi dell’equipe. La realtà in cui ci si immerge abbraccia, e immagino possa anche travolgere. Si vive con i ritmi e gli oggetti della casa. Il contesto si affaccia ai sensi, e a me, che ne sono particolarmente sensibile, parla come un sottotesto alle chiacchiere in cucina con la dolce P. L’ambiente è un sapore che si aggiunge a quello del caffè che P mi offre a ogni visita e che lo rende speciale, lo renderà indimenticabile, così come lo sono e lo saranno i gesti fatti insieme: la spesa al mercato, la pianta di basilico travasata in giardino.

Il basilico. E’ già cresciuto in pochi giorni. L’ho portato nel vaso appena nato da seme, e oggi allungava al sole le foglie  brillanti e fieramente cicciottelle.
Lui cresce. Come la Vita che c’è lì.

Monica

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FRAMMENTI

È passato così tanto tempo (ultimo mio post a maggio!). Il tempo del silenzio. Ogni tanto ci vuole.

A. è andata via un po’ alla chetichella, almeno per me. Mi ha fatto un dispettuccio dei suoi ad andar via proprio nella settimana in cui non c’ero, in cui ero tanto tanto lontana, al Cairo…
Una burla lei che così giocosa e bizzarra riempiva spesso l’hospice con il canto degli stornelli romaneschi, con i suoi disegni di anziana fanciulla e gli infiniti racconti sempre uguali dei frammenti della sua vita.

Frammenti che la vita ha avuto la benevolenza di depositare in qualche testimone che ricorderà, quantomeno in me. Frammenti leggeri come coriandoli che volano via facilmente se non si sta attenti, se non si coltiva la memoria, scrivendo ad esempio.

Frammenti di umanità, come quelli che i miei occhi avidi hanno catturato dall’immenso pullulare di vita al Cairo (oltre 15 milioni di anime censite).
E pensavo, guardando la corsa di fiumi di macchine e persone in perenne movimento per le strade di quella città insolita, che siamo noi stessi frammenti, impermanenti e splendidi come scintille.

Un abbraccio circolare da Monica

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“Gli occhi di un malato che sta morendo sono gli specchi più tersi che abbia mai incontrato”

Questo è l’incipit di un libro di cui voglio parlarvi, un libro che molto probabilmente chi frequenta questo blog conosce già…ma voglio parlarvene lo stesso, perché l’onda di partecipazione intensa che mi ha trasmesso è di quelle che non se ne stanno ferme dentro, generano un moto che cerca a sua volta espressione all’esterno…

“Saper accompagnare” è un piccolo ma “forte” libro che nasce dall’esperienza di Frank Ostaseski fondatore e direttore dello Zen Hospice Project di San Francisco..è un libro che guida il lettore attraverso un’esperienza intensa, cercando di trasferire i passaggi fondamentali dei vissuti di chi accompagna, per scelta o per necessità, alla morte. Un libro che ci insegna a rovesciare la consueta prospettiva che tende a tagliar via la morte dalla vita e ci indica la via per una comprensione profonda, amorevole, non intellettuale ma esperienziale, della verità pura e sacra che rivela come nell’inizio di ogni cosa sia compresa la sua fine, e che morire, in quanto “atto sacro”, “insieme luogo e processo”, “è un’opportunità per scoprire ciò che è nascosto”.

Ci insegna che accostarsi con consapevolezza e com-passione a un morente, imparare a “restare presenti nel territorio del mistero e delle domande senza risposta”, consente di entrare in contatto con zone profonde e sacre del proprio essere e avvertire quella “nostalgia di qualcosa di più grande della (mia) vita, ma che al tempo stesso la contiene”, per me radice profonda e vera della mia scelta di essere volontario.
Ci ricorda poi che “una guarigione è sempre possibile, anche se la malattia è incurabile”, quando per “guarigione” si intenda “risanamento” e quindi “scoperta di una completezza originaria”.

E’ un piccolo manuale, anche, una vera miniera da ruminare, più che leggere, masticare lentamente fino ad assorbimento, andando dai “Cinque precetti per l’assistenza” al “Servizio”, al “Lutto”, che da dolore “per qualcosa che avevamo e che abbiamo perduto” si allarga a comprendere anche il dolore “per qualcosa che non abbiamo avuto mai”.

E alla fine del Viaggio, in noi e in chi abbiamo accompagnato, “forse continueremo ad avere paura della morte, ma avremo meno paura di vivere. Arrendendoci al dolore, avremo imparato ad abbandonarci alla vita”.

Un abbraccio circolare da Monica
PS: grazie Liliana, per questo grande dono

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BUON PASSAGGIO

Non si vedeva un aprile così aprile da tanto a Roma, o almeno così mi pare oggi. Scrivo mentre il sole gioca ancora un po’ con le piante nuove che ho appena messo a dimora per celebrare la primavera, una piccola rinascita, ogni anno nuova per darmi il senso della vita che continua allegra e forte.

Riflessioni di sabato, di Sabato Santo.

La Pasqua è Passaggio, Transizione, Trasformazione…mi chiedo vivendo in un mondo che finge di mutare in una perenne illusione di movimento, se invece per dare un valore realmente dinamico a queste parole non si dovrebbe prima riscoprire ciò che è in noi immutabile, il centro che giace tranquillo nel nostro Sé e illumina da lì ogni cosa: gioie, ma anche dolori, esperienze, persone che rimangono dentro per sempre, ondeggiano fuori e dentro, facendo finta di lasciarci, ma poi tornando con tutto il bagaglio della memoria che è nostra ricchezza, canzone che sussurra incessante, vento di abbracci, sguardi, parole che stanno nelle nostre parole, ma anche di tutto ciò che abbiamo lasciato irrisolto, non dato, pensieri rimasti tra i denti, desideri non confessati. Perché nulla scompare mai, e questo è insieme un balsamo e una condanna.

Ancora una volta mi trovo quindi a pensare ai saluti, cosa delicata…l’ho già scritto qualche mese fa e lo ribadisco. Ieri non sono potuta andare in hospice, sempre per lo stupido ginocchio, e penso a come raggiungere con gli auguri tutti quelli che non ho potuto abbracciare…e lo faccio, al solito, da qui, piccolo spazio virtuale…ma non poi così tanto: Buon Passaggio amici miei!

Monica

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GNOCCHI

“E’ tardi”…mi ha detto oggi la mia “capa” al di là della scrivania, tra un bagliore e l’altro dei suoi occhiali. Freddi.
E’ tardi per questo Monica…tutto qui. E questo “è tardi” non era di quelli che si dicono quando si è arrivati in ritardo a un appuntamento, aveva un sapore amaramente esistenziale..o almeno così mi è rimasto dentro…

E lì, “dentro”, è rimasto a lungo a sobbollire, facendo affiorare un motivo di insoddisfazione dietro l’altro…come affiorano dal fondo della pentola gli gnocchi quando sono cotti…e io ho raccolto a uno a uno questi “gnocchi di pensieri”…collosi…pesanti…
Tutti si arriva a un punto nella vita in cui “è tardi” per qualcosa, o meglio la vita stessa da una certa prospettiva, da quella della realizzazione, del “fare”, è tutta una sequenza di “è tardi”..sono tappe che si superano più o meno felicemente, treni che si guardano andar via impotenti dalla pensilina, percorsi pieni di bivi, che diventano labirinti esistenziali in cui è difficile tornare al punto di partenza…per me ad esempio, ora è incontestabilmente tardi per parecchie cose, come un altro figlio, o cambiare integralmente lavoro…
Così come per tutti (altro “gnocco” :-)) invece non è mai tardi per pensare o dire sciocchezze, per commettere errori…

Poi, tra uno gnocco e l’altro, mi sono venute in mente le tante mani che ho stretto e carezzato in hospice di chi tempo ne ha realmente poco davanti…ho visto i loro sorrisi e ho sentito il calore del dono che ognuno di quei sorrisi è per me…in hospice si impara che per Vivere non è mai tardi, perché dalla prospettiva dell’”essere” la Vita può realizzarsi in un susseguirsi di nuovi inizi, di scelte interiori che ci appartengono fino in fondo e di cui andare fieri.
E non è mai tardi per capirlo, per guardarsi indietro con un sorriso amorevole sapendo di avere “tutta la Vita davanti”…

Un abbraccio di fine inverno,
Monica

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SPAGHETTI

In un anno (incredibile ogni volta che ci penso, è passato solo un anno da quando sono in hospice…) ho avuto modo di capire che noi volontari e operatori sanitari dell’hospice in genere non si va ai funerali dei nostri “ospiti”…e non si va, tra i tanti motivi che non sto qui a elencare, per un motivo molto semplice: sarebbero “troppi”…ma ci sono delle eccezioni, ovviamente, a questa che è tutt’altro che una regola.

Sabato è stata un’eccezione, grande. Nonno A ci ha lasciati e siamo andati a salutarlo anche noi, la sua famiglia di Antea.

Nonno A o Nonno S, a seconda che lo si chiamasse per nome o per cognome, era ormai una presenza istituzionale di Antea hospice…credo da tre anni nostro ospite, nostro amico. Una cosa rara una permanenza così lunga, e quando accade sembra che possa essere per sempre, e salutarsi è ancora più dura.

Nonno A ti voglio salutare anche da qui.
Sei la prima persona che ho visto in hospice il primo giorno che mi sono affacciata su. Eri su uno dei divanetti, lì dove ci si ferma a chiacchierare con gli ospiti che si possono muovere. Lì dove si fa salotto e dove tu con il tuo sorriso corteggiavi le belle signore ospiti e le belle operatrici…mi hai sorriso, come dimenticarlo quel primo sorriso…gli occhi ti ridevano. Abbiamo fatto amicizia, venerdì dopo venerdì, e mi chiamavi “tesoro”, con quell’accento siciliano che porti con tanto orgoglio, e mi baciavi la mano con una galanteria da vero signore. Lo hai fatto anche quando ero accanto al tuo letto e, forse, non mi hai riconosciuta…immerso com’eri nei tuoi sogni, nei tuoi ricordi…

A…sono fiera di averti conosciuto, e non sai, perché forse non te l’ho fatto capire bene e per questo te lo dico ora, quanto sono felice di averti cucinato gli spaghetti quella sera, aglio olio e (poco) peperoncino, ripassati in padella. Li abbiamo mangiati insieme, nel salottino dell’hospice…gli spaghetti che amavi così tanto, ce n’era spesso un pacco in camera, pronto per essere cucinato.

Sei vitale A…, e di una Vita che non si è spenta neanche quando mi stringevi la mano forte forte l’ultimo venerdì…e quanto tempo siamo stati così, mano nella mano, in silenzio, aspettando…

A…ti abbraccio forte, con la stessa forza con cui tu ti aggrappavi a me per tirarti su nel letto…ti abbraccio forte e ti dico…alla prossima spaghettata Nonno!

Monica

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CENTRO DI GRAVITA’

Cosa ho visto in quegli occhi…due pietre laviche brillanti…è entrata nella stanza dove noi tutti operatori ci appoggiamo per scrivere, aggiornare le cartelle, e anche più o meno consapevolmente decomprimere la pressione, se ce n’è, è la stanza dove io comincio a sintonizzarmi con il “respiro” della realtà che dopo poco andrò a contattare…

Ero ancora lì che scartabellavo che lei entra piano e mi guarda prima di parlare…posso chiedere? dice con un sorriso accennato, certo dico io aprendo il mio di sorriso, e lei: come posso prendere un appuntamento con la psicologa?…è per?…dico facendo un cenno con la testa verso le stanze a indicare un probabile parente ospite…no, dice lei, è per me…pausa…e per mio figlio…appoggia la voce con un sussurro mentre dice “figlio”…è giovane lei e ovviamente lo sarà anche il figlio..pensieri mi passano dentro come uno stormo di uccelli in picchiata…la metto in contatto e risolvo la sua richiesta…
Poi dopo ci rincontriamo nei corridoi, lei, il figlio, appena adolescente, e il marito-padre….tre passeri…. un tonfo fondo nel mio cuore, un piccolo crollo emotivo…e si che in questi mesi ne ho visti di nuclei familiari sofferenti, ma c’è qualcosa che mi colpisce particolarmente negli occhi di lei…scuri e fondi..i nostri sguardi si incontrano di nuovo e passandole accanto le poggio la mano sul braccio e le sorrido muta…il figlio non ho il coraggio di guardarlo negli occhi…oggi non ce la faccio a ospitare dentro di me ciò che potrei vedere, quel tipo di dolore…

Il centro di gravità, lei mi guarda come chi ha smarrito il centro di gravità…quella consapevolezza che ci tiene in equilibrio sull’esistenza, ancorati alle sue certezze positive, che sono tante ma spesso troppo legate a un effimero, illusorio senso di vita infinita e immutabile, non tanto la nostra, quanto quella di chi amiamo, di chi magari è stato il perno della nostra esistenza per anni e anni, di chi la vita ce l’ha data.

Un abbraccio circolare da Monica

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